4 marzo

Galli della Loggia nell’editoriale “Un paese che va rifondato” rileva che persino Giuliano Ferrara si è accorto della situazione tremenda nella Repubblica “virtualmente a pezzi” che abbiamo da tempo sotto gli occhi.

In effetti ancora non si riesce a tener conto della situazione drammatica e inverosimile, piena di ombre e di compromessi, apertasi il 4 marzo, e non ancora conclusasi dopo quasi 3 mesi.

Ma il grave, lo sconfortante e il drammaticamente equivoco sulle forze che stanno lavorando, con risultati finora del tutto inconsistenti, alla formazione del nuovo Esecutivo è rappresentato dall’enfasi con cui viene strombazzato che 87213 militanti hanno preso parte alla votazione per la votazione sulle modifiche allo statuto cioè, in termini più seri, hanno approvato delle trattative di governo con Salvini.

Occorre però con forza ricordare che i grandi dati nei colleggi uninominali per il Movimento 5 Stelle hanno ottenuto 10697994 voti, cifra quindi estremamente più seria, più valida e che pare oggi del tutto volatilizzata.

Il movimento del comico genovese però può vantare caratteristiche più chiare rispetto a quelle del movimento Lega-Salvini. Questo raggruppamento non si è mai degnato di dare un contenuto numerico al vantato consenso degli elettori.

È vero anche che il ringalluzzito Berlusconi creda di recuperare credito con il vecchio trito e anacronistico livore sui temi della giustizia. Non si può parlare infatti di novità in un contratto movimentista stilato con qualche offesa alla lingua italiana e con uno stile più burocratico tipico dei legulei che si apprestano ad impossessarsi delle leve ministeriali nelle file dei 5 stelle.

Non va nascosta e non può essere nascosto che l’esperienza invernale 2016 è stata assai più seria, più incisiva e più determinata rispetto a quella sfuggente e fragile, magmatica del primaverile.

Almeno in quella occasione la volontà degli italiani si manifestò apertamente contro un personaggio politico inviso e che da allora non ha fatto che inanellare una serie di eloquenti batoste elettorali.


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Editoriale

 

L'antifascismo in assenza di Fascismo

di Adriano Tilgher

Davanti al nulla assoluto della loro presenza e capacità politica ed al loro squallido servilismo nei confronti dell’emissario dei potentati anti italiani, Draghi, tutti i partiti ed i sindacati hanno ritrovato ossigeno e una ragione per esserci nell’antifascismo. L’antifascismo è un rito antico, impostoci con il diktat di pace del 1947 da inglesi, americani, marocchini che ci hanno sconfitti ed occupati il 25 aprile 1945 e non se ne sono più andati. Un rito recepito dalla nostra costituzione nelle norme transitorie e finali che non transitano mai.

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La Spina nel Fianco

 

Sindacalismo Rivoluzionario

Settembre 1904 con il primo sciopero nazionale prende ufficialmente vita in Italia il "Sindacalismo Rivoluzionario", tra i principali ideologi il francese Georges Sorel e gli italiani Arturo Labriola e Enrico Leone. Il principio fondamentale del sindacalismo rivoluzionario era l'indipendenza sindacale nei confronti sia dei partiti politici che dello Stato. Inizialmente nasce come corrente di sinistra in seno al Partito Socialista per poi distaccarsene nel congresso di Ferrara del 1907, per avviare un lavoro sindacale autonomo, dapprima nelle campagne emiliane, poi nei centri industriali del Nord, e nelle miniere di Puglia e Toscana. I suoi organizzatori più attivi furono Alceste De Ambris e Filippo Corridoni. Nel 1907 a Parma nasce la CGdL, su una idea di Alceste de Ambris. Nel 1912 Filippo Corridoni ed altri, spaccano il movimento creando l'(USI), l'Unione Sindacale Italiana, che aumentò il proprio peso politico diffondendosi specialmente a Milano.

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