Nostalgia per i primati dell'IRI!

Lunedì scorso l’economista Giulio Sapelli ha scritto un editoriale su “Il Messaggero” anodinamente intitolato “Lo spirito d’impresa che manca per la crescita” ma il cui vero significato era espresso dall’”occhiello” che sinteticamente affermava “Ritorno allo Stato” (con la S maiuscola). In effetti, queste tre parole riassumevano efficacemente il contenuto di quell’articolo che si riferiva alle tendenze in atto in Italia al ritorno alle partecipazioni statali. Ma non si tratta solo di questo: l’autore esprime apertamente la verità su quello che l’antifascismo di professione ha sempre omesso di ricordare, limitandosi alla permanente demonizzazione allo scopo di lucrare rendite di posizione politiche (sempre più esili, però) e soprattutto ingenti e costanti finanziamenti.

Infatti nell’articolo succitato è scritto testualmente all’inizio che “tra qualche anno si celebrerà il centenario dell’entrata in campo dell’imprenditore Stato che salvò con una innovazione straordinaria giuridico-economica l’economia italiana dal crollo della grande crisi del 1929 e che proseguì nel secondo dopoguerra con l’ENI e l’ENEL sull’onda della ricostruzione dell’economia mondiale. L’Italia con le sue Partecipazioni Statali fece scuola in tutto il mondo, dal New Deal di Roosevelt al laburismo britannico.” E più avanti afferma, analizzando la situazione attuale dell’Italia: “oggi non è più tempo di PRIMATI giuridico-economici come negli anni Trenta”…

Non crediamo che si sia potuto meglio esprimere, in queste poche righe, la lungimiranza del governo dell’epoca per salvare insieme economia nazionale, occupazione e pace sociale. Certo, a quella frase manca un aggettivo, “fascista”: ma chi non è ignorante o accecato dall’odio riconosce immediatamente la “firma” di quella “scuola”, come pure –  visto che sono state citate ENI e ENEL, nate anch’esse da quell’esperienza – non sono state indicati gli strumenti operativi di quell’”innovazione straordinaria”, ossia l’IRI, l’IMI senza dimenticare la legge bancaria.

Quell’esperienza di politica economica venne chiamata anche la “terza via” tra il liberalcapitalismo e il comunismo, e contribuì enormemente a ricostruire l’economia nazionale dopo le distruzioni della guerra e a far collocare l’Italia tra le prime potenze industriali del mondo (quello che oggi si chiama il Gruppo dei Sette), a realizzare la piena occupazione negli anni sessanta, a far conquistare alla Lira un “Oscar” per la sua stabilità.

Ma, ripetiamolo, tutti questi favorevoli risultati nascono da quelle idee, da quel regime, da quel governo!

Sapelli poi ricorda che dopo il crollo dell’URSS quello che chiama “il nuovo equilibrio internazionale” spinse l’Italia a privatizzare (ossia, svendere) quel suo apparato industriale e finanziario pubblico: fu, egli dice, “il più imponente su scala planetaria per volume di privatizzazione ma lontana dalle regole e senza una visione del futuro”. Ma qui va fatta una precisazione, che lui forse pensa ma omette di scrivere perché quel “nuovo equilibrio internazionale” vuol dire due cose.

La prima: gli Stati Uniti, ritenendo che il capitalismo avesse vinto rispetto a qualsiasi forma di socialismo, volevano imporre a tutto il mondo (ma soprattutto all’Europa) il liberismo più assoluto eliminando qualsiasi controllo o ingerenza dello Stato e il libero commercio (ricordiamo che in quegli anni ci fu anche la fondazione del WTO, l’Organizzazione mondiale del commercio). E la privatizzazione delle Partecipazioni Statali era la prima cosa da far fare ai governi da esso influenzati.

La seconda: l’Italia, per il suo formidabile apparato produttivo, per la sua capacità politica, per il suo ruolo geopolitico nel Mediterraneo e nell’Europa danubiana e balcanica, per la possibile ripresa e intensificazione dei rapporti con la Russia sempre esistiti anche durante il regime fascista e la guerra fredda, era un pericolo. Poteva diventare una potenza politica, oltre che economica, e soprattutto “sganciarsi” dal controllo americano: quando una guerra finisce, ognuno ritorna a casa…

Ma questo non doveva avvenire. E allora si è agito in due modi, tagliando le due braccia dell’Italia: quella economica, con la svendita delle Partecipazioni Statali e anche con l’eliminazione via giudiziaria di due “capitani d’industria” quali Raul Gardini e Gabriele Cagliari, così come in passato era stato fatto con Enrico Mattei e Adriano Olivetti; quella politica, utilizzando i “servi sciocchi” della Procura di Milano, eliminando i leader politici che avrebbero potuto dare all’Italia quell’indirizzo autonomistico in politica estera.

Questa è la vera storia degli anni novanta, che per l’Italia sono stati peggio della guerra perduta (e tradita) del 1940-1945!

Ma ritorniamo all’articolo di Sapelli. Egli giustamente rileva che la crisi della globalizzazione dell’ultimo ventennio, acuitasi con la pandemia del COVID, sta inducendo al ritorno del controllo dello Stato sull’economia per meglio rispondere a tutte le problematiche produttivistiche, occupazionali, tecnologiche avanzate, osservando nel contempo come manchi “una teoria che guida l’azione e una politica industriale degna di questo nome”. Però fa un’altra importante annotazione: “quel progetto (del 1930 e seguenti) riuscì perché furono diretti da uomini eccezionali che oggi non si vedono all’orizzonte”. Quegli uomini erano “eccezionali” perché erano stati formati su tre principi basilari: il senso del dovere, il rispetto per la cosa e il bene pubblico, l’amor di Patria. Tutti principi che sono stati irrisi e sviliti nel corso dei decenni dominati dal “sessantottismo” anarchico, egoista e sovversivo di ogni valore e che non è possibile, in breve tempo, ricostruire.

Quindi la nostalgia dei “primati” degli anni trenta, e la speranza di ricostruire quel tipo di economia nel momento attuale in cui se ne sente la necessità, restano tali. E’ un compito pressoché impossibile ricostruire quel clima, quella tensione ideale, quell’impegno intellettuale e produttivo in un’epoca di dissoluzione quale la presente, tanto più che non s’intravede chi possa volerlo.

 


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