Lazio, l’edilizia popolare è morta, cercasi qualcuno che la resusciti

L’edilizia popolare è morta. O, perlomeno, è morta nel Lazio. Sì, perché, mai come nell’ultimo decennio, il settore, che dovrebbe essere al servizio delle fasce più deboli della popolazione, è stato abbandonato al suo destino. Nel Lazio ci sono ben sette Aziende che si occupano di edilizia residenziale pubblica: Ater di Roma, Ater della Provincia di Roma, Ater di Civitavecchia, Ater di Latina, Ater di Frosinone, Ater di Rieti e Ater di Viterbo. E, poi, c’è la Regione, padrona delle Ater.

Il problema è che, dal 2013 a oggi, dalla Giunta regionale non è stato stanziato un solo euro in più, per la realizzazione di nuovi alloggi. Così, le Ater si limitano a gestire il patrimonio, ma non hanno più quelle belle iniezioni di denaro fresco, che arrivavano in passato dalla Regione, e, dunque, oggi hanno difficoltà anche a garantire la manutenzione degli alloggi.

Non potrebbe essere altrimenti, visto che gli affitti pagati dagli inquilini toccano un minimo di 7 euro al mese, che a Roma, ad esempio, è corrisposto, quando non sono morosi, da quasi il 50% degli assegnatari degli immobili. Troppo poco per garantire la liquidità per la manutenzione dei quasi 70mila alloggi di proprietà dell’Azienda romana. E piani di vendita, quelli che dovevano consentire alle Ater di fare cassa, si sono rivelati un fallimento. Chi è il pazzo che compra casa, se può starci dentro a 7 euro al mese?

La domanda, allora, sorge spontanea: a che servono ancora le Ater? Di fatto, solo a garantire una poltrona ben retribuita a direttori generali e presidenti e consiglieri di amministrazione. Nei cinque anni di Giunta Zingaretti, a dire il vero, presidenti e cda sono stati sostituiti dai commissari straordinari, per ottenere un risparmio. Ma il risparmio vero, quello che doveva arrivare dall’accorpamento delle Ater, non c’è mai stato: Zingaretti aveva promesso la riforma nella scorsa campagna elettorale, ma una volta eletto non è stato in grado di mantenere la promessa. Troppe resistenze interne, troppi interessi in gioco, per mollare la presa: ogni partito ha il suo “feudo” e se lo tiene stretto.

Così, alla fine, come sempre, a rimetterci sono i cittadini, soprattutto i più poveri, quelli a cui spetterebbe di diritto un alloggio popolare. La lista di attesa del Comune di Roma è infinita e le case non ci sono. E altrove non va meglio. La polemica, poi, sul fatto che le case vadano solo agli stranieri è fondata, ma il nodo è nella legge: poiché a tot metri quadri di casa corrispondono tot inquilini, gli stranieri, che hanno famiglie più numerose, quasi sempre ottengono i pochi appartamenti disponibili. Ma nessuno, proprio nessuno, si preoccupa di cambiare la legge, di trovare il modo per venire incontro anche alle coppie italiane, magari senza figli, oltre che senza un euro.  

L’auspicio è che, nella prossima legislatura regionale, ci sia qualcuno – di qualsiasi partito, di maggioranza o di opposizione – che, tra una difesa e l’altra del vitalizio, si faccia carico di tirare fuori dal cilindro una proposta in grado di far sì che l’edilizia popolare torni a dare risposte concrete a chi, davvero, ha bisogno di un tetto.


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Editoriale

 

Il cappio al collo

Di Adriano Tilgher

Un vero cappio quello che il “salvatore dell’Italia”, Mario Draghi, ci sta mettendo al collo con le linee guida per l’utilizzo degli oltre 200 miliardi che stanno arrivando dalla UE. Questi soldi, non solo indebiteranno le nostre future generazioni, ma sono vincolati sia nell’utilizzo, che alle riforme da attuare. Utilizzo e riforme potentemente condizionati dalla volontà dei tecnocrati di Bruxelles. Su queste basi si muovono sia la riforma Cartabia della giustizia, in parte inutile perché non tocca temi fondamentali, quali la separazione delle carriere ed altro, in parte dannosa, perché restringe i margini del giusto processo, sia la legge Zan, una legge che discrimina, penalizza, diventa fonte di odio.

 

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La Spina nel Fianco

 

Carlo Vichi - imprenditore, genio e galantuomo

“Il futuro non è più quello di una volta” (Paul Valery)

21 ottobre 1422 con la morte di Carlo VI di Francia detto "Il folle" viene pronunciata per la prima volta una locuzione universalmente riconosciuta, utilizzata per annunciare la morte di un sovrano e contemporaneamente annunciarne un successore. «Le Roi est mort, vive le Roi!», (Il Re è morto, lunga vita al Re!). Il 2 giugno 1992, nel porto di Civitavecchia il panfilo personale della Regina Elisabetta, Il Royal Yacht “Britannia”, era in attesa di imbarcare importanti ospiti per una minicrociera verso l’isola del Giglio. Su quel panfilo, fu decisa la privatizzazione dell’Italia e la progressiva distruzione dell'imprenditoria Nazionale. A bordo, oltre a finanzieri banchieri e dirigenti di multinazionali, un noto comico italiano, che pochi anni dopo fonderà un partito Politico con l'intento di intercettare un’eventuale dissenso a questa strategia. Ad introdurre il consesso, l'allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi. Fu lui ad aprire i lavori, con una relazione introduttiva sui costi e i vantaggi delle privatizzazioni. La piccola e media impresa Nazionale deve essere aiutata nelle pratiche di fallimento, e svenduta sul mercato internazionale. Il nostro paese ha dato natali ad imprenditori visionari e spesso controcorrente, fra i tanti pensiamo ad Adriano Olivetti o Gaetano Marzotto, uomini semplici, "Self-made man", come canonizzato dalla cultura Statunitense. Uno degli ultimi eroi dell'imprenditoria Italiana, un bastian contrario, come piace a noi, si è spento nella sua città adottiva Milano circa un mese fa, il 20 settembre 2021, all’età di 98 anni, Carlo Vichi, leader indiscusso delle Tv a tubo catodico, che con la sua M.I.V.A.R. negli anni 80 e 90, entrò praticamente in tutte le case degli italiani, offrendo un prodotto economico ed allo stesso tempo tecnologicamente all'avanguardia.

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