+ Stato

Ceci n’est pas l’État

La Vulgata pop pensa e recita il mantra dell’equazione STATO = Spreco & Inefficienza, W le privatizzazioni. I demiurghi della Repubblica dei brogli hanno fatto sì che il Pubblico fosse sinonimo di disastro ovunque ficcasse il naso, dalle infrastrutture alla sanità, inducendo così, negli anni, prima la formula magica, transitoria: “decentramento  delle competenze”, poi, visti i risultati anoressici, il verbo magico privatizzare. Nel ’45 il medioevo nero lasciò alle giubbe rosse e ai chierichetti molto Stato efficiente, hegeliano, perciò etico, mantenendo al privato lo spicchio della torta del fare impresa ma con i paletti a garanzia dei lavoratori.

Il disegno di demolizione sistemica dello Stato partì da lì attraverso scandali che ne minarono l’autorevolezza, inefficienze a rete ben calcolate con la filosofia del làissez-faire, ogni partito si governi il suo spicchio di Paese ( via la parola irredentista Patria), poi l’ideaccia famelica, negli anni ’70, d’ applicare la carta costituzionale con la creazione delle Regioni, grandi scatoloni vuoti, riempiti di parlamentini, ai quali delegare funzioni d’uno Stato in affanno. Il risultato sul campo fu ed è una disfatta, salvo rarissimi casi virtuosi, l’accumulo dei deficit è da default, s’invocano flebo di glucosio verde (quattrini) aumentando la risata della iena Irpef sulle buste paga, i tickets sanitari, ecc […] Se stai male veramente aspetti mille anni o ti rivolgi al privato, tuo figlio è un asino a scuola c’è il privato, i servizi sono disservizi, c’è sempre un privato dietro l’angolo di Costanzo.

I barbari hanno vinto lo Stato, usando le guardie rosse del castello, ovunque spuntano i loro accampamenti, accendono i fuochi danzando come baccanti perché controllano tutto persino la Banca d’Italia. Certo questa guerra lascia sul campo morti e feriti, è il prezzo del conflitto in nome del progresso, dopo il ponte Morandi a Genova con 43 vittime, il torrente Raganello, nel Parco del Pollino, pota dalla vite dieci tralci, ci sarà la solita fumosa inchiesta contro ignoti. Sul palcoscenico i guitti recitano per atti, contando sulla dissolvenza della memoria popolare, in primis con le maschere della tragedia, in coro, piangono le vittime del disastro, con fare duro promettono azioni magistrali “ perché non si ripetano più questi fatti”, puntano il dito contro gli untori, tornano in chiesa a sentire l’odore d’incenso dei funerali.

Passato il j’accuse, si cominciano a levare i distinguo nell’analisi dei fatti, si insinua il dubbio sulla nazionalizzazione con una fesseria gigantesca che richiama alla memoria quell’equazione, beh chi ci assicura che con lo Stato a gestire il ponte questo non sarebbe crollato, anzi il disastro magari sarebbe stato maggiore. Attenti poi a polemiche e bla, bla, Atlantia è in Borsa, che fine fanno gli azionisti? E ancora: aspettiamo le perizie per capire le cause del collasso, potrebbero esserci errori nel progetto, nella scelta dei materiali, nell’esecuzione dell’appalto, ecc […].

S’alza il fumo psichedelico dei se, dei ma, dei però, gli atti si susseguiranno ma il pubblico, stanco, avrà abbandonato da tempo la platea. Anche laggiù in Calabria, dopo le parole precotte di autorità e papato, si spera che l’episodio cada in fretta nel dimenticatoio perché quelle gole del Ragnello sono un motorino dell’economia asfittica dell’area, di quel paesello d’origine albanese che è Civita immersa nel verde dei boschi.

C’è un altro passaggio calcolato a tavolino, il protocollo della rassegnazione, ultimo stadio di un popolo che ha ingoiato le pozioni dei maghi, nutrito speranze nei demagoghi, s’è sdraiato sotto la tavola degli epuloni aspettando un boccone, ha visto carcerata la rabbia. Resta solo di soffrire ipocritamente davanti a quell’elettrodomestico (come l’ apostrofava Fellini) che è la televisione o vomitare il mal di pancia su fb, Amatrice è uno dei simboli inquietanti d’ un Paese in ginocchio.

Noi siamo testardi ben sapendo che il portone della reggia offrirà resistenza ai colpi dell’ariete, qualcosa della carta scaligera ce l’abbiamo nel sangue, gridiamo + Stato – privato certi che l’interesse pubblico, il bene di una comunità debba prevalere sempre sull’orticello dell’ego, basterebbe tagliare concussione, corruzione, interesse lobbistico, mafie e quant’altro renda la nostra casa una spelonca di ladri e meditare, in proposito, sul pensiero alto di Cicerone, scuole private permettendo.


Editoriale

 

Il ruolo dell'Italia - 4

di Adriano Tilgher

Patrimonio culturale immateriale, patrimonio culturale materiale, faro di cultura e di civiltà, posizione geopolitica e strategica fondamentale per l’equilibrio nel Mediterraneo in una nuova identità che nasca dal superamento di tutte le contraddizioni interne sono il presupposto per definire il ruolo finale dell’Italia. Non si tratta di egemonia mondiale di cui stiamo parlando perché questa sul piano culturale ci appartiene di diritto e ci è riconosciuta da tutti ed è la ragione principale per cui l’Italia è sotto attacco soprattutto nel campo della formazione. Non si tratta nemmeno di becero imperialismo imperniato sulla forza delle armi sotto l’egida e il ricatto della grande industria militare, stiamo parlando di qualcosa di molto più concreto, legato ai valori profondi dell’essere umano e delle comunità che riesce a costruire.

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La Spina nel Fianco

 

Più buio che a mezzanotte non viene

22 giugno 1946 entra in vigore il: “Decreto presidenziale di amnistia e indulto per reati (..), politici e militari”, avvenuti durante il periodo dell'"occupazione nazifascista". Legge proposta e varata da Palmiro Togliatti, segretario del PCI, e allora ministro di Grazia e Giustizia del primo governo De Gasperi. L'amnistia, che prenderà il nome dal suo promulgatore, aveva come scopo primario, quello di giungere quanto prima a una pacificazione nazionale, per evitare che l'"epurazione", degli ex fascisti rallentasse la ricostruzione materiale del paese. Con l'amnistia vennero scarcerati migliaia di detenuti che furono reinseriti senza troppo clamore nella cosiddetta "Società Civile". Stranamente (o forse no) alcuni degli ex prigionieri, arriveranno perfino a iscriversi al Partito Comunista, chi per convenienza, chi per continuare l’ideale battaglia de: "Il sangue contro l'oro",  in quanto (almeno a parole) vedevano nel PCI un argine ad una visione liberista del mondo, identificando più che nell'unione Sovietica il nemico in quegli Stati Uniti artefici di massacri e distruzione delle nostre città.

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