Le pensioni, un altro nodo per Draghi

Oltre alle questioni relative alle aziende in crisi, di cui abbiamo scritto nel numero precedente, il governo Draghi dovrà sciogliere un altro “nodo” che si è aggrovigliato negli ultimi anni, quello delle pensioni. Com’è noto, il governo Monti – obbedendo ciecamente alle “direttive” dell’Unione Europea – fece attuare dal suo ministro del lavoro Elsa Fornero una norma che stabiliva per tutti l’età pensionabile a 67 anni, con tendenza a crescere negli anni in relazione alla crescita – che forse il virus ha oggi fermato – della vita media.

Quella riforma, fatta in fretta e furia senza il confronto con i sindacati e i tecnici, comportò numerose ingiustizie rispetto a determinate situazioni in essere tanto che furono successivamente fatti ben otto provvedimenti di sanatoria. Intervenne poi il primo governo Conte dove Salvini, allora vicepremier, fece approvare la cosiddetta “quota 100” per accedere al pensionamento la quale era basata sui requisiti minimi di 62 anni di età e 38 anni di contributi. Inoltre, erano stati istituiti altri meccanismi agevolativi per le donne e gli anticipi pensionistici per determinate situazioni di difficoltà occupazionale.

Tutto ciò andrà in scadenza alla fine di quest’anno e il governo – anche tramite il neoministro del lavoro, l’ex-comunista Orlando – dovrà intervenire o attuando delle proroghe o modificando i criteri o annullando tutto ritornando sic et simpliciter alla norma Fornero che peraltro ha già fatto aumentare di un anno l’età pensionabile mentre in un suo studio la Commissione Europea propone addirittura 71 anni per l’Italia.

Intanto, occorre vedere quale sia stato il risultato di “quota 100”. Alla fine del 2020 le domande di pensionamento attuate sono state 267.000, perlopiù concentrate tra il 2018 e il 2019 perché nel 2020 il virus ha comportato il lavoro a domicilio o l’estensione della cassa integrazione: quindi, i possibili pensionandi hanno ritenuto opportuno rinviare l’uscita dal lavoro perché le condizioni in cui si stava svolgendo la loro attività non erano né gravose né dispendiose (per trasporti, vitto, abbigliamento, ecc.). Tuttavia quei pensionamenti anticipati hanno comportato un aumento dell’occupazione perché nel 2019, dopo le dimissioni per pensionamenti, vi è stato un aumento netto di 136.000 unità lavorative.

Ma, al di là della questione relativa alla “quota 100”, bisogna prendere in considerazione il discorso generale sulla previdenza. Com’è noto, frequentemente viene affermato da esponenti politici ed economici italiani e stranieri che la situazione previdenziale è in crisi e che quindi bisogna intervenire drasticamente per impedire una crisi generalizzata del sistema: e gli interventi proposti sono sia l’allungamento dell’età per andare in pensione sia tagli agli importi delle rendite, da attuare con diverse modalità (coefficienti di calcolo, mancati adeguamenti al costo della vita, imposte di “solidarietà” per le pensioni più elevate).

Nel mese di febbraio, il Centro Studi Iniziative Previdenziali ha presentato il suo Ottavo Rapporto sulla spesa pensionistica elaborato sulla base dei dati forniti dall’INPS, che ormai è divenuto l’unico istituto pubblico che si occupa di previdenza e assistenza. Da quel rapporto, traiamo alcuni dati significativi:

  • il saldo netto della gestione previdenziale è in passivo per circa 21 miliardi di euro ma questa cifra deriva dalla somma algebrica tra l’avanzo della gestione dei dipendenti da imprese privati e da lavoratori “parasubordinati” per circa 28 miliardi e il passivo dei fondi dei pubblici dipendenti per 39 miliardi, oltre ai deficit di altre gestioni minori (coltivatori diretti, artigiani) e degli interventi assistenziali. Risulta quindi che la vasta platea dei lavoratori privati, quelli sempre oggetto degli interventi legislativi penalizzanti, ha il bilancio in attivo tra contributi versati (che non ha fatto negli anni scorsi lo Stato con i propri dipendenti) e pensioni erogate;
  • questo dato è confermato dall’indice matematico, fondamentale per un sistema previdenziale. del rapporto tra lavoratori dipendenti contribuenti e pensionati pari all’1,45%;
  • la spesa pensionistica vera e propria è stata di 210 miliardi che scende però a 157 perché lo Stato preleva 54 miliardi d’IRPEF sulle pensioni, ed essa è totalmente coperta dai contributi. Quella assistenziale, invece, sale a 115 miliardi: ricordiamo che il 40% delle pensioni erogate, ossia 7 milioni su 16, è totalmente o parzialmente a carico dello Stato perché i contributi versati durante la vita attiva erano insufficienti;
  • l’incidenza della spesa pensionistica vera e propria sul prodotto interno lordo, dato che interessa gli analisti dei bilanci della Commissione Europea, è del 12,88%, percentuale che è in linea con la media europea.

Questi dati confermano che l’allarmismo periodicamente espresso sulle pensioni e sul loro equilibrio tecnico/economico sono infondate e pretestuose, fatte apposta per convalidare l’applicazione di rigide normative penalizzanti. Certamente l’anno 2020 ha indebolito questa situazione perché le chiusure imposte dal virus hanno comportato cessazioni di attività, diminuzione dell’occupazione, contribuzioni figurative anziché reali a causa della cassa integrazione e di altri provvedimenti di sgravio. Però i dati globali sono quelli, che non dimostrano una crisi in atto e – anzi – una sostanziale stabilità del sistema.

Vedremo ora cosa vorrà fare il nuovo governo Draghi in materia e speriamo che sia le Parti Sociali che alcuni ministri sappiano far emergere i dati veri del sistema senza penalizzare ulteriormente i lavoratori anziani i quali vorrebbero - dopo decenni di lavori spesso gravosi e sottovalutati economicamente e moralmente - avere un meritato riposo, peraltro pagato con i propri contributi.


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