Chi minaccia l'ordine mondiale

L'ossessiva campagna antirussa dell'Occidente e della NATO sta ormai assumendo le sembianze di una guerra multilivello che investe ogni settore, da quello economico, energetico, a quello mediatico, politico oltre a quello militare. Potrebbe essere giustificabile l'attuale situazione di guerra per essere la Russia un "minaccia all'ordine mondiale", come afferma il presidente della Commissione europea, Joseph Borrel?

La situazione di oggi potrebbe essere simile a quella che storicamente si determinò circa cento anni fa, dopo la rivoluzione bolscevica, nel momento in cui tutto l'Occidente avvertì, nelle riforme attuate nel paese euroasiatico, una minaccia all'ordine costituito. Il sistema capitalista occidentale non poteva ammettere la coesistenza con un regime dove veniva abolita la proprietà privata. La minaccia di esportare questo sistema nel resto del mondo ebbe l'effetto di far stendere un cordone di isolamento intorno all'URSS.

Oggi avviene qualche cosa di simile con l'ideologia di Putin che, per essere tradizionalista ed identitaria, viene giudicata incompatibile con la visione globalista, progressista e liberal delle élite di potere occidentali. Nella realtà la vera minaccia all'ordine mondiale ed alla stabilità del mondo non è data dalla Russia ma dall'attitudine espansionistica degli Stati Uniti che, dopo la dissoluzione dell'URSS, hanno cercato di imporre il proprio ordine globale, ne sono la prova le guerre fatte contro stati sovrani come l'ex Jugoslavia, l'Iraq, l'Afghanistan, la Libia, la Somalia, la Siria, ecc. Questo oltre alle "rivoluzioni colorate", cambi di regime e ingerenze in ogni paese non conforme alle regole create da Washington. Washington ha creato gruppi terroristi mediante le sue ramificazioni di intelligence e li ha lanciati sulla Russia, sulla Siria e sull'Iraq, come avevano fatto in Afghanistan. Inoltre hanno tentato di far esplodere la situazione ai confini della Russia, in Armenia e Kazakistan.

Il motore della strategia offensiva era stato affidato alla NATO che procedeva nella sua espansione verso Est e le ingerenze USA erano già arrivate in Georgia e Ucraina dove venivano accumulate armi e consiglieri militari statunitensi per creare nuove basi di attacco contro la Russia.

Il torto di Putin è stato quello di rompere il gioco ed intervenire in modo diretto e brutale contro l'Ucraina, un pezzo essenziale dello scacchiere geopolitico del mondo russo diventato una base di attacco USA alle frontiere della Russia.

Le dichiarazioni che vengono fatte dal presidente della Commissione europea, dal presidente Joe Biden e dal segretario alla difesa USA Austin non lasciano dubbi, lo scontro tra l'Occidente e la Russia era inevitabile, visto che quest'ultima è considerata la vera minaccia all'ordine mondiale.  Prima o poi lo scontro si sarebbe verificato e l'offensiva russa in Ucraina è stata lanciata per prevenire l'attacco delle forze ucraine e NATO contro il Donbass russofono.

Come si è capito il conflitto non è fra Russia e Ucraina ma fra USA e Russia sul terreno dell'Ucraina e nel contesto dell'Europa.

L'Ucraina è stata scelta come principale fattore di pressione sulla Russia per essere storicamente e spiritualmente il paese più vicino alla Russia. Un paese dove vivono ancora milioni di persone che parlano e pensano russo. Strappare l'Ucraina dalla Russia, farne un avamposto anti-russo era l'obiettivo principale dell'Occidente.

Nel momento attuale, sembra chiaro che siamo arrivati alla resa dei conti fra due schieramenti, quello guidato dagli Stati Uniti e quello Russo. Non è soltanto un conflitto geopolitico ma è molto di più: è uno scontro fra due visioni del mondo e segna una netta demarcazione fra l'impostazione unilaterale e l'affermazione di un mondo multilaterale dove ogni paese abbia la propria autonomia senza dover soggiacere alle regole scritte a Washington o a Londra.

Se il conflitto, come tutto lascia intravedere, è destinato ad allargarsi, è chiaro che la Russia lotta per la sua sopravvivenza come stato, come nazione e come cultura.

In tale contesto ogni paese ed ogni persona, che vive in questo ambito, deve decidere da quale parte stare. La questione non riguarda soltanto i russi o gli ucraini ed i popoli dell'Est. Riguarda tutta l'Europa.  Non è possibile invocare presunte terze posizioni o situazioni di neutralità. L’ignavia delle classi politiche europee, prone al vassallaggio del padrone d'oltre Atlantico, se non faranno una scelta autonoma, saranno condannate per sempre all’ irrilevanza.

 

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Editoriale

 

Il ruolo dell'Italia - 4

di Adriano Tilgher

Patrimonio culturale immateriale, patrimonio culturale materiale, faro di cultura e di civiltà, posizione geopolitica e strategica fondamentale per l’equilibrio nel Mediterraneo in una nuova identità che nasca dal superamento di tutte le contraddizioni interne sono il presupposto per definire il ruolo finale dell’Italia. Non si tratta di egemonia mondiale di cui stiamo parlando perché questa sul piano culturale ci appartiene di diritto e ci è riconosciuta da tutti ed è la ragione principale per cui l’Italia è sotto attacco soprattutto nel campo della formazione. Non si tratta nemmeno di becero imperialismo imperniato sulla forza delle armi sotto l’egida e il ricatto della grande industria militare, stiamo parlando di qualcosa di molto più concreto, legato ai valori profondi dell’essere umano e delle comunità che riesce a costruire.

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La Spina nel Fianco

 

Più buio che a mezzanotte non viene

22 giugno 1946 entra in vigore il: “Decreto presidenziale di amnistia e indulto per reati (..), politici e militari”, avvenuti durante il periodo dell'"occupazione nazifascista". Legge proposta e varata da Palmiro Togliatti, segretario del PCI, e allora ministro di Grazia e Giustizia del primo governo De Gasperi. L'amnistia, che prenderà il nome dal suo promulgatore, aveva come scopo primario, quello di giungere quanto prima a una pacificazione nazionale, per evitare che l'"epurazione", degli ex fascisti rallentasse la ricostruzione materiale del paese. Con l'amnistia vennero scarcerati migliaia di detenuti che furono reinseriti senza troppo clamore nella cosiddetta "Società Civile". Stranamente (o forse no) alcuni degli ex prigionieri, arriveranno perfino a iscriversi al Partito Comunista, chi per convenienza, chi per continuare l’ideale battaglia de: "Il sangue contro l'oro",  in quanto (almeno a parole) vedevano nel PCI un argine ad una visione liberista del mondo, identificando più che nell'unione Sovietica il nemico in quegli Stati Uniti artefici di massacri e distruzione delle nostre città.

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