L'Italia è prima in Europa per la povertà

In questi ultimi mesi, durante la campagna elettorale, si è molto parlato della situazione dell’Italia nell’ambito dell’Unione Europea. In realtà, a parte le polemiche contro il dirigismo – di stile simile a quello sovietico dei “commissari” e del “Praesidium” – del sistema incentrato su Bruxelles, è interessante rilevare quale sia la posizione “sociale” dell’Italia rispetto ai suoi associati europei.

Un dato molto sensibile è quello relativo alla povertà e i numeri che emergono sono veramente assai negativi per il nostro Paese. Intanto, è bene sapere che in tutta Europa, nel 2016, i cittadini considerati “poveri” in base a determinati parametri, erano ben 117 milioni: dato, questo, certamente allarmante se si pensa che esso corrisponde al 23% della popolazione totale che è di 506 milioni di abitanti. Ciò dovrebbe indurre a molte riflessioni politiche ed economiche non tanto sul rapporto dell’Italia con l’Europa ma piuttosto sui risultati negativi di un sistema liberal-capitalista e finanziario applicato in modo dogmatico e senza scrupoli dai vertici decisionali dell’Unione Europea, Commissione e Banca Centrale.

Ma la cosa ancor più sconvolgente è il fatto che l’Italia si classifica al primo posto in questa triste classifica, con 18 milioni di poveri. Tra di essi, un’attenzione particolare è riservata ai cosiddetti “deprivati”, ossia persone in condizioni di povertà assoluta (impossibilitati ad alimentarsi, vestirsi e abitare): sui 33 milioni di europei, l’Italia ne conta ben cinque milioni e mezzo!

Da rilevare che nel corso dell’ultimo decennio in genere i principali e più importanti Paesi europei hanno visto diminuire i loro indici di povertà e deprivazione: l’unico Paese che li ha aumentati, ed in misura considerevole, è stata proprio l’Italia dove i poveri sono incrementati del 19% e i “deprivati” addirittura del 47,5%! Indici, questi, ancora più significativi se si tiene conto che nello stesso periodo l’Unione Europea nel suo complesso ha visto diminuire i poveri del 2% e i “deprivati” del 32%.   

Cosa dicono queste statistiche? Tre cose, essenzialmente. 

La prima, che la rigida politica di austerità finanziaria applicata dal governo europeo impedisce la crescita e lo sviluppo economico: non si possono fare infrastrutture, non si può ammodernare l’esistente, non si possono dare incentivi all’imprenditoria, non si incrementano i consumi (e quindi la produzione e l’occupazione) perché i redditi da lavoro o da impresa sono pesantemente falcidiati dai prelievi fiscali necessari per sostenere l’equilibrio di bilancio. Insomma, si fa una politica economica che è l’opposto di quella teorizzata da Keynes (il “deficit-spending”) per superare i periodi di crisi.  

La seconda, che queste cifre sono anche la manifestazione pratica della globalizzazione, che agisce in due modi: con il trasferimento al di fuori dell’Unione Europa di industrie dove vi sono costi minori, soprattutto quelli sociali, e la conseguente chiusura delle fabbriche nei Paesi originari causa disoccupazione e povertà; e con l’importazione di merci prodotte al di fuori dell’Europa a prezzi bassissimi essendo non gravate dagli oneri sociali, fiscali, igienici e ambientali.

La terza, che i governi italiani (che, dal 2011, hanno seguito le “Direttive” e gli ammonimenti europei) non hanno saputo mettere in atto sia misure per lo sviluppo produttivo e dell’occupazione, sia interventi sociali a favore della povertà: anzi, le poche risorse finanziarie disponibili sono state utilizzate per gli immigrati irregolari…

Ma la cosa sorprendente è che queste analisi non vengono fatte dalla grande stampa d’informazione e dai media televisivi, nascondendo all’opinione pubblica la situazione italiana, in fondo alla graduatoria dei Paesi europei!

 


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