Il calcio che non c'è più

Il calcio c’entra poco: il trasferimento di Cristiano Ronaldo alla Juventus, evento dell’estate calcistica, forse ancor più dei Mondiali in corso in Russia, è in realtà un grande affare economico-finanziario. 

Per la Juve, che sborserà centinaia di milioni tra cartellino e ingaggio del giocatore, ma che sta già vendendo valanghe di maglie, tute, felpe, capellini e quant’altro col nome del mitico CR7; per il calciatore, che vedrà aumentato il già principesco stipendio che aveva al Real Madrid, visto che a Torino prenderà circa 30 milioni netti all’anno; per procuratori, avvocati e faccendieri vari, che intascheranno parcelle milionarie.


Parallelamente, è andata in scena una vicenda analoga, con il trasferimento dell’ex bandiera juventina Buffon a Parigi: anche qui il calcio giocato c’entra poco o nulla, visto che un portiere di 40 anni, per quanto in passato bravissimo, non offre garanzie eccezionali, ma il nome sulla maglia farà vendere tanto e allora va bene così.


Che c’è di strano, direte voi? Nulla, perché da decenni, ormai, il calcio è questo. Vero, ma chi ama il gioco in quanto tale assiste impotente a un imbarbarimento che lascia sgomenti. E resta con in bocca un amaro sempre più amaro, ricordando i tempi delle bandiere che non tradivano, dei Mazzola, dei Rivera e dei tanti che spendevano la loro vita calcistica all’ombra della stessa curva e con la stessa maglia. Di quel calcio è rimasto solo il nome: oggi contano solo i milioni, che siano cinesi, arabi, inglesi o italiani, e il cosiddetto merchandising, quello che - grazie ai tifosi, benzina di questa macchina infernale - fa incassare milioni alle società.


Insomma, anche qui, oggi, contano solo banche, società finanziarie, potentati economici. E, lasciatecelo dire, ci fa un po’ schifo sentire chiamare “calcio” quella che, in realtà, è soltanto un’industria, governata da pochi potenti, che spendono cento per guadagnare mille.


Editoriale

 

Le chiavi di casa

Di Adriano Tilgher

Le abbiamo perse nel 1945 quando abbiamo perso la guerra e da allora non siamo più riusciti ad ottenerle. È sempre stato il sogno di noi adolescenti possedere le chiavi di casa e quando le abbiamo ottenute ci siamo subito sentiti più adulti. Purtroppo noi, come popolo, le abbiamo perse in seguito a quella disastrosa guerra che qualcuno ha anche provato a dire che abbiamo vinto per il vergognoso cambio di casacca. Qualcuno potrebbe obiettare che è inutile rivangare polemiche antiche; ma è proprio metabolizzando gli errori del passato che possiamo rivitalizzare la nostra identità comunitaria ormai perduta.

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La Spina nel Fianco

 

Don't look up

24 dicembre, dopo una sparuta presenza nelle sale cinematografiche esce sulla piattaforma Netflix il nuovo film di Adam McKay, regista e sceneggiatore statunitense famoso per pellicole particolarmente feroci contro l' "American way of life". Il Film «Don’t look up», (non guardare in alto) è interpretato da un cast stellare che include divi del calibro di Meryl Streep e Leonardo Di Caprio. La trama inserisce la produzione nel genere catastrofico, (Allarme Spoiler) 2 scienziati, la dottoranda in astronomia Kate Dibiasky ed Il suo professore, Randall Mindy, scoprono casualmente l'esistenza di un asteroide non identificato. Calcolandone la traiettoria, si accorgono che il corpo celeste colpirà in pieno la terra in circa sei mesi e che le sue dimensioni sono tali da comportare l’estinzione di qualsiasi forma di vita sul pianeta. I due insieme ad un funzionario governativo si recheranno alla Casa Bianca per cercare di evitare la catastrofe, ma la presidente degli Stati Uniti, Janie Orlean, (Mary Streep) ispirata ad Hillary Clinton, (sulla scrivania dello Studio Ovale vediamo una foto che la ritrae abbracciata a Clinton), non ha alcuna intenzione di occuparsene in quanto presa dai suoi calcoli elettorali. Impone, pertanto, di mantenere segreta la notizia.

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