L'oro ritorna centrale

Negli anni scorsi si sta incrementando un fenomeno che all’inizio si era manifestato in modo inavvertito. Infatti i più grandi Paesi del mondo stanno progressivamente “liberandosi” delle riserve valutarie in dollari (sia come moneta che come titoli di Stato) a causa dell’elevatissimo debito pubblico della moneta statunitense la quale, con le sue continue immissioni in valuta e in titoli, ha raggiunto il picco di 22.000 miliardi di debito pubblico, con una prospettiva di future svalutazioni.

Se a ciò aggiungiamo le turbolenze sia dei mercati valutari sia delle situazioni di conflitto, effettivo o solo economico, risulta evidente la preoccupazione degli Stati sovrani di affrancarsi dalla servitù monetaria del dollaro, perché in caso di sua svalutazione le loro riserve si troverebbero impoverite.

Cosicché nella stragrande maggioranza dei Paesi, dall’India alla Turchia, dalla Cina alla Russia oltre ai Paesi europei, è prevalsa la tendenza a sostituire con lingotti d’oro le riserve cartacee o virtuali in dollari.

Un breve esame delle riserve auree dà i seguenti risultati (in tonnellate): USA 8.133; Germania 3.371;

Italia 2.451; Francia 2.436; Russia 2.168; Cina 1.885.

Da rilevare come i Paesi che stanno rapidamente incrementando le loro riserve in oro siano la Cina e la Russia che lo fanno liberandosi dei titoli e delle monete in dollari, le quali in generale sono diminuite del 4% nelle riserve di tutte le Banche centrali: considerando in valori assoluti, la cifra è ingente.

Cosa significa questo? E’ – indirettamente – la risposta alla decisione unilaterale americana del 13 agosto 1971 quando il presidente Nixon decise improvvisamente di abolire la convertibilità del dollaro in oro su richiesta delle Banche centrali, nella misura di 1,13 grammi d’oro per ogni dollaro, com’era  stato stabilito negli accordi di Bretton Woods del 1944, quando il dollaro sostituì la sterlina come moneta di riferimento negli scambi internazionali (a palese dimostrazione dell’errore storico di Churchill che, avviando lo scontro con la Germania anziché svolgere quelle trattative di sistemazione degli assetti europei e mediterranei che Mussolini aveva indicato per evitare la guerra e il declassamento dell’Europa, aveva provocato la fine dell’Impero inglese). Adesso però quella cifra è irreale, perché oggi un grammo d’oro equivale a 43 dollari e, per mantenere il rapporto stabilito a Bretton Woods, gli USA dovrebbero avere più di 500.000 tonnellate d’oro! Da allora, tutta la moneta circolante nel mondo non ha alcuna base concreta.

Pertanto, dinanzi all’alluvione di carta moneta e di moneta elettronica, è tornato in modo spontaneo e diffuso il ruolo dell’oro nel sistema di regolamentazione degli scambi internazionali per indicare la solidità economica degli Stati. Ed è singolare che questo avvenga proprio mentre si vuole attribuire, con grande enfasi, un ruolo predominante alla moneta elettronica sia per le relazioni individuali dei cittadini sia per le transazioni internazionali, e si progettano nuove monete virtuali tramite internet.

Va inoltre considerato che, pur costituendo il dollaro il 60% delle riserve mondiali, esso sta iniziando ad essere scalzato anche dall’Euro che attualmente conta per il 20%: ma, ad esempio, esso corrisponde al 40% delle riserve valutarie russe. E anche qui occorrerebbe fare una riflessione sulla stupidità delle sanzioni economiche messe dall’Europa alla Russia, su istigazione della presidenza americana di Obama, le quali danneggiano principalmente l’economia europea e non quella statunitense. Ma anche la Cina sta accumulando grandi riserve di Euro che le servono per le sue importazioni e gli investimenti.

Insomma, dopo un secolo di dominio americano nella finanza internazionale si sta tornando all’antico, ossia ai valori solidi e tangibili come l’oro: i più anziani ricorderanno che le loro nonne tenevano in casa, nei loro portagioielli (o, in tempo di crisi economica o di guerra, cucite nei vestiti), le “Sovrane” d’oro, ossia le sterline in oro che addirittura venivano regalate in occasione di nascite, cresime o matrimoni.

Infine, occorre fare un’osservazione sull’Italia che, collocandosi al terzo posto nel mondo con le sue riserve auree, dimostra ancora una volta di avere una potenzialità economica che le sue classi dirigenti non valorizzano, agevolano e fanno valere nei confronti internazionali, dall’Unione Europea al Fondo Monetario Internazionale: invece si fanno imprigionare nella gabbia del pareggio di bilancio e dei tagli alla spesa pubblica.

E’ anche opportuno ricordare come la presenza di una così forte riserva aurea – che è nella disponibilità della Banca d’Italia ma appartiene allo Stato – confermi ulteriormente la necessità di riportare il controllo sulla Banca d’Italia allo Stato anziché affidarlo alla Banca Centrale Europea come c’impongono i Trattati dell’Unione Europea.


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Editoriale

 

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