Erdogan giura alla nazione e porta l’omaggio alla Nato

Il 9 luglio scorso, in Turchia si è svolta la cerimonia di giuramento del Presidente della Repubblica Recep Tayyp Erdogan. Le elezioni del 24 giugno hanno portato il leader del partito neo-liberal islamico turco alla vittoria, con un 52,5 % determinante per l’assetto geopolitico del Paese in ambito europeo e medio-orientale.

All’evento erano presenti ben 22 capi di stato e di governo, fra i quali alcuni “amici speciali”, come l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder e il leader della tunisina Ennahda, Rached Ghannouchi. Presenti anche alleati dei Balcani, Serbia, Bosnia, Macedonia del Nord, Moldavia, Kosovo e Bulgaria, dove l’influenza della Turchia è un residuo del dominio dell’era ottomana, dell’Africa, dove la Turchia ha cercato di ampliare la sua influenza e quindi delegati di Guinea-Bissau, Guinea, Guinea Equatoriale, Zambia, Somalia, Sudan e Mauritania. Anche l’alleato chiave di Ankara, l’emiro del Qatar, è arrivato, così come il rappresentante del Pakistan. L’unico leader di alto livello delle Americhe presenti era il venezuelano Nicolas Maduro.

La cerimonia è iniziata con una visita di Erdogan alla tomba di Mustafa Kemal Ataturk, il fondatore della moderna Turchia, con tanto di salve di 101 cannoni e la presenza di una banda militare in costumi ottomani. La fusione della tradizione con lo sfarzo dell’era ottomana sembra mostrare come la Turchia oggi stia cercando di colmare il divario tra la sua politica locale e le sue aspirazioni di politica estera, in particolare in Siria.

La nuova Costituzione pone Erdogan come capo di una Repubblica fortemente presidenzialista,  in cui non è prevista la figura del premier.

E, non a caso, subito dopo due giorni, il “sultano” turco è a Bruxelles al vertice Nato, alleanza di cui la Turchia è membro con il primo allargamento del 1952, mantenendo saldi rapporti. Quella stessa Nato che ha taciuto su tutto ciò che Erdogan ha fatto in questi ultimi anni, dal sostegno conclamato all’Isis (si pensi solo alle decine di migliaia di “foreign fighters” transitati dagli aeroporti turchi, al viavai di beni logistici, di armi e di petrolio), all’occupazione di territori curdi in Siria, violando palesemente il diritto internazionale, quando in nome del medesimo diritto la Nato fece la guerra a Saddam Hussein per aver occupato l’Emirato del Kuwait.

Nonostante le tensioni con gli Stati Uniti negli ultimi anni motivate dai rapporti di Erdogan con la Russia di Vladimir Putin, compreso la costruzione di una centrale nucleare e l’acquisto di armamenti, il nuovo governo turco continuerà probabilmente a stringere legami con Mosca al fine tenere, per così dire, un piede in due staffe.
Per molte potenze europee la Turchia è un alleato chiave ma non per valori condivisi, bensì perché l’Unione Europea sta pagando 6 miliardi di euro alla Turchia per arginare- così scrivono - la crisi dei rifugiati.
Turchia utile e comoda alla Nato per la sua posizione strategica e all’Unione Europea: cosa importa se il “sultano” Erdogan sta distruggendo la popolazione curda in Turchia, o in Siria, o con la diga di Ilsu sta rovinando siti patrimonio di umanità?

Ancora una volta, la UE delle tecnocrazie gius-finanziarie e neoliberiste, serva dell’americanismo, si rivela abile doppiogiochista che crea e armeggia i suoi assetti politici a favore del proprio mefistofelico tornaconto.


Editoriale

 

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