La morte non è bianca

Il 3 maggio Luana D’Orazio 22 anni, ragazza mamma di Donatello (d’anni 5), resta uccisa sotto il  rullo di un orditoio nella fabbrica tessile a lei omonima, Orditura Luana, siamo a Oste di Montemurlo nel pratese, era l’ultimo nome, in ordine di tempo, a riempire le cronache di giornali, le bocche algide dei mezzibusti, l’ultimo volto, assai bello, solare, appuntato sulla gotica bacheca  dei caduti in guerra nella trincea del lavoro e per il lavoro (lei era un’apprendista), colonna dorica della nostra Costituzione repubblicana.

Dal 1° gennaio al 1° maggio (festa di Fedez più che dei lavoratori, sic!e arisic!) erano morti/e 194 lavoratori/rici, un sacrificio umano al Minotauro vorace sempre in agguato nel labirinto di fabbriche e cantieri,  tra colpe, omissioni, norme aggirate,  usura sulla pelle operaia, fotogrammi veloci d’ un doc. visto, rivisto mille volte, muto, in bianco e nero  ma con l’addizionale maledetta di sempre nuovi interpreti, a ogni corpo straziato qualche riga sui media, la scontata sequela degli oibò sindacali con cipiglio feroce, indagini, commozione da coccodrilli seguiti da stentoree ri-promesse.

Donatello (che nome importante) crescerà nell’orto dei nonni materni, la mamma, come si dice in questi casi l’è volata in cielo a completare il giardino delle belle stelle brillanti, ma a far che? Si interrogherà il bambino in cuor suo rimasto all’improvviso vuoto. Se il suo d’amore l’era qui, ora, l’ero io, un amore forza motrice del dovere-piacere di tirar su un figlio voluto, accolto a soli 17 anni, perché sei lassù e non qui a rimboccarmi le coperte, perché? Fra molto tempo ti rassegnerai alla risposta scritta da un giudice su pezzi di carta, li riporrai in un cassetto, non ti restituiranno un solo minuto di tua madre. 

Ecco mentre scriviamo queste scarne righe leggiamo d’ un operaio, Cristian Martinelli, 49 anni, schiacciato da un’enorme fresa industriale in una fabbrica a Busto Arsizio, volo dei soccorsi in elicottero a Legnano, nulla da fare, è morto, lascia una vedova e due orfani. E ancora un altro, 56 anni, nel lombardo schiacciato come un sasso sotto un carico di lamiere, nel mentre altri tre sono gravissimi investiti da un fiotto d’ acciaio fuso, no la classe operaia non va in paradiso ma all’inferno degli uomini.

La morte non ha il colore della neve ma il viola della paura, un giorno qualunque di fatica è l’ultimo, un attimo e il corpo è maciullato altro che chiacchiere,  alla lista s’aggiungeranno sempre altri nomi post Luana, la statistica certifica la strage senza soluzione di continuità, medie alla mano, quest’anno, già contiamo ben più di un caduto al giorno sul lavoro, e sentenziano sempre i bigotti dei diritti: che sia l’ultimo, bisogna, si deve, faremo... demagogia di colpevoli paraculi nascosti dietro il cespuglio delle false buone intenzioni, usate più per acquietare gli animi, ribadire ruoli e posizioni che dar battaglia vera perché gli accidenti sul lavoro siano gemelli dello zero.

Ha detto librando molto in alto la mamma di Luana: Basta morti sul lavoro, non deve succedere né a vent’anni, né a quaranta né a sessanta”. Gridiamo BASTA!!! e invece...

Non c’è vuoto legislativo su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro in Italia, le corpose norme del D.lgs 81/2008, pompate dall’UE, sono raccolte nel faldone TUSL, c’è di tutto, dalla prevenzione scorrendo fino alle denunce, pene severissime, sanzioni, mancano però i falchi, i guardiani del faro, cioè gli ispettori e i VVF son pochi e mal pagati, perciò i sciur padrun da li béli braghi bianchi, Sig. Stato compreso, s’arrangiano su prevenzione e sicurezza (basti vedere le scuole), allungano l’elastico del tempo su interventi, manutenzioni straordinarie, certificazioni (CPI) lamentandone gli alti costi, si procede all’italiana facendo gli sciamani scongiuri, aglio, fravaglio, fattura ca nun quaglio, corna, bicorna... ma soprattutto scaricando responsabilità e fardelli col metodo a rimbalzo, dal generale subito, veloci giù, giù fino al soldato semplice.

La nebbia fitta delle  verbosità vuote, spesso compiacenti o peggio corrotte, a ogni morte si dirada poi riscende rapida sulle tute lasciando i lavoratori impietosamente nudi davanti a una signora scheletrica vestita di pizzo nero con la guepiere tarlata. À la guerre comme à la guerre dice un motto di rassegnazione francese, eh no! E’ criminale  quel si fa quel che si può, il succo del detto, sia invece motto di battaglia dura a tutto tondo perché anche una sola morte sul lavoro la si annoveri al più presto quale impossibile eccezione, evento d’infinitesima probabilità.

E’ una guerra di sinistra balbetteranno sommesse le coscienze dei rivoluzionar-poltroni, che studino le capre della destra gli anni ‘20 e ‘30 sul tema delle salvaguardie sul lavoro.  Non ci interessa poi la disputa di proprietà su un tema incandescente, no! Lo ribadiamo non ce ne frega un c...o, purché sia guerra unitaria e vittoria una volta per sempre.


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Editoriale

 

Riconquistare la sovranità

di Adriano Tilgher

Vedo un sistema di potere drammatico, anzi, addirittura tragico per le prospettive di vita che ci lascia intravvedere e che addirittura, in parte, annuncia. Poi mi accorgo che inizia a manifestarsi una complessa volontà di opposizione, talvolta anche radicale, ma che si agita scompostamente sia, per fortuna, con idee valide ma il più delle volte senza una prospettiva reale di lotta e di confronto che rischia di annullare tutti gli enormi sforzi che si producono.

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La Spina nel Fianco

 

Destra divina che è dentro di noi

Dall'archivio di "Strano ma Nero" voglio far uscire alcune perle che sono sicuro susciteranno stupore (e indignazione) in molti lettori, voglio parlare di un uomo che Pietrangelo Buttafuoco ha definito "Il più ruvido incazzoso squadrista che mai calendario abbia potuto avere”, Francesco Forgione, meglio conosciuto come San Pio da Pietrelcina. Forgione nasce a Pietrelcina, provincia di Benevento, il 25 maggio 1887.  Il 22 gennaio 1903, a sedici anni, entra in convento e da francescano cappuccino prende il nome di fra Pio. Diventa sacerdote sette anni dopo, il 10 agosto 1910. Nel 1916 i superiori pensano di trasferirlo a San Giovanni Rotondo e qui, nel convento di S. Maria delle Grazie, ha inizio per Padre Pio una straordinaria avventura di taumaturgo e apostolo del confessionale. Il 20 settembre 1918 il cappuccino riceve le stimmate della Passione che resteranno aperte, dolorose e sanguinanti per ben cinquant’anni.

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