Sindacato: in crisi in Italia, negato negli USA

La crisi indotta (o voluta?) dalla pandemia del COVID ha investito anche il sindacato in diversi aspetti. In Italia, quelli che vogliono essere egemoni e monopolisti (ossia la “Triplice” di Cgil-Cisl-Uil) assistono passivi alle crisi aziendali grandi e piccole e alle trasformazioni – che stanno per diventare permanenti – delle modalità di lavoro, quale quello “da remoto”, ossia a casa propria mediante computer e collegamenti internet. Una modalità, questa, che pur arrecando qualche vantaggio ai lavoratori (eliminazione del tempo di trasporto e di un tipo di abbigliamento, vita in famiglia, pasto tradizionale) comporta grandi vantaggi al datore di lavoro (riduzione dello spazio degli uffici, abolizione dei buoni pasto, accollo delle spese elettriche e telefoniche al lavoratore, allungamento indiretto dei tempi effettivi di lavoro, ecc.).  Ma, soprattutto, abolisce quella che è la ragion d’essere del sindacato o comunque di qualunque associazione: la presenza fisica in comune con quelli che condividono il lavoro nella stessa azienda. E ciò non solo indebolisce la solidarietà di categoria e aziendale, ma consente un maggior numero di trattative dirette tra azienda e lavoratore all’insaputa dei colleghi e del sindacato e l’estensione di diverse tipologie contrattuali (appalti, lavoratori in affitto, collaborazioni). Dinanzi a tutto ciò la “Triplice” è muta e ha saputo solo protestare per un contratto (il primo!) con i trasportatori di cibo a domicilio perché è stato fatto dall’UGL e non da loro…Però non eleva alcuna protesta contro l’INPS, gestita dal grillino Tridico che ritarda le erogazioni della cassa integrazione e degli altri sostegni al reddito stabiliti per l’emergenza occupazionale; non fa nessuna manifestazione di piazza che un tempo erano la sua “specializzazione” e, anzi, critica quelle delle altre categorie economiche. Insomma, un silenzio che testimonia il suo declino. Dovuto anche al fatto che, non avendo neanche più il sostegno dei partiti da cui erano stati fondati e su cui contavano, non sanno cosa fare: si rifugiano allora nelle categorie protette (statali e pensionati) e nei proventi procurati dalle gestioni dei CAF, dei Patronati, degli Enti di formazione.

Ma negli Stati Uniti la situazione è ancora peggiore. E’ notizia di pochi giorni fa che nello Stato dell’Alabama la maggioranza dei dipendenti dello stabilimento di Bessemer della multinazionale “Amazon” ha respinto in un referendum l’istituzione del sindacato in quell’azienda. La cosa sorprenderà i lettori: com’è possibile che nel 2021, per costituire in una grande impresa una sezione sindacale, occorra l’assenso della maggioranza dei lavoratori? Non sarebbe possibile in Europa, E certamente non in Italia dove l’art. 39 della Costituzione e lo Statuto dei Lavoratori lo impediscono ma negli Stati Uniti – il “tempio” della democrazia che i suoi gran sacerdoti vogliono imporre al resto del mondo mediante rivoluzioni, guerre e bombe – si. E ciò, nonostante gli USA siano membri sia dell’Organizzazione internazionale del lavoro sia dell’ONU, organismi che nei loro documenti programmatici indicano tra i diritti umani da tutelare quella della libertà di azione sindacale!

In realtà, nella Costituzione americana tra i suoi numerosi “emendamenti” al testo originale non c’è nessuno che parli del sindacato, tranne il generico diritto ad associarsi: è la Corte Suprema che di volta in volta, intervenendo su casi sottoposti al suo giudizio, esprime sentenze al riguardo. Non c’era però da sorprendersi da quel voto - che i dirigenti sindacali proponenti accusano di essere stato pesantemente influenzato dalla direzione aziendale - perché il capo di “Amazon”, Jeff Bezos, aveva esplicitamente dichiarato nel 2018 che “noi non crediamo di aver bisogno di un sindacato come intermediario tra noi e i nostri lavoratori”. E questa è la linea di pensiero seguita dalle multinazionali, l’eliminazione degli intermediari ossia di quei “corpi intermedi” su cui si basa proprio la democrazia: il popolo si esprime, in uno Stato organico, attraverso le sue associazioni di categoria e i partiti (fra parentesi, cosa anche questa di fatto proibita negli USA dove esistono solo due partiti, è tecnicamente impossibile far partecipare alle elezioni un terzo, e quei due – tranne rare eccezioni come ad esempio Trump – sostengono di fatto la stessa politica all’interno e all’esterno: litigano solo sul bilancio…).

Insomma, da questa succinta analisi emerge che il mondo occidentale, quello che un tempo era all’avanguardia nel mondo anche sulle tematiche sociali e del lavoro, stia progressivamente eliminando tutte le aggregazioni umane nel posto di lavoro, nei sindacati nei partiti. La “globalizzazione” sta modellando un mondo in cui gli uomini siano soli, indifesi dinanzi al potere dell’economia, della finanza e della persuasione più o meno occulta sulla libertà del loro modello di vita. Vi sono certamente molte “sacche” di resistenza culturale e sociale che tuttavia operano sempre più con difficoltà: però i mondialisti non hanno ancora vinto. E lo dimostra proprio “Amazon” sia per lo scandalo mondiale causato da quel rifiuto sia dal fatto che proprio in Italia si è avuto per la prima volta uno sciopero nei suoi stabilimenti.


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Editoriale

 

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