Il folle accordo su autostrade

Due anni di minacce, liti feroci tra partiti, dichiarazioni di guerra a generazioni di Benetton e, alla fine, il risultato è il solito: a pagare, per il crollo del ponte di Genova, saranno i cittadini italiani. L’ingresso nella società Autostrade, con la quota di maggioranza, di Cassa Depositi e Prestiti, infatti, significa esattamente questo. Certo, adesso si dovranno esaminare i documenti e leggere bene i termini dell’accordo e le carte che produrranno gli studi legali, che saranno inondati da valanghe di incarichi e, dunque, di denari. Ma una cosa si può dire con certezza fin da ora ed è, appunto, che tutta questa manfrina finirà dritta sulla schiena del popolo italiano.
Per arrivare a questa soluzione, che non scontenta nessuno degli attori politici e, tantomeno, la famiglia Benetton, che non ci rimetterà un solo euro e che sarà liquidata per le quote di Autostrade che dovrà cedere (rimarrà comunque in società con un 10 per cento), il premier Conte e i suoi ministri politicamente più importanti si sono accapigliati per giorni e giorni, mentre i vari Renzi e Boschi avvertivano che la revoca era impossibile, “perché troppo costosa”.
Già, la revoca sarebbe costata molto allo Stato, ma di fronte a validi motivi - e 43 morti sono un motivo validissimo - probabilmente sarebbe stato il caso di andare proprio alla revoca, dimostrando tutte le mancanze della gestione Benetton sul fronte della manutenzione. Il ponte di Genova non è crollato per una bomba, ma perché la società Autostrade, per risparmiare, non ha eseguito la manutenzione necessaria. E anche se lo Stato, attraverso il ministero competente, non ha svolto in modo esemplare il suo compito di sorveglianza, non c’è giustificazione per le gravissime carenze riscontrate nella gestione di Autostrade.
Con questi signori, che hanno lucrato per anni sulla pelle dei cittadini italiani, fino alla tragedia di Genova, non si doveva andare alla trattativa, come hanno voluto i loro sodali Renzi e Boschi, ma allo scontro frontale. Il Governo, invece, si è piegato, ha trattato e ha salvato i Benetton, anziché portarli in Tribunale per le loro inefficienze e per aver determinato, con il crollo del ponte di Genova, danni miliardari all’economia ligure e italiana.
Si è scelta, invece, la strada del pastrocchio, che ha fatto precipitare e poi rimbalzare il titolo Autostrade in Borsa, facendo guadagnare ancora i soliti noti, padroni delle piazze finanziarie. Uno scandalo nello scandalo: i ricchi guadagnano sempre di più, i cittadini “normali”, già bastonati dal Fisco, da Equitalia e da un Governo incapace, pagano ancora. L’ingordigia dei potentati economici e finanziari e il servilismo di una classe politica inetta non si sono arrestati nemmeno davanti ai morti del Ponte Morandi.


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Editoriale

 

Il cappio al collo

Di Adriano Tilgher

Un vero cappio quello che il “salvatore dell’Italia”, Mario Draghi, ci sta mettendo al collo con le linee guida per l’utilizzo degli oltre 200 miliardi che stanno arrivando dalla UE. Questi soldi, non solo indebiteranno le nostre future generazioni, ma sono vincolati sia nell’utilizzo, che alle riforme da attuare. Utilizzo e riforme potentemente condizionati dalla volontà dei tecnocrati di Bruxelles. Su queste basi si muovono sia la riforma Cartabia della giustizia, in parte inutile perché non tocca temi fondamentali, quali la separazione delle carriere ed altro, in parte dannosa, perché restringe i margini del giusto processo, sia la legge Zan, una legge che discrimina, penalizza, diventa fonte di odio.

 

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La Spina nel Fianco

 

Carlo Vichi - imprenditore, genio e galantuomo

“Il futuro non è più quello di una volta” (Paul Valery)

21 ottobre 1422 con la morte di Carlo VI di Francia detto "Il folle" viene pronunciata per la prima volta una locuzione universalmente riconosciuta, utilizzata per annunciare la morte di un sovrano e contemporaneamente annunciarne un successore. «Le Roi est mort, vive le Roi!», (Il Re è morto, lunga vita al Re!). Il 2 giugno 1992, nel porto di Civitavecchia il panfilo personale della Regina Elisabetta, Il Royal Yacht “Britannia”, era in attesa di imbarcare importanti ospiti per una minicrociera verso l’isola del Giglio. Su quel panfilo, fu decisa la privatizzazione dell’Italia e la progressiva distruzione dell'imprenditoria Nazionale. A bordo, oltre a finanzieri banchieri e dirigenti di multinazionali, un noto comico italiano, che pochi anni dopo fonderà un partito Politico con l'intento di intercettare un’eventuale dissenso a questa strategia. Ad introdurre il consesso, l'allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi. Fu lui ad aprire i lavori, con una relazione introduttiva sui costi e i vantaggi delle privatizzazioni. La piccola e media impresa Nazionale deve essere aiutata nelle pratiche di fallimento, e svenduta sul mercato internazionale. Il nostro paese ha dato natali ad imprenditori visionari e spesso controcorrente, fra i tanti pensiamo ad Adriano Olivetti o Gaetano Marzotto, uomini semplici, "Self-made man", come canonizzato dalla cultura Statunitense. Uno degli ultimi eroi dell'imprenditoria Italiana, un bastian contrario, come piace a noi, si è spento nella sua città adottiva Milano circa un mese fa, il 20 settembre 2021, all’età di 98 anni, Carlo Vichi, leader indiscusso delle Tv a tubo catodico, che con la sua M.I.V.A.R. negli anni 80 e 90, entrò praticamente in tutte le case degli italiani, offrendo un prodotto economico ed allo stesso tempo tecnologicamente all'avanguardia.

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