Travaglio, Scanzi e la rinuncia alla verità

Da decenni, ormai, siamo costretti a subire le comparsate televisive di quel giornalista tutto d’un pezzo che risponde al nome di Marco Travaglio: un esempio di intransigenza e di coerenza, prima al servizio di Berlusconi, poi suo più fiero nemico, tanto da non volerlo nemmeno nominare. Lo chiama B., punto e basta.

Figurarsi se un signore integro come Travaglio, lontano anni luce dai giochi politici e dalle “porcate” di Palazzo, può nominare l’erede di Belzebù, l’amico di Previti e di Dell’Utri, che per Travaglio e i suoi (sempre meno) seguaci rappresentano il male assoluto. Così, questo giornalista duro e puro ha passato anni a rilanciare, insieme ai fogli di regime, tutto ciò che gli arrivava dai tanti amici delle varie Procure, purché fosse qualcosa contro Silvio Berlusconi. Il quale, alla fine, è stato eliminato dalla scena politica per via giudiziaria e, oggi, ci sono le prove che contro di lui fu messo in piedi un vero e proprio plotone di esecuzione, formato anche da giudici costituzionali.

Ovviamente, nelle settimane scorse, Travaglio è intervenuto sul tema, spiegando dalle colonne del suo foglio – ormai quasi clandestino – che contro B. non vi fu nessun complotto e che, al contrario, la condanna avvenne secondo legge. Non entriamo nel merito, perché non abbiamo titoli, né conoscenza adeguata della materia, ma una cosa è certa: Travaglio continua nella sua campagna di odio, nella demonizzazione dell’avversario politico, diventato un nemico a tutti gli effetti. E, in questa sua opera, ha arruolato anche un altro personaggio da cabaret, suo degno erede, tal Andrea Scanzi, che si autodefinisce “La rockstar del giornalismo italiano”.

Sorvoliamo sulla presunzione di questa simpatica macchietta, che peraltro, proprio come il suo sodale Travaglio, scrive in un italiano quantomeno rivedibile, ma non si può sottacere la rabbia, il livore, l’odio che emergono da ogni sua parola. Essendo ormai fuorigioco Berlusconi, Scanzi ha messo nel mirino, insieme al suo “padrone”, i due Matteo, Salvini e Renzi. E, ogni volta che ne parla o che ne scrive, si lascia andare a volgarità e insulti di ogni tipo.

Chissenefrega diranno i più e forse hanno anche ragione. Il problema è che questi due signori, mentre massacrano senza argomenti, ma con quella rabbia propria dell’invidia sociale, che piace tanto al popolo grillino, da tempo si sono iscritti tra i sostenitori del governo Conte, ossia dell’esecutivo che sta svendendo, passo dopo passo, il nostro Paese ai potentati politico-economico-finanziari internazionali. Perciò, se attaccano Salvini e Renzi, chissenefrega e siamo d’accordo, ma se cercano di far passare Di Maio e Conte come i salvatori della Patria, mentre affossano il Paese, abbiamo il dovere di denunciarlo.

Resta da capire perché “Il Fatto Quotidiano” ha scelto questa strada, ma forse non è tanto difficile. Basta leggere i dati sulla vendita delle copie dei giornali (online e cartacei) e si nota come “Il Fatto” sia in caduta libera, sotto le quarantamila copie. E, al di là delle arrampicate sugli specchi, sarà difficile salvarsi, se non arriveranno soccorsi pubblicitari di una certa consistenza. Siamo certi che presto – magari dalla nuova presidenza Eni, oltre che dalla stessa Presidenza del Consiglio – sul giornalino di Travaglio e Scanzi compariranno paginate di pubblicità.

Così, ai “mazzolatori” della penna saranno garantiti, ancora un po’, lauti e immeritati stipendi, proprio mentre centinaia di migliaia di italiani, grazie a un governo di inetti e di bugiardi, saranno costretti a fare la fila alla Caritas, per raccattare il pranzo o la cena. Cosa di cui “Il Fatto” non dà notizia, perché in Italia, grazie a Conte, Zingaretti e Di Maio, per Travaglio e compagnia va tutto benissimo.

 In buona sostanza, Marco Travaglio ha scelto la via che, da sempre, conosce meglio: spaccia il suo come un giornale di denuncia, ma ne confeziona uno di rinuncia. Alla verità.


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Editoriale

 

Il cappio al collo

Di Adriano Tilgher

Un vero cappio quello che il “salvatore dell’Italia”, Mario Draghi, ci sta mettendo al collo con le linee guida per l’utilizzo degli oltre 200 miliardi che stanno arrivando dalla UE. Questi soldi, non solo indebiteranno le nostre future generazioni, ma sono vincolati sia nell’utilizzo, che alle riforme da attuare. Utilizzo e riforme potentemente condizionati dalla volontà dei tecnocrati di Bruxelles. Su queste basi si muovono sia la riforma Cartabia della giustizia, in parte inutile perché non tocca temi fondamentali, quali la separazione delle carriere ed altro, in parte dannosa, perché restringe i margini del giusto processo, sia la legge Zan, una legge che discrimina, penalizza, diventa fonte di odio.

 

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La Spina nel Fianco

 

Carlo Vichi - imprenditore, genio e galantuomo

“Il futuro non è più quello di una volta” (Paul Valery)

21 ottobre 1422 con la morte di Carlo VI di Francia detto "Il folle" viene pronunciata per la prima volta una locuzione universalmente riconosciuta, utilizzata per annunciare la morte di un sovrano e contemporaneamente annunciarne un successore. «Le Roi est mort, vive le Roi!», (Il Re è morto, lunga vita al Re!). Il 2 giugno 1992, nel porto di Civitavecchia il panfilo personale della Regina Elisabetta, Il Royal Yacht “Britannia”, era in attesa di imbarcare importanti ospiti per una minicrociera verso l’isola del Giglio. Su quel panfilo, fu decisa la privatizzazione dell’Italia e la progressiva distruzione dell'imprenditoria Nazionale. A bordo, oltre a finanzieri banchieri e dirigenti di multinazionali, un noto comico italiano, che pochi anni dopo fonderà un partito Politico con l'intento di intercettare un’eventuale dissenso a questa strategia. Ad introdurre il consesso, l'allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi. Fu lui ad aprire i lavori, con una relazione introduttiva sui costi e i vantaggi delle privatizzazioni. La piccola e media impresa Nazionale deve essere aiutata nelle pratiche di fallimento, e svenduta sul mercato internazionale. Il nostro paese ha dato natali ad imprenditori visionari e spesso controcorrente, fra i tanti pensiamo ad Adriano Olivetti o Gaetano Marzotto, uomini semplici, "Self-made man", come canonizzato dalla cultura Statunitense. Uno degli ultimi eroi dell'imprenditoria Italiana, un bastian contrario, come piace a noi, si è spento nella sua città adottiva Milano circa un mese fa, il 20 settembre 2021, all’età di 98 anni, Carlo Vichi, leader indiscusso delle Tv a tubo catodico, che con la sua M.I.V.A.R. negli anni 80 e 90, entrò praticamente in tutte le case degli italiani, offrendo un prodotto economico ed allo stesso tempo tecnologicamente all'avanguardia.

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