I responsabili politici e sindacali dell’anarchia nei contratti di lavoro

Nei giorni scorsi, è riemersa sulla stampa la situazione caotica nel campo dei contratti collettivi di lavoro a seguito delle dichiarazioni del presidente del CNEL, Prof. Treu, il quale ha fatto presente che l’istituto da lui presieduto - tenuto ad avere un archivio pubblico di quei documenti - ne ha registrati quasi mille. E ci si accorge che un numero sempre più ampio di questi sono stipulati da sconosciute organizzazioni sindacali e datoriali, non collegate a nessuna confederazione, le quali associano un numero limitato di aderenti e inoltre sono spesso presiedute da consulenti del lavoro, avvocati, commercialisti.

Questa situazione ha fatto coniare ai media la locuzione di “contratti fantasma” o anche di “contratti pirata” perché stabiliscono normative inferiori alla media contrattuale e comunque favorevoli a quei datori di lavoro stipulanti. La proliferazione di questi contratti comporta anche la concessione espansiva di permessi sindacali e la proclamazione di scioperi, in particolare nei servizi pubblici, i quali – anche se è una piccolissima minoranza a partecipare – creano la previsione dell’interruzione totale del servizio e la rinuncia da parte dei cittadini ad effettuare commissioni, lavori, frequenza scolastica.

I fatti sono veri, però è anche necessario spiegare come si è arrivati a questa situazione. I responsabili, spesso involontari, sono diversi e riguardano sia la politica che il sindacalismo “ufficiale”, quello che viene sempre citato e consultato dai media e dagli esponenti politici.

Un punto fermo nella contrattazione fu stabilito nel 1970 con il famoso “Statuto dei Lavoratori” il quale all’articolo 19, che apriva la parte dedicata ai diritti sindacali, stabiliva chiaramente che quei diritti venivano attribuiti alle “confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale” le quali in quel momento – come fu stabilito da decine di sentenze – erano quattro (CGIL- CISL- UIL- CISNAL) cui successivamente si aggiunse la CISAL. Inoltre, erano anche compresi quei sindacati non aderenti alle confederazioni ma che avevano un retroterra storico e una consistenza associativa (esempi: lo SNALS nel campo della scuola, la FABI tra i bancari, la FNSI tra i giornalisti, l’ANPAC tra i piloti aerei, e altre ancora). Nei casi dubbi, era il giudice che interveniva a stabilire se si avevano i requisiti per usufruire dei diritti sindacali richiesti.

Tutto filò liscio fino al 1995 quando la CGIL sostenne un referendum nell’ambito di altri formulati dal partito radicale (che, come sempre, era contro i diritti sindacali in nome del liberismo assoluto) per l’abolizione del riferimento alle confederazioni. Era evidente la sua volontà di rafforzare in tal senso il monopolio sindacale esercitato dalla “triplice”, soprattutto ai danni della CISNAL: ma, così facendo, per una eterogenesi dei fini, aprì la porta alla proliferazione sindacale perché quei diritti, da allora in poi, potevano essere attribuiti a qualsiasi organizzazione (vera o presunta, esistente o fantasma) che facesse un contratto di lavoro.

Questa situazione fu colta al volo anche dalla parte datoriale, che mal sopportava la disciplina delle grandi confederazioni come la Confindustria e la Confcommercio: si staccavano e costituivano miniassociazioni datoriali, insieme a sindacati della loro categoria anch’essi pressoché inesistenti. Fra l’altro, i datori di lavoro che hanno partecipato a queste contrattazioni “pirata” lo hanno fatto al fine di sostenere le pratiche di “dumping” sociale mediante la contrazione dei costi del lavoro intesi sia come retribuzione che come normative contrattuali. Inoltre, il sorgere di numerosi nuovi lavori precari e di tipo indefinito favorisce questo tipo di contrattazione minimale.

A questa situazione ha dato una mano anche lo Stato tramite il suo ente preposto ai rapporti sindacali, l’ARAN, che ha fatto svolgere le elezioni per le rappresentanze dei lavoratori spezzettate in una miriade di uffici e comparti anziché in un’unica elezione a livello nazionale, così come avviene per il Parlamento. Ciò ha provocato la costituzione di minisindacati di comparto o addirittura di reparto, moltiplicando l’esistenza di controparti.

Tutto ciò è il risultato indiretto della liberalizzazione: se l’Unione Europea sostiene la più ampia libertà nel settore economico, evidentemente ciò ha anche una ricaduta nel campo delle relazioni sindacali.

Ma l’origine del caos ormai esistente in questo settore è attribuibile alla politica, perché l’art. 39 della Costituzione stabiliva la validità “erga omnes” dei contratti – recependo la normativa fascista – a due condizioni: la registrazione delle associazioni, che ovviamente sarebbe stata legata all’esistenza di statuti, di una struttura dirigente, di un’articolazione periferica, di una regolarità congressuale; e la validità dei contratti “in proporzione” dei propri iscritti. Erano entrambe condizioni che la “triplice” si rifiutò di accettare per diversi motivi: la CGIL, il sindacato comunista, per evitare qualsiasi controllo di legalità temendo una sua possibile esclusione per motivi formali; le altre confederazioni, perché volevano conservare una “rendita di posizione” a prescindere dal numero di aderenti.

Però la norma costituzionale avrebbe comunque consentito l’esistenza ad associazioni sia sindacali che datoriali anche minoritarie a prescindere dal numero degli iscritti (si parla infatti di “proporzione”, l’unica volta che questo termine è presente nella Costituzione) a condizione che ci fosse stata una regolarità formale e anche sostanziale dell’organizzazione.

Il risultato di tutti questi interventi è l’anarchia contrattuale odierna che fa gridare allo scandalo ma non ha possibilità di rimedio se non ci si decide ad applicare l’art. 39 o a ripristinare l’art. 19 dello Statuto dei lavoratori dando più forza alle confederazioni.  Ma forse non c’è volontà politica di farlo, perché la confusione contrattuale, che indubbiamente toglie potere alle confederazioni storiche, è anche funzionale alla nuova economia globalizzata che non deve essere ostacolata dal sindacato: in altri termini, siamo tornati all’origine, alla prima industrializzazione del secolo 19^, quello descritto da Charles Dickens in “Davide Copperfield”!


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