Italia 2020: dal Recovery Found alla stagflation?

La proposta di Ursula von der Leyen di creare un fondo di 750 miliardi per trasferimenti e prestiti agli Stati europei è stata salutata da diversi analisti come «un’opportunità importante per predisporre una risposta comune proporzionata alla gravità della crisi in atto».

Purtroppo, però, il macro-contesto entro il quale tale approccio è stato calato rischia di depotenziare – e non poco – gli effetti positivi della stessa proposta. Lo confermano – a dispetto di chi, come il Premier Giuseppe Conte, l’ha definito un’«opportunità» e «una risorsa per l’intero Paese» – le 33 pagine delle Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia che Ignazio Visco ha letto il 29 maggio scorso a Palazzo Koch: non a caso, la parola più ricorrente del discorso è stata “incertezza”. Essa è stata declinata in ogni modo: dall’economia mondiale a quella interna, dalle condizioni della finanza a quelle del mondo del lavoro, dalle “abitudini di consumo” alle “decisioni di risparmio”, dalle consuetudini quotidiane ai life style.

Il Governatore non si è nascosto dietro a un dito: il Pil nel 2020 è previsto in calo del 9% nello scenario “base”, ma potrebbe crollare del 13% in quadro di «ipotesi più negative, anche se non estreme» visto e considerato che nel “caso italiano” la recessione è più acuta rispetto alla media europea. Estremamente cauto, Visco ha ricordato che «con il dissiparsi della pandemia potremo ritrovarci in un mondo diverso» rispetto al quale – e a quali conseguenze sociali ed economiche porterà con sé –, conviene solo riconoscere di «sapere di non sapere».

In altre parole, il Recovery plan proposto dalla von der Leyen può essere sì utile all’Italia, ma la obbliga, al contempo, «a uno straordinario sforzo, tecnico e di progettazione, per sfruttare le opportunità offerte meglio di quanto non abbia fatto negli ultimi decenni». A maggior ragione del fatto che «i fondi europei non potranno mai essere “gratuiti”» e che essi integrano de facto i titoli emessi dalla Repubblica. Di conseguenza, quest’ultimi – per non vanificare i potenziali “benefici” delle misure europee – andrebbero collocati il prima possibile almeno fino a quando lo spread rimarrà contenuto: i crediti non saranno immediati e la valanga di sussidi e di aiuti “statali”, di cui avremo bisogno, non può durare per sempre.

Per questo Visco ha sottolineato che vanno costruite solide basi per la ripresa e lo sviluppo: dalla digitalizzazione alla formazione, dagli investimenti alla semplificazione passando per quella “riforma fiscale” che, a parole, viene ogni volta invocata. Il dibattito che si avvierà sulle decisioni europee in merito al Recovery plan e al bilancio 2021-2027 fornirà la misura della maturità della nostra politica più prossima. Essa necessita oggi, più che mai, del risanamento della finanza pubblica: tagliare le spese correnti, azzerare gli sprechi, battere l’evasione, limitare le deduzioni fiscali. Tutte cose che non siamo mai riusciti a fare.

Quel che preoccupa è che l’Italia arriva tutt’altro che pronta a questo appuntamento perché il debito pubblico rischia di superare il massimo storico del 160% del Pil toccato dopo la “Grande Guerra”. Il contesto generale, inoltre, non ci aiuta. La paralisi della produzione sta già originando una crisi dell’offerta nei Paesi industrializzati senza precedenti che si accompagna, come se non bastasse, ad una crisi della domanda, conseguenza implicita dell’aumento della disoccupazione. La strozzatura del commercio e del turismo – da sempre settori strategici per la Penisola – colpirà nelle prossime settimane (come ha già iniziato a fare) tutta la catena dei servizi, incluse le esportazioni di materie prime.

Tutto ciò non è aiutato dal clima di “incertezza”, appunto, che contribuisce notevolmente a frenare la produzione: essa ha risentito dello shock sanitario e del lockdown, certo. Ma non aiuta il fatto che continui a essere “bloccata” anche da altri fattori: gli attriti nel lavoro, nei rapporti, nella distribuzione; l’eccessiva – pur se motivata – insicurezza che impedisce alle famiglie e alle imprese di valutare se ciò che accade sia il frutto di una situazione temporanea o permanente.

Il limite maggiore di questa situazione è relativo all’andamento dei prezzi: essi non svolgono più la loro tradizionale funzione “segnaletica”. Le risorse stentano a orientarsi verso le produzioni i cui prezzi salgono, riallocate dai settori dove i prezzi stessi scendono. L’andamento è, ad oggi, anomalo: il livello medio dei prezzi non è aumentato, certo, ma solo in virtù del fatto che le quotazioni del greggio siano crollate. Se però l’offerta globale cadesse più della domanda, ovvero si riprendesse più della domanda, la spesa eccederebbe una capacità produttiva amputata dalle strozzature. Sarebbe quindi inevitabile quella che si definisce in economia una stagflation: il peggiore dei mondi che Milton Friedman – Nobel per l’Economia nel 1976 –, era stato tra i pochi, discostandosi dalle visioni keynesiane e roosveltiane, a prevedere nei suoi due libri Capitalism and Freedom e A monetary History of the United States.

Non rimane che augurare al Premier di riuscire – come ha promesso «per raccogliere idee e suggerimenti» – a «convocare a Palazzo Chigi parti sociali, associazioni di categorie e singole menti brillanti». Di quest’ultime, soprattutto, siamo certi di averne bisogno. Molto meno lo siamo sul fatto che chi di dovere sia all’altezza di trovarle e coinvolgerle.

 


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