Gli interessi degli stati prevalgono nel pachiderma chiamato Unione Europea

Dopo la conclusione delle 100 ore di megavertice europeo di Bruxelles, si possono esprimere alcune iniziali considerazioni in attesa di leggere bene l’accordo raggiunto e – soprattutto – gli allegati che spesso sono quelli che ne stabiliscono i limiti e le modalità effettive. Esse sono di due tipi, il primo che si riferisce alla struttura europea l’altra ai risultati della sua attività.

Per quanto riguarda la struttura dell’Unione Europea, rileviamo che:

  • Gli “europeisti” (euroinomani, come li chiamano alcuni) hanno sempre polemizzato con i partiti ed economisti “sovranisti” sostenendo che il nazionalismo – inteso come difesa degli interessi della propria Nazione, al di là della posizione politica e delle persone che la rappresentano – fosse superato e del tutto inutile in un sistema ormai unico quale quello dell’Unione Europea nato dai Trattati di Lisbona e da quelli accessori (come il MES). La riunione di luglio di Bruxelles ha invece dimostrato il contrario: essendo essa, per definizione, la riunione del “Consiglio degli Stati” ognuno dei partecipanti si è comportato da “nazionalista”, difendendo i propri interessi sia in termini economici che giuridici (esempio, Polonia e Ungheria);
  • L’esistenza stessa del Consiglio è la dimostrazione dell’assenza di uno Stato unitario come a volte viene rappresentata o viene intesa l’Unione Europea. Infatti, che bisogno c’è di riunire i capi di governo se esiste un organo esecutivo – la Commissione – costituita da persone che sono state nominate ciascuna da ogni singolo Stato partecipante e un organo legislativo/rappresentativo quale il Parlamento Europeo? In teoria, una proposta come quella del “Fondo per la Ripresa” (traduciamo così il “Recovery Fund”) avrebbe dovuto essere elaborata dalla Commissione, presentata al Parlamento, discussa, votata e applicata. La riunione di Bruxelles ha dimostrato chiaramente che quando si tratta di questioni importanti l’architettura europea non serve più e si arriva al più classico e tradizionale accordo tra gli Stati, come se fosse una specie di Onu continentale: e questa similitudine è ancor più calzante quando esiste (a causa della regola assurda dell’unanimità, che tuttavia è un’altra conferma indiretta del primato degli Stati) un “diritto di veto” dello Stato dissenziente, così come all’ONU c’è quello dei “Cinque Grandi”. Spesso si parla di “Stati Uniti d’Europa”: ma v’immaginate se Trump, o chi per lui, dovendo stanziare dei fondi per la ricostruzione, debba riunire tutti i cinquanta governatori degli Stati e discutere con loro, trovando un accordo unanime, per settimane?
  • Sempre a questo riguardo, vi è anche la constatazione dell’inesistenza politica delle cosiddette “grandi famiglie europee”, ossia i raggruppamenti del partito popolare europeo, dei socialdemocratici, dei liberali presenti al Parlamento Europeo. Se gli Stati non avessero più alcun ruolo nell’Unione, e se i loro poteri fossero delegati da un lato alla Commissione e dall’altro – peraltro derivanti dal voto popolare – al Parlamento, dovrebbero essere questi partiti a decidere le iniziative da prendere ed eventualmente trovare accordi tra loro. Invece, ognuno segue gli interessi del proprio Stato e quindi vediamo popolari contro popolari, socialdemocratici contro socialdemocratici, liberali contro liberali e conservatori.

Dal punto di vista dell’operatività dell’Unione Europea, anche in questa occasione è apparso evidente come sia una specie di “pachiderma” lentissimo a muoversi, o addirittura fermo su questioni importanti per il Continente che pretende di rappresentare e tutelare. E facciamo qualche esempio, a partire proprio da questo del “Covid”:

  1. L’epidemia del “Covid” è stata affrontata in modo lento e superficiale dall’Unione. Premesso che nella Commissione il commissario alla salute (la sconosciuta Stella Kyriakides) è privo di qualsiasi potere, soprattutto politico in quanto rappresentante del micro-Stato di Cipro anch’esso a suo tempo sottoposto alle drastiche “cure” economiche dei rigidi controllori europei, non si è intervenuto subito, appena apparso il virus, in tutti i campi necessari: istruzioni sanitarie, acquisizione e distribuzione di materiale sanitario, intervento a sostegno delle situazioni più critiche con utilizzo solidale di ospedali e medici, regole per la quarantena e la libertà di circolazione delle persone, chiusura delle frontiere, ecc. Ogni Stato ha fatto da solo e a questo proposito citiamo un eloquente articolo di Federico Petroni apparso su “Limes”: “il virus ha crudelmente manifestato l’impotenza dell’Unione, l’ha scossa alle fondamenta: confini che si pensavano archiviati sono tornati…in campo sanitario l’integrazione è assai scarsa…la Commissione ha sottostimato l’urto e il 9 marzo – ad epidemia divampata – la presidente von der Leyen dichiara di aver costituito un coordinamento sulla vicenda…”
  2. ma anche per le conseguenze economiche del virus per il blocco delle attività c’è stato un enorme ritardo. Solo adesso, a luglio, vi è stata la riunione per stabilire un piano d’intervento: ma si tratta solo di un’intesa generale, poi i fondi dovranno essere reperiti tramite emissioni di obbligazioni e ripartiti solo dopo aver preso visione dei piani di ripresa presentati dai singoli Paesi. Passerà un altro anno, e infatti si parla che i primi miliardi tanto esaltati dalla stampa di regime arriveranno solo “nel secondo semestre del 2021”, a fallimenti e disoccupazione avvenuti;
  3. è bene poi ricordare l’assenza in politica estera: vi è la situazione libica, con una guerra in corso alle porte di casa che potrebbe divampare ulteriormente (proprio ora l’Egitto ha minacciato d’intervenire militarmente a sostegno della Cirenaica) e non si prende alcuna iniziativa attiva, oltre a inutili incontri diplomatici non sostenuti da azioni militari; vi sono i rapporti con la Russia, congelati da circa sei anni con le sanzioni per la questione della Crimea e del Donbass (ormai praticamente stabilizzate e irreversibili) che potrebbero essere ripresi nell’interesse dell’economia europea ma sono soggetti ai ricatti rivendicativi dei Paesi Baltici e della Polonia;
  4. vi è la questione degli immigrati clandestini, cui si assiste senza alcun progetto scaricandone i costi e i problemi sull’Italia, pur trattandosi comunque dell’ingresso illegale in un Paese comunitario e avendo peraltro come destinazione finale proprio i Paesi dell’Europa centrale e settentrionale che se ne disinteressano.

Potremmo continuare a lungo ad esporre tutte le critiche e le problematiche relative a questa Unione Europea. E’ stato detto che la riunione conclusasi il 20 luglio può considerarsi storica perché per la prima volta si è stabilito l’erogazione di ingenti risorse finanziarie: ma si potrebbe considerare storica anche perché ha dimostrato la fallacità della teoria della fine degli Stati e l’inutilità, nei momenti decisivi, dei massimi organi esecutivi e rappresentativi quali dovrebbero essere la Commissione e il Parlamento.


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