Il peso del "cuneo fiscale" sulle paghe

Pochi giorni fa l’OCSE – l’Organizzazione europea per la cooperazione e lo sviluppo economico – ha reso nota un’indagine sul peso del cosiddetto “cuneo fiscale” sulle retribuzioni dei lavoratori europei. Di che si tratti è presto detto: è la differenza tra la retribuzione lorda che il datore di lavoro deve sostenere per ogni suo dipendente, e quella netta che realmente va in tasca al lavoratore.

La differenza è data dalla somma di due voci, la contribuzione previdenziale e il prelievo fiscale.

Secondo la suddetta indagine, nel 2017 le tasse e i contributi sociali sono ammontati in Italia al 47,7%: la media dei Paesi europei è invece del 35,9%. Da notare che questa differenza in Italia è aumentata dal 2000 al 2017.

Esso viene così ripartito: 32% sono i contributi previdenziali, che servono per la pensione, l’invalidità, la maternità, la cassa integrazione, la disoccupazione, la formazione professionale, i patronati, ed altre voci minori. Il resto, quasi il 16%, è costituito dal prelievo fiscale alla fonte sulle retribuzioni.

Queste cifre meritano alcune considerazioni.

La prima concerne certamente il prelievo fiscale sulle retribuzioni, che non solo è elevato nella media (il 16,5%) ma è particolarmente penalizzante per i lavoratori a reddito più elevato (perché specializzati o addetti a settori tecnologicamente avanzati o con maggiore anzianità di servizio o con avanzamenti di carriera per merito) ai quali qualsiasi incremento retributivo fa scattare automaticamente le aliquote più elevate. Ma in questo modo, anziché premiare chi maggiormente contribuisce alla produzione aziendale, lo si colpevolizza perché il perverso sistema della progressività delle imposte è basato esclusivamente sulla quantità e non sulla qualità del reddito percepito.

L’altra considerazione riguarda il prelievo contributivo. Se è giusto che entrambe le parti, datori di lavoro e lavoratori, paghino i contributi per prevedere (lo dice la parola) alla pensione od a casi tragici della vita quali l’invalidità o la premorienza, non è altrettanto giusto che essi paghino anche – quasi esclusivamente – i contributi per finalità sociali d’interesse nazionale (cassa integrazione, disoccupazione, malattia, maternità, ecc.) che dovrebbero essere a carico della fiscalità generale. Fra l’altro, questo sistema omnicomprensivo non solo grava prevalentemente sul sistema produttivo, ma comporta anche la confusione gestionale all’interno dell’INPS tra spese per la previdenza e spese per l’assistenza, il cui deficit – esclusivamente riferito all’assistenza - viene poi preso a pretesto per ridurre la spesa pensionistica.

Proposte per modificare questa situazione?

La prima, la più radicale e attualmente impossibile, sarebbe quella di ripristinare la possibilità per lo Stato di emettere moneta per coprire alcuni costi sociali, evitando di far pagare ai lavoratori la spesa per interessi e il deficit dello Stato non più coperto dalla propria moneta.

Intanto, però, si possono adottare dei correttivi. Ad esempio, evitare l’applicazione delle aliquote superiori aumentando le detrazioni dal reddito nei casi particolari succitati, in modo da tutelare l’impegno del lavoratore con mansioni superiori, specializzazioni, anzianità di servizio, promozioni.

Inoltre, c’è l’antica questione irrisolta del prelievo totale alla fonte: mentre tutti gli altri contribuenti versano le imposte in due occasioni l’anno, i lavoratori dipendenti lo fanno ogni mese. Si dovrebbe tornare al vecchio sistema – abolito dalla riforma del 1973 – in base al quale si pagava una quota fissa (prima era dell’1,5%, adesso potrebbe essere del 5%) salvo conguaglio a fine anno: tanto più che spesso il conguaglio è attivo a causa delle detrazioni consentite per legge. Ed allora, perché aspettare un anno e non farlo subito, mese per mese?  

Insomma, ci sarebbe molto da lavorare per ridurre questo “cuneo fiscale” che ha solo l’effetto negativo da un lato di rendere più oneroso il costo del lavoro per le imprese e dall’altro d’impedire al lavoratore sia l’incentivo a migliorare il proprio impegno (inducendolo magari al “lavoro in nero”) sia di avere una maggiore disponibilità di denaro per le sue necessità e – indirettamente - per l’incremento degli scambi commerciali.

Durante l’ultima campagna elettorale si è molto parlato di una profonda revisione del sistema fiscale italiano: ma finora nulla è stato fatto, per lo stallo politico in atto. Eppure, il problema – come dimostra lo studio dell’OCSE - appare sempre più grave e urgente.


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