L'irresistibile resistenza europeista

Negli ultimi tempi sia i burocrati europei che i movimenti politici nazionali dei singoli stati sembrano aver rivolto tutta la loro attenzione verso un’unica scadenza: le elezioni europee del 2019. I primi per cercare di conservare le proprie posizioni ed i secondi, a seconda del proprio orientamento europeista od euroscettico, per dare l'assalto al parlamento che dovrà decidere la formazione della prossima Commissione Europea. Queste elezioni offrono, con l'uscita di scena della Gran Bretagna e la ridistribuzione dei suoi seggi nel Parlamento Europeo, una prateria di opportunità per chi otterrà la vittoria.

 

Molti leader “populisti” e “sovranisti” sembrano convinti, in particolare in Italia, del sicuro successo del fronte euroscettico. Ma è davvero così scontato questo trionfo? È sicuro che questa Europa nazional-borghese avrà l'ultima parola sulla formazione della Commissione? A mio parere no poiché troppe sono le variabili che possono influire per affermare che il successo sia “sicuro”. Troppo è il fuoco di sbarramento contro cui devono combattere i movimenti sovranisti dei vari paesi per dirsi sicuri vincitori.

 

Analizzando la formazione dell'ultima Commissione, presieduta dal lussemburghese Juncker, essa trae il proprio appoggio dal Partito Popolare Europeo (a parte schegge impazzite come Fidesz, partito di Viktor Orban), dal Partito dei Socialisti Europei e dai liberali dell'ALDE. I movimenti che compongono questi raggruppamenti sono ovunque in crisi come avviene in Italia? Sarebbe troppo complicato analizzare tutti i singoli movimenti ma basta ricordare che i tradizionali partiti popolari come quello tedesco o quello spagnolo possono, nonostante la crisi evidente, ancora vantare percentuali di circa il 25% e questo è un sintomo tutt'altro che di morte. A queste forze poi vanno sommate eventuali stampelle provenienti dal gruppo dei Non Iscritti o dei Verdi Europei.

 

Sull'appoggio di chi potrebbe contare una Commissione euroscettica? Sicuramente sul gruppo EFD di Salvini e Le Pen e sul gruppo dell'EFDD in cui, con l'uscita di scena dell'UKIP, sarebbero i 5 stelle a dettare legge. Vere incognite sono ancora una volta i Verdi, dalle sempre ondivaghe posizioni sulla questione europea, ed i Conservatori e Riformisti europei, moderatamente euroscettici ma sempre pronti a scendere a patti, in cui, con l'addio dei Tories britannici, sarà il numeroso gruppo polacco di Diritto e Giustizia ad avere molta voce in capitolo. Non si può infine contare, a mio avviso, su un futuro appoggio della Sinistra Europea Unita, gruppo euroscettico di sinistra, che mal sopporterebbe una Commissione formata soprattutto da esponenti di destre nazionali.

 

Che cosa dunque ci si può aspettare? Sicuramente un importante ridimensionamento del gruppo PPE, PSE, ALDE, ma comunque una Commissione di loro espressione sostenuta esternamente da Verdi e, forse, da frange dei Conservatori.

 

Tutto un altro paio di maniche sarà vedere come questa nuova Commissione si rapporterà con uno schema europeo cambiato e non certo favorevole come accadde a Juncker all'indomani delle elezioni europee del 2014. E come l'Europa populista reagirà a questo stolido attaccamento al potere da parte di uno schieramento sconfitto dalla storia. Davvero lor signori liberali non riescono a capire che un altra Commissione ferocemente europeista non farebbe altro che portare nuova acqua al mulino dell'euroscetticismo?


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Editoriale

 

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