È questo Governo la vera emergenza del Paese

Lo stato di emergenza, nel nostro Paese, è stato dunque prorogato fino al 15 ottobre: ha vinto la linea del premier Conte, che avrebbe voluto allungarlo addirittura fino a tutto il 2020. Il Covid-19 ha perso gran parte della sua virulenza, il numero dei morti fortunatamente si è ridotto ai minimi termini, tutti cerchiamo di tornare a una vita normale, ma il Governo continua ad agitare questo spauracchio, imponendo, grazie a un Parlamento complice e a un Capo dello Stato silente, altri mesi di stato di emergenza.

“Il virus continua a circolare”, ci spiega con aria grave il ministro della Salute, Speranza, e non abbiamo dubbi sul fatto che dica la verità. Ma le malattie che affliggono l’umanità sono molteplici e le cause di morte altrettanto varie: non per questo, prima del Coronavirus, abbiamo passato le nostre giornate tappati in casa, cercando di evitare polmoniti, tumori, infarti, incidenti stradali. Il Covid-19, insomma, è stato, sì, un flagello, soprattutto in alcune zone d’Italia e per alcune fasce di popolazione, ma ora, come ci spiegano esimi professori, non è più così pericoloso. E, soprattutto, dobbiamo abituarci a convivere col virus, si trovi o no il vaccino. In una situazione di questo tipo, insomma, lo stato di emergenza non ha più senso. 

Le terapie intensive, che a marzo-aprile erano stracolme, adesso sono vuote e davvero non si vede un motivo valido per questa decisione voluta da Governo e Parlamento. O, forse, sì, una ragione si intuisce: mantenere questo stato di cose attribuisce a un esecutivo oggettivamente debole un potere straordinario e, soprattutto, lo mette al riparo da stravolgimenti. Chi si prenderebbe la briga di mettere in discussione, ad esempio, il capo del Governo, durante lo stato di emergenza? Tutt’al più, potrà andare in scena il rimpasto già annunciato, con l’ingresso di Zingaretti, come ministro dell’Interno e vicepremier.

Il sospetto che il prolungamento dello stato di emergenza nasconda interessi particolari non è un’ipotesi da bar, ma è quello che pensano anche alcuni scienziati, letteralmente basiti di fronte a questa scelta. Il professor Matteo Bassetti, direttore della clinica di Malattie infettive dell’Ospedale San Martino di Genova, è molto chiaro: “Al gioco di terrorizzare la gente io non ci sto. Ad aprile ero il primo a dire che le cose andavano male, ma è altrettanto vero che oggi dobbiamo dire che la malattia è diversa. Chi dice che non dobbiamo dirlo vuol fare della censura. Io sono per una comunicazione libera. Perché succedono queste cose? Magari c’è stata la voglia di qualcuno di coprire con il catastrofismo alcune decisioni. Non riesco a comprendere: dovremmo essere tutti contenti della situazione attuale. Non riesce a passare l’idea che i contagiati non devono essere considerati come malati. Noi non possiamo dire cosa succedeva a febbraio, marzo e aprile perché in quel periodo c’era un errore di fondo: non avevamo la capacità di fare tamponi come la abbiamo oggi. Chissà quante migliaia o milioni di persone erano contagiate a quei tempi. Guardando i nostri ospedali non siamo in una situazione di emergenza. Purtroppo in casa nostra c’è un gruppo di persone, forte, che ha l’interesse che si mantenga questo stato di cose: è evidente che c’è una fazione molto grande a cui fa piacere mantenere lo stato d’emergenza”. 

Parole gravi, che ovviamente non compaiono sui giornaloni e che vengono silenziate dalle tv di regime: il professor Bassetti, ospite fisso delle diverse televisioni durante il lockdown, non si vede e non si sente più, se non su qualche radio indipendente. Ma lui, come il professor Zangrillo, il primo a dire che l’emergenza non c’è più, non rinunciano a far sentire la loro voce. Il problema è che ciò che dicono non piace agli attuali padroni del vapore, ai quali la paura da Coronavirus serve come l’aria, per mantenere le loro superpagate poltrone: dal premier ai ministri, dai superconsulenti agli esperti, passando per i tuttologi di regime, sono in molti a “tifare” per il virus.

Tutti questi signori, però, dimenticano la tragedia di chi è stato massacrato dalla chiusura della sua attività e alla riapertura non ha avuto alcun sostegno dallo Stato. Il tessuto economico del nostro Paese è al collasso, i settori dell’ospitalità e del turismo - motori dell’economia - stanno morendo e la premiata ditta “Conte&company” finge di non vedere, dedicandosi esclusivamente a salvare seggiola e stipendio. È uno scandalo, che rischia di avere conseguenze devastanti sotto il profilo sociale già a settembre: o lo Stato interviene subito o milioni di persone, in autunno, saranno sull’orlo della povertà. La vera emergenza del Paese è questo esecutivo, che cerca di coprire col Coronavirus tutte le sue bugie e la sua totale inadeguatezza: prima andrà a casa, prima l’Italia comincerà a risollevarsi. 


0
0
0
s2smodern

Editoriale

 

L'antifascismo in assenza di Fascismo

di Adriano Tilgher

Davanti al nulla assoluto della loro presenza e capacità politica ed al loro squallido servilismo nei confronti dell’emissario dei potentati anti italiani, Draghi, tutti i partiti ed i sindacati hanno ritrovato ossigeno e una ragione per esserci nell’antifascismo. L’antifascismo è un rito antico, impostoci con il diktat di pace del 1947 da inglesi, americani, marocchini che ci hanno sconfitti ed occupati il 25 aprile 1945 e non se ne sono più andati. Un rito recepito dalla nostra costituzione nelle norme transitorie e finali che non transitano mai.

Leggi tutto...

La Spina nel Fianco

 

Sindacalismo Rivoluzionario

Settembre 1904 con il primo sciopero nazionale prende ufficialmente vita in Italia il "Sindacalismo Rivoluzionario", tra i principali ideologi il francese Georges Sorel e gli italiani Arturo Labriola e Enrico Leone. Il principio fondamentale del sindacalismo rivoluzionario era l'indipendenza sindacale nei confronti sia dei partiti politici che dello Stato. Inizialmente nasce come corrente di sinistra in seno al Partito Socialista per poi distaccarsene nel congresso di Ferrara del 1907, per avviare un lavoro sindacale autonomo, dapprima nelle campagne emiliane, poi nei centri industriali del Nord, e nelle miniere di Puglia e Toscana. I suoi organizzatori più attivi furono Alceste De Ambris e Filippo Corridoni. Nel 1907 a Parma nasce la CGdL, su una idea di Alceste de Ambris. Nel 1912 Filippo Corridoni ed altri, spaccano il movimento creando l'(USI), l'Unione Sindacale Italiana, che aumentò il proprio peso politico diffondendosi specialmente a Milano.

Leggi tutto...

Questo sito si serve di cookies tecnici e di terze parti per fornire servizi. Utilizzando questo sito acconsenti all'uso dei cookies.