Italia 2020 tra crisi economica e "ciclo dei vinti"

Lo scenario economico-finanziario di questi giorni presenta caratteri pericolosamente simili a quello del cosiddetto golpe dello spread. Ci riferiamo a quando l’opinione pubblica italiana, europea e non solo creò le precondizioni per l’avvicendamento tra Silvio Berlusconi e Mario Monti alla guida del Paese.

Oggi come all’epoca, infatti, si ravvisano non solo l’acutizzarsi della crisi economica, ma anche la drammatica impennata del deficit italiano. A ciò si aggiungono altri due inquietanti deja vu: il timore mai scomparso ma ben celato – per adesso – di una risalita dello spread e un certo attivismo mediatico di nani e ballerine del circo mediatico impegnati, con una certa animosità, a invocare un governo ancor più allineato ai dettami e ai postulati della finanza mondiale e mondialista.

Non è dato sapere, al momento, se l’agognato cambio di leadership a Montecitorio avverrà davvero aprendo ad un nuovo esecutivo di “unità nazionale”. Quel che importa, però, è che l’insieme di queste coincidenze significative col 2011 hanno già creato le condizioni per un nuovo attacco della finanza speculativa all’Italia e, forse, a ciò che rimane dell’eurozona.

D’altra parte, l’élite globale ha da sempre sfruttato queste situazioni “di interregno” per sferrare dei veri e propri attacchi predatori alle economie più deboli. Ben prima del 2011, infatti, attraverso una massiccia campagna di propaganda è stata rafforzata la traballante legittimità del sistema globale di libero mercato aprendo le porte alla prima vera e propria ondata di deregolamentazioni e privatizzazioni.

Era il 16 settembre 1992 ed in una notte, la Prima Repubblica fu spazzata via dall’attacco che il Fondo Quantum sferrò alla Banca d’Italia: la vendita allo scoperto di lire condotta con un click causò una perdita di 48 miliardi di dollari di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze. La Lira italiana riportò una perdita di valore del 30% e l’uscita dal Sistema monetario europeo (Sme). Per rientrarvi, fu avviata una delle più pesanti manovre finanziarie della storia patria – circa 93 mila miliardi di lire – al cui interno, tra le tante misure, fece per la prima volta la sua comparsa l’imposta sulla casa (Ici), oggi Imu.

Non andò meglio nel 2008 quando simultaneamente si configurarono tre scenari fortemente critici che oggi riviviamo all’ombra dell’emergenza pandemica: l’alto livello del debito pubblico soprattutto se considerato in rapporto al PIL; la scarsa crescita economica, col PIL aumentato in termini reali solo del 4% nel decennio 2000-10; la scarsa credibilità dei governi e del sistema politico, spesso apparso privo di decisione o tardivo nell’affrontare le emergenze del Paese agli occhi degli osservatori internazionali e degli investitori.

Gli italiani erano entrati nel Terzo millennio con una buona dose di ottimismo, ma con la bancarotta di Lehman Brothers cambiò tutto: si diffuse tra loro la consapevolezza di vivere in una triste attualizzazione del “ciclo dei vinti” di verghiana memoria. Cosa successe lo ricordiamo bene: molti investitori – sempre gli stessi –, nutrirono “sfiducia” verso la capacità dell’Italia di essere solvibile e provocarono ad hoc un deflusso di investimenti e un ritiro improvviso dei capitali con la conseguente impennata dei tassi di interesse sui titoli di Stato della Penisola.

Oggi la situazione si ripresenta con un’Italia ancora più debole nella quale il tessuto legale della società è già stato de facto ampiamente revisionato. Sulla base dell’abrogazione dello Stato di diritto, sono emerse le fondamenta di un apparato statale autoritario con poca o nessuna opposizione dalla base della società civile. Dall’altra parte, invece, le élite finanziarie globali hanno raggiunto lo zenit della loro potenza e possono sferrare il loro attacco finale: puntare alla distruzione dell’euro al fine di spolpare i Paesi che lo adottano.

L’Italia, oggi come ieri, si presenta all’appuntamento nel modo peggiore, quello della preda iniziale. In economia – quella neoliberista, soprattutto – come in natura, una volta iniziata la caccia non c’è bisogno di molta fatica per sottomettere il resto del branco.


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Editoriale

 

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