I riflessi della sconfitta dell'impero USA in Afghanistan cambiano la geopolitica dell'Asia e del mondo

Non è difficile prevedere che i riflessi della vittoria dei talebani in Afghanistan si propagheranno come un’onda d’urto in tutto il mondo mussulmano dal Pakistan al Golfo Persico fino alla Siria, al Libano, all’Algeria ed al Marocco e saranno salutati inevitabilmente come una vittoria del mondo islamico sull’Occidente, prescindendo dalle distinzioni geografiche, etniche e religiose di quella vicenda.

Gli USA non hanno mai compreso la cultura ed i costumi delle popolazioni di questa parte dell’Asia dove nella Storia si sono incrociati i grandi Imperi da Alessandro Magno all’Impero Britannico, all’URSS e, da ultimo, all’Impero americano.

Nella loro profonda ignoranza gli americani hanno creduto di poter esportare il loro modello di società di consumo tralasciando le profonde implicazioni religiose e culturali dei popoli di quella regione.  Oggi raccolgono quello che hanno seminato.

Il valore strategico dell’Afghanistan è molto più alto di quanto si creda e il vantaggio di chi sarà in grado di controllare il corridoio asiatico fra Pakistan, Afghanistan, Iran, sarà determinante per la supremazia in Asia. Una posizione per cui la Cina gioca in primo piano con l’affiancamento della Russia.

Senza calcolare che Cina e Russia sono in pool position per potere sfruttare le enormi risorse minerarie che sono racchiuse in quel paese asiatico, come il litio, il rame, il ferro ed altre risorse importanti. Non a caso quelle di Mosca e di Pechino sono le uniche ambasciate rimaste aperte e funzionanti a Kabul.

Gli USA in 20 anni di occupazione si sono dedicati esclusivamente a sfruttare la produzione di oppio ed eroina, incrementata di 40 vote, tralasciando il resto, pur avendo speso delle cifre astronomiche di trilioni di dollari in armamenti che hanno arricchito i profitti dell’apparato industriale militare degli Stati Uniti con zero vantaggi per la popolazione afghana. Una cifra mastodontica spesa in armi ed addestramento che non è servita a nulla nel momento di contare su un esercito afghano in grado di difendere il paese dall’avanzata talebana. I soldati afghani, addestrati dagli USA e dalla NATO, sono semplicemente passati dall’altra parte (con poche eccezioni), consegnando le armi senza sparare un colpo.

Gli americani hanno sbagliato i loro calcoli ritenendo di poter contare sull’esercito afghano.

Non è stato il solo sbaglio fatto da Washington e ne sono stati fatti altri ancora più gravi riguardo alla incapacità di decifrare le tensioni e le rivalità fra le etnie costituenti la popolazione afghana.

Dal nuovo scenario asiatico la prima potenza che esce in vantaggio è la Cina, la seconda è l’Iran che aumenta il suo potere contrattuale rispetto agli USA mentre Teheran è stata ammessa al gruppo dell’accordo di Shangai.

Possiamo presumere che il fattore determinante che ha spinto l’Amministrazione Biden alla decisione di ritirarsi dall’Afghanistan sia stato quello di lasciare una zona di propagazione di estremismo islamista radicale, con il progetto di esondare la predicazione radicale verso la regione del Xinjiang della Cina, abitato dagli uiguri mussulmani.

I gruppi radicali wahabiti e salafiti sono sempre stati la fanteria di riserva degli USA, utilizzata ancora oggi in Siria e nello Yemen, e che potrebbe trovare collocazione anche in Afghanistan, per essere trasferiti poi nel Xinjiang cinese, con opportuno addestramento dell’intelligence USA o saudita.

Un futuro non proprio tranquillo quindi per mettere i bastoni fra le ruote della Belton Road cinese. Non è detto però che anche questa volta gli strateghi di Washington non abbiano sbagliato i loro calcoli.

 

Immagine: https://formiche.net/


Editoriale

 

Il ruolo dell'Italia - 4

di Adriano Tilgher

Patrimonio culturale immateriale, patrimonio culturale materiale, faro di cultura e di civiltà, posizione geopolitica e strategica fondamentale per l’equilibrio nel Mediterraneo in una nuova identità che nasca dal superamento di tutte le contraddizioni interne sono il presupposto per definire il ruolo finale dell’Italia. Non si tratta di egemonia mondiale di cui stiamo parlando perché questa sul piano culturale ci appartiene di diritto e ci è riconosciuta da tutti ed è la ragione principale per cui l’Italia è sotto attacco soprattutto nel campo della formazione. Non si tratta nemmeno di becero imperialismo imperniato sulla forza delle armi sotto l’egida e il ricatto della grande industria militare, stiamo parlando di qualcosa di molto più concreto, legato ai valori profondi dell’essere umano e delle comunità che riesce a costruire.

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La Spina nel Fianco

 

Più buio che a mezzanotte non viene

22 giugno 1946 entra in vigore il: “Decreto presidenziale di amnistia e indulto per reati (..), politici e militari”, avvenuti durante il periodo dell'"occupazione nazifascista". Legge proposta e varata da Palmiro Togliatti, segretario del PCI, e allora ministro di Grazia e Giustizia del primo governo De Gasperi. L'amnistia, che prenderà il nome dal suo promulgatore, aveva come scopo primario, quello di giungere quanto prima a una pacificazione nazionale, per evitare che l'"epurazione", degli ex fascisti rallentasse la ricostruzione materiale del paese. Con l'amnistia vennero scarcerati migliaia di detenuti che furono reinseriti senza troppo clamore nella cosiddetta "Società Civile". Stranamente (o forse no) alcuni degli ex prigionieri, arriveranno perfino a iscriversi al Partito Comunista, chi per convenienza, chi per continuare l’ideale battaglia de: "Il sangue contro l'oro",  in quanto (almeno a parole) vedevano nel PCI un argine ad una visione liberista del mondo, identificando più che nell'unione Sovietica il nemico in quegli Stati Uniti artefici di massacri e distruzione delle nostre città.

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