L'aggressione alla Palestina è parte del piano di Israele e USA in Medio Oriente

La nuova campagna di aggressione di Israele contro la Palestina, iniziata il 7 maggio con l'attacco a Gerusalemme, rimette la questione palestinese al centro della geopolitica del Medio Oriente, esautorando definitivamente i fantomatici ed inattuabili piani di pace costruiti da USA e Israele sulla pelle dei palestinesi.

Ancora una volta nella storia ritorna la lotta del "sangue contro l'oro", dove il sangue è quello dei palestinesi e l'oro è quello offerto ai regimi corrotti, le monarchie sunnite del Golfo, per svendere la causa palestinese.

Le maschere sono cadute e sionisti e americani si trovano di fronte l'incrollabile resistenza dei palestinesi che, pur considerati dall'occidente "brutti, sporchi e cattivi", non rinunciano a combattere per la loro terra.

Crolla la costruzione propagandistica di Washington sui diritti umani e di Israele quale "unica democrazia" del Medio Oriente, dimostrando la falsa e ipocrita retorica americana che brandisce i diritti umani come strumento di propaganda mentre è complice nei massacri che il suo alleato sionista compie in Medio Oriente. Questo mentre Israele dimostra la sua natura criminosa, di uno stato genocida e colonialista, basato sul primatismo razziale.

Persino i vescovi cristiani della Palestina sono insorti richiedendo giustizia per i palestinesi e difendendo la loro causa che è quella di mussulmani e cristiani che Israele tende a espellere da Gerusalemme e dalla Palestina per fare posto ai suoi coloni, per sostituire la popolazione nativa. Il colonialismo di Israele, intollerabile nel XXI secolo, è accettato solo dall'ipocrisia occidentale.

Gerusalemme, città sacra alle tre religioni, aveva uno status particolare tutelato dalle Nazioni Unite, ed è stata Israele a violare quello status, con la pretesa di annettersi i quartieri arabi di Gerusalemme Est e bloccando l'ingresso alla sacra moschea di Al Quds. Questa la causa del conflitto e non i razzi sparati da Gaza, che sono una reazione al sopruso, al contrario di quello che afferma la propaganda occidentale.

Si era capito fin dall'inizio che questo conflitto serviva a Netanyahu, vista la crisi politica per l'impossibilità di formare un governo e le accuse di corruzione che minano la sua immagine, per distogliere l'attenzione dai suoi problemi e atteggiarsi a salvatore di Israele.

Allo stesso tempo si trattava di accelerare il piano di espulsione dei palestinesi da Gerusalemme est, in vista dell'obiettivo perseguito della "grande Israele".

Un piano che esiste da tempo e che è fortemente appoggiato anche dai neocon di Washington.

Secondo il vecchio piano sionista, “la Terra Promessa" si deve estendere dal fiume d’Egitto fino all’Eufrate, include parti della Siria e del Libano. Il piano elaborato da Oded Yinon aveva stabilito che l’obiettivo principale di Israele è quello della decomposizione degli stati arabi ostili a Israele, una balcanizzazione di fatto.

Questo spiega l'appoggio fornito da Israele ai terroristi salafiti in Siria e il sostegno alle formazioni curde in Iraq e Siria. 

La guerra in Medio Oriente non è finita ma è appena iniziata e Israele intende trascinare Stati Uniti e potenze della NATO in questo conflitto per perseguire i suoi fini. Già la Gran Bretagna vuole intervenire nuovamente nella guerra in Siria, architettando provocazioni chimiche e nuovi interventi militari per disconoscere il regime di Assad che si prepara a nuove elezioni.

Tutto lascia intravedere quindi un nuovo allargamento delle ostilità alla Siria, al Libano e all'Iraq, dove il fronte della resistenza si è esteso e rinsaldato.  Questo consolidamento dell'asse della resistenza è anche un effetto della resistenza palestinese che fornisce nuovo spirito di rivolta contro Israele.

Il prossimo conflitto, non sarà una passeggiata per i nuovi colonizzatori occidentali, visto che anche la Russia e la Cina hanno compreso il pericolo e sono interessate a intervenire.


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Editoriale

 

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