Italia stremata

La foto di una ristoratrice toscana, che piange in ginocchio, davanti ai poliziotti, schierati per evitare l’ingresso in piazza Montecitorio,  può essere presa a simbolo di quel che sta cercando di fare il Governo Draghi, proseguendo l’opera dell’esecutivo Conte: distruggere il tessuto produttivo del Paese e perseguitare cittadini, imprenditori e lavoratori, senza rispettare i dettami della nostra Costituzione, perché al Quirinale, anziché il custode della Carta fondamentale, c’è un complice di questa strategia.

A questo punto, infatti, non si può più parlare di casualità, non si possono più invocare la sorpresa, l’emergenza sanitaria e la necessità di tenere tutto chiuso. No, oggi, tredici mesi dopo la dichiarazione dello stato pandemico, non ci sono più alibi: chi sta uccidendo le aziende, portandole al fallimento, lo fa in modo scientifico, avendo il preciso obiettivo di consegnare il nostro Paese ai potentati economici e finanziari mondiali.

In un anno e mezzo, il Governo Conte bis aveva piegato le gambe a settori fondamentali dell’economia italiana, quali la ristorazione, l’ospitalità e il turismo, con il loro indotto. Milioni di posti di lavoro messi a repentaglio per chiusure prolungate molto più del necessario. “C’è l’emergenza sanitaria, non possiamo fare diversamente”, si giustificavano il premier e i suoi ministri. E a chi faceva notare che, di quel passo, gli italiani sarebbero morti di fame, oltre che di Covid, gli “scienziati” di Palazzo Chigi e dintorni ribattevano che “il nemico è il virus, dobbiamo mettercelo in testa”. Risultato: in Italia si continua a morire più che nel resto del mondo, malgrado si resti chiusi.

Non solo. Nel nostro Paese il piano vaccinale è un fallimento totale, mentre quei medici che curano i pazienti tenendoli a casa – con risultati straordinari – vengono trattati come nemici della salute pubblica. Così, resta in vigore la raccomandazione ministeriale di “tachipirina e vigile attesa” per i primi giorni di Covid, cosa che ha portato decine di migliaia di cittadini ad aggravarsi, finendo poi in ospedale e, in molti casi, a morire.

Viene da chiedersi, perciò, se anche questa negligenza nel campo delle cure faccia parte della strategia complessiva: più malati, più morti, più chiusure, più fallimenti. Ed è lecito domandarselo, perché alla guida del Ministero della Salute, anche nell’era Draghi, resta il postcomunista Roberto Speranza, che non ne ha azzeccata una: non il piano vaccinale, non le cure antiCovid, non il sistema per riaprire il Paese. In qualsiasi altra nazione, un incapace di questa fatta sarebbe stato cacciato a calci nel sedere, in Italia, invece, il nuovo premier, che certo non è uno stupido, lo difende pubblicamente: “Ha tutta la mia stima”.

Come si dice, tre indizi non fanno una prova, ma adesso ce n’è abbastanza per poter dire che – se Speranza resta al suo posto, se le attività commerciali non possono aprire, se gli aiuti non arrivano mai, se i vaccini sono ancora una chimera per larga parte della popolazione – tutto questo non può essere frutto del destino cinico e baro.

C’è un disegno, è evidente, e non rappresenta nulla di bello. Quante altre ristoratrici dovremo vedere ancora, in ginocchio e con le lacrime agli occhi? L’Italia non merita questo, non merita le restrizioni alle libertà personali, che vengono imposte in barba alla Costituzione, non merita di essere governata da una banda di cialtroni, mascherati da “migliori”.

Non ne possiamo più, non ne possono più milioni di cittadini, senza lavoro e senza futuro. Cerchino di capirlo, gli inquilini dei Palazzi romani: questa è la strada per uno scontro sociale senza precedenti. La abbandonino e riaprano il Paese, prima che la rabbia e la fame travolgano tutto e tutti.


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Editoriale

 

L’attacco alla scuola

di Adriano Tilgher

La prima vittima dell’attacco all’integrità del nostro popolo è la scuola.

Noi eravamo orgogliosi della nostra scuola, del tipo di formazione che dava ai nostri giovani, della qualità dei quadri che ne venivano fuori in tutti i campi e in tutti i settori, del senso critico, della libertà di pensiero profondo, delle capacità di analisi, di sintesi dei nostri giovani che permetteva loro di emergere ovunque si applicassero ed ovunque andassero.  La nostra scuola era ammirata e studiata da tutti e questo era uno dei principali elementi di invidia nei nostri confronti.

Infatti, quando l’Italia ha perso la guerra, le nazioni vincitrici ed i loro complici di casa nostra hanno iniziato a picconare tutte le colonne portanti del nostro incommensurabile patrimonio culturale materiale ed immateriale e prima fra tutte la scuola. Non è un caso che la prima sovranità che è stata messa sotto attacco è stata quella culturale.

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La Spina nel Fianco

 

TSO di Stato

Fano, Istituto Tecnico Commerciale Adriano Olivetti, una scuola che vanta una storia secolare, apprendiamo dal sito ufficiale che è operativo dal lontano 1861, circa un secolo dopo alla morte di Adriano Olivetti, prenderà l’attuale nome in memoria del grande imprenditore Italiano, che si distinse per i suoi innovativi progetti industriali basati sul principio secondo cui il profitto aziendale devesse essere reinvestito a beneficio della comunità.

Olivetti credeva nell'idea di comunità, unica via da seguire per superare la divisione tra industria e agricoltura, e fra produzione e cultura, idee maturate da quelle di Rudolf Steiner. (Vi sono dei riscontri di finanziamenti a movimenti steineriani ed alla stampa antroposofica). Dal sito ufficiale apprendiamo che l'istituto: “offre grandi spazi in cui imparare, divertirsi ed osservare il mondo circostante. (..) La missione dell’Istituto Olivetti è (..) essere innovativi e sapere insegnare alla nuova generazione come affrontare il mondo del lavoro e la realtà di tutti i giorni. (..)”.

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