“Capolavoro” di Meloni e Salvini: Verona al centrosinistra

Ce l’hanno fatta: sono riusciti a regalare Verona al centrosinistra. Gli “scienziati” che rispondono ai nomi di Giorgia Meloni e Matteo Salvini confidavano, probabilmente, nell’anima di destra della città scaligera e hanno lasciato che il loro candidato sindaco, Federico Sboarina (uomo di Fratelli d’Italia), rifiutasse, al ballottaggio, l’apparentamento (e dunque i voti) di Flavio Tosi e di Forza Italia. Risultato: l’ex calciatore Damiano Tommasi (colui che fu l’anima candida dell’ultima Roma scudettata) è il nuovo sindaco di Verona.

Eppure, già dal primo turno erano usciti risultati che dovevano far scattare un serio campanello d’allarme: la lotta fratricida tra Sboarina e Tosi aveva fatto sì che Tommasi chiudesse in testa, con un 39,08 per cento, che non gli avrebbe comunque garantito il successo al ballottaggio, di fronte a un centrodestra unito. Il sindaco uscente Sboarina, infatti, aveva ottenuto il 32,7 per cento dei voti, ottenendo il diritto di sfidare Tommasi dopo due settimane, mentre Tosi si era attestato su un ottimo 23,9 per cento. E altri due candidati di destra (Zelger e Sautto) avevano ottenuto, con le loro liste, un 3,2 complessivo. Insomma, se il centrodestra si fosse compattato, per Tommasi non ci sarebbe stato niente da fare.

Sboarina e Tosi, però, non sono solo rivali politici: sono divisi da un astio personale quasi insanabile e, malgrado Tosi si fosse dichiarato disponibile a un apparentamento, l’esponente di Fratelli d’Italia ha detto che si sarebbe appellato agli elettori, senza accordi ufficiale con Tosi e Forza Italia. È a quel punto che Meloni e Salvini sarebbero dovuti entrare in scena di prepotenza, costringendo i due “galli” a un apparentamento ufficiale, che chiamasse alle urne tutti gli elettori del centrodestra, per sconfiggere Tommasi. E, invece, niente. Silenzio assoluto. Leader dei partiti non pervenuti e Sboarina avanti per la sua strada, tanto da schiantarsi contro il muro delle astensioni, certamente incentivate dai fedelissimi di Tosi.

Ecco, ciò che è accaduto a Verona è l’esempio dell’autolesionismo di quello che tutti si ostinano a chiamare centrodestra, ma che è soltanto un insieme di personaggi con smanie di protagonismo, senza alcuna capacità di visione politica, senza una strategia che guardi al futuro. E, soprattutto, senza alcuna vera caratteristica che possa farli definire di destra. Meloni e Salvini esprimono la loro azione politica sui social, in tv, sui giornali, intervenendo sull’attualità, ma non occupandosi di un progetto capace di rilanciare davvero un Paese allo stremo e di restituire speranza a milioni di cittadini ridotti in povertà.

Matteo Salvini, ormai, è ridotto a una macchietta e anche dentro la Lega è contestato apertamente. Giorgia Meloni, invece, si gode i sondaggi che danno Fratelli d’Italia primo o secondo partito italiano, ma alla luce dei fatti i “fratellini”, da soli, non vanno da nessuna parte.

La scoppola di Verona, dunque, dovrebbe aprire gli occhi a Meloni e Salvini, perché se continueranno ad accumulare errori e sconfitte non solo agevoleranno la conferma di Draghi a Palazzo Chigi nel 2023, ma riusciranno anche a far risorgere Forza Italia, che, con Berlusconi a mezzo servizio, sembra destinata all’oblio.

La verità è che, per poter tornare a parlare di un centrodestra forte e propositivo, servirebbero nuove guide politiche, di ben altro livello, rispetto alle attuali. Al momento, però, non si intravedono personaggi di questa caratura. Draghi e i Tommasi di turno ringraziano.

 

 

Immagine: https://www.adnkronos.com/


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