Eppure un governo ci vuole

A due mesi dalle elezioni politiche, lo stallo è totale.

In queste settimane si assiste allo spettacolo inverecondo di forze politiche che discutono di tutto, fuorché dei problemi nazionali. Tra le stupidaggini più insulse che tocca ascoltare c’è quella secondo la quale non è un gran danno se manca un governo. Balle, alimentate da chi fa apertamente il tifo perché non vi siano governi ma solo consigli d’amministrazione dominati da patti di sindacato tra lorsignori, alle spalle dei popoli.

La verità è che un governo ci vuole, anzi è urgente.

Nessuno decide che cosa fare dinanzi alla ripresa degli sbarchi di clandestini. La Marina continua ad agire come un traghetto della Tirrenia. Intanto, secondo il DEF (documento di economia e finanza) presentato da Pier Carlo Padoan, ministro proconsole europeo, la spesa per l’accoglienza supererà nel 2018 i 5 miliardi.

L’incompetenza del ministero dell’istruzione ha portato alla situazione assurda per cui migliaia di insegnanti elementari di ruolo (!!!) potrebbero essere cacciati in massa in quanto non laureati. Conseguenze drammatiche per gli interessati, ma anche un gigantesco impiccio per il prossimo anno scolastico.

Nell’ambito economico, le questioni sono ancora più complesse. Richiedono decisioni forti, rapide, interventi che cambino il corso di decenni. Non c’è un governo per prendere in mano la questione dei crediti inesigibili, una spada di Damocle sul sistema Italia. In due anni, la Banca Centrale ordinerà (gli ordini provengono soltanto dalle sacre “autorità monetarie”) che siano iscritte a passivo le somme assistite da garanzie, in otto anni le altre. Il sistema bancario ha i quattrini per far fronte o cercherà di far pagare Pantalone, ossia pagano depositanti, correntisti e obbligazionisti?

Nessuna autorità pubblica sta lavorando per fare fronte al momento in cui la BCE smetterà di creare dal nulla trilioni di euro al fine di evitare il peggio, né ci si interroga sul fatto evidente che l’enorme debito pubblico non può aritmeticamente essere ripagato.

Là fuori, nel vasto mondo, c’è chi sta ponendo dazi e tariffe all’importazione. Donald Trump ha concesso un altro mese all’Europa. I nostri interessi sono del tutto privi di protezione, giacché i giochi, a livello europeo, li fanno la Germania, il nostro maggior competitore sul mercato manifatturiero, la Francia, che sta cercando di mangiarsi pezzi decisivi della nostra economia e la Gran Bretagna che, beata lei, è fuori dall’euro. Persistono le sanzioni contro la Russia, quelle sì molto pregiudizievoli.

La tassazione complessiva sul lavoro è al 47,7 per cento contro il 35,9 europeo. Desta meraviglia, se non legittimo orgoglio, che la manifattura italiana non sia ancora morta. Aumenta la povertà, tanto che non basta avere un lavoro stabile per esserne al riparo. Un italiano su otto è al di sotto della soglia statistica dell’indigenza, uno su quattro in Sicilia. Si allarga la forbice Nord Sud.

L’Alitalia perde due milioni al giorno, ma il ministro Calenda gioca a rifare il Partito Democratico. Il debito pubblico aumenta senza posa nonostante i soldi sottratti agli italiani per pagare interessi ai sedicenti debitori.

Noi ci balocchiamo tra esternazioni di Di Maio, tweet di Martina, capricci di Silvio e interviste di Renzi. I fatti ci dimostrano che nessuno si occupa delle cose serie, di ciò che interessa le nostre vite. Una prova è l’assoluto silenzio rispetto agli aumenti dell’IVA. Nel 2019, l’Iva agevolata passerà dal 10 all’ 11,5 per cento, per balzare al 13 l’anno seguente. L’aliquota normale salirà dal 22 al 24,5 per cento l’anno prossimo, poi al 24,9 nel 2020 per assestarsi al 25 nel 2021. Ciliegina sulla torta, una parte dell’imposta andrà a rimpinguare le casse di Bruxelles.

L’impatto sull’economia sarà devastante. L’esborso per la famiglia media è calcolato in 1.300 euro annui. In assenza di decisioni forti, due sole le vie per scongiurarlo: aumento delle tasse o nuovo taglio delle spese. Ma continuiamo a fare il tifo per Gigino, per l’uno o l’altro Matteo o per la vecchia gloria di Arcore. Intanto, il contatore gira, i fatti tornano a galla, l’Italia muore.                                                    


0
0
0
s2smodern

Editoriale

 

L'antifascismo in assenza di Fascismo

di Adriano Tilgher

Davanti al nulla assoluto della loro presenza e capacità politica ed al loro squallido servilismo nei confronti dell’emissario dei potentati anti italiani, Draghi, tutti i partiti ed i sindacati hanno ritrovato ossigeno e una ragione per esserci nell’antifascismo. L’antifascismo è un rito antico, impostoci con il diktat di pace del 1947 da inglesi, americani, marocchini che ci hanno sconfitti ed occupati il 25 aprile 1945 e non se ne sono più andati. Un rito recepito dalla nostra costituzione nelle norme transitorie e finali che non transitano mai.

Leggi tutto...

La Spina nel Fianco

 

Sindacalismo Rivoluzionario

Settembre 1904 con il primo sciopero nazionale prende ufficialmente vita in Italia il "Sindacalismo Rivoluzionario", tra i principali ideologi il francese Georges Sorel e gli italiani Arturo Labriola e Enrico Leone. Il principio fondamentale del sindacalismo rivoluzionario era l'indipendenza sindacale nei confronti sia dei partiti politici che dello Stato. Inizialmente nasce come corrente di sinistra in seno al Partito Socialista per poi distaccarsene nel congresso di Ferrara del 1907, per avviare un lavoro sindacale autonomo, dapprima nelle campagne emiliane, poi nei centri industriali del Nord, e nelle miniere di Puglia e Toscana. I suoi organizzatori più attivi furono Alceste De Ambris e Filippo Corridoni. Nel 1907 a Parma nasce la CGdL, su una idea di Alceste de Ambris. Nel 1912 Filippo Corridoni ed altri, spaccano il movimento creando l'(USI), l'Unione Sindacale Italiana, che aumentò il proprio peso politico diffondendosi specialmente a Milano.

Leggi tutto...

Questo sito si serve di cookies tecnici e di terze parti per fornire servizi. Utilizzando questo sito acconsenti all'uso dei cookies.