Nazionalisti e socialisti uniti su Alitalia

In questi giorni alla Camera si sta discutendo il decreto-legge n. 137 che stanzia ulteriori 400 milioni per far proseguire l’attività dell’Alitalia in attesa di una futura definitiva sistemazione. Per riepilogare brevemente la questione, ricordiamo che la Compagnia fu parzialmente privatizzata dopo la sua appartenenza all’IRI e poi totalmente ceduta a imprenditori privati italiani (i cosiddetti “capitani coraggiosi”) i quali, incapaci di elaborare un piano industriale di sviluppo, hanno primo ceduto parti importanti dell’azienda (tra cui il fondamentale e prestigioso Servizio di Manutenzione AMS qualificato tra i migliori al mondo, acquisito da una società israeliana) e poi trasferita la proprietà alla compagnia araba “Etihad”. Quest’ultima da un lato ha continuato a svendere gli attivi della Compagnia (in particolare gli “slot”, i diritti di atterraggio negli aeroporti internazionali, molto pregiati) e dall’altro ha fatto acquisire ad alto prezzo i suoi aerei in leasing; ha chiuso rotte importanti a lunga percorrenza (quelle più redditizie) e ha mandato molti dipendenti in cassa integrazione. Insomma, ha fatto tutto anziché sviluppare la Compagnia, e poi si è ritirata costringendo il governo ha nominare dei commissari. Il costo del commissariamento è stato inizialmente di 900 milioni, con la speranza di equilibrare i conti della Compagnia: adesso, è necessario un ulteriore rifinanziamento di 400 milioni.

Dinanzi a questa situazione derivante non tanto dall’incapacità dei commissari ma piuttosto dall’abbandono e dalla spoliazione effettuata dagli ultimi amministratori privati, si è aperto un ampio dibattito alla Camera nel quale sono intervenuti molti parlamentari, per conto dei principali partiti. Nel corso di esso è emerso un elemento interessante, poiché vi sono stati interventi (che sembrano speculari) di esponenti di un partito che si definisce “nazionalista”, ossia “Fratelli d’Italia”, e di un esponente molto qualificato del raggruppamento di sinistra più legato al vecchio PDS, erede del PCI, che è “Liberi ed Uguali”., di tendenza socialista.

Quest’ultimo è Stefano Fassina, noto per le sue posizioni controcorrente in materia di globalizzazione e libero mercato, il quale ha innanzitutto ricordato come i commentatori di questa vicenda ostili al finanziamento da parte dello Stato e teorici del “libero mercato”, abbiano omesso di dire che “nei dieci anni trascorsi dal 2008 al 2017, prima dell’amministrazione straordinaria, Alitalia è stata una Compagna interamente privata. I 1.300 milioni che gli sono stati dati hanno quindi coperto le inefficienze e gli sperperi dei privati”. Egli ha quindi chiesto al governo di “valutare la possibilità di costruire una nuova società di trasporto aereo che possa prevedere la partecipazione da parte dello Stato, acquisendo gli attivi dell’Alitalia”.

A loro volta, i parlamentari di “Fratelli d’Italia” hanno ribadito l’importanza e la necessità di una Compagnia aerea di bandiera con partecipazione statale. Federico Mollicone ha detto che “proprio perché ci chiamiamo Fratelli d’Italia siamo a favore di una Compagnia di bandiera che ne rappresenti l’identità, l’orgoglio e anche la capacità industriale rispetto agli altri Paesi europei: rivendichiamo il diritto dello Stato italiano di tornare in Alitalia”.

Questo concetto è stato ribadito da Fabio Rampelli il quale ha detto: “A proposito della retorica sulle privatizzazioni abbiamo visto troppe privatizzazioni che non servivano…visto che la Francia è presente in Air France, la Lufthansa è partecipata dai Lander tedeschi, Portogallo e Austria hanno lo Stato dentro la Compagnia, l’Olanda sta intervenendo nella sua KLM, quale sarebbe lo scandalo se l’Italia, per difendere i propri interessi, mettesse un soggetto pubblico statale all’interno della Compagnia per presidiare le infrastrutture sovrane ed evitare che i vettori stranieri dirottino il traffico altrove? Ricordo che attualmente, sui 186 milioni di passeggeri trasportati in Italia, l’Alitalia ne trasporta solo 20.”

Nel corso del dibattito è emerso anche un fatto poco noto. Gli Aeroporti di Roma, il più importante scalo italiano e anche un centro di smistamento dell’Europa meridionale (un “hub”, come si dice in gergo) è stato concesso ai Benetton per la gestione, così come è avvenuto per Autostrade per l’Italia. E la sua amministrazione non è certo rivolta a tutelare la Compagnia di bandiera italiana perché le impone dei diritti di atterraggio e di sosta assai elevati che negli ultimi dieci anni sono aumentati del 230% a fronte di un’inflazione del 19%. In realtà, i Benetton si preoccupano di guadagnare, oltre a ciò, i lauti diritti delle concessioni ai numerosissimi negozi aperti nella zona aeroportuale e gli incassi degli enormi parcheggi che la contornano. Anche questa è un’altra questione da risolvere, visto che in Francia l’importante e fondamentale aeroporto “Charles de Gaulle” è di proprietà dell’Air France.

Appare quindi evidente come il dibattito – abbastanza scontato nel suo risultato parlamentare – sulla necessità di conferire altri fondi ai Commissari di Alitalia per evitare il blocco dei voli e la messa in mobilità o licenziamento del personale (tutto altamente qualificato, peraltro), abbia fatta emergere la vera questione di fondo dell’economia italiana: la necessità di un ritorno alle Partecipazioni Statali nei settori strategici, di cui il trasporto aereo è un elemento fondamentale.


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