I vecchi rituali della "Triplice"

Mercoledì e giovedì la “triplice” sindacale ha deliberato uno sciopero nazionale del settore dei trasporti, tutti compresi (autobus, metro, treni, aerei) motivandolo con una assai generica “insoddisfazione” per le carenze del governo in materia.

Certamente carenze ci sono, e notevoli: per quanto riguarda le autolinee di città o interurbane, le aziende di trasporto comunali e regionali sono in deficit finanziario, hanno mezzi vecchi e personale insufficiente, senza le risorse necessarie per le infrastrutture. Vi sono poi casi come quello della romana ATAC in concordato preventivo per evitare il fallimento, e altri simili in comuni minori.

Il trasporto ferroviario, se funziona (se non ci sono attentati!) ottimamente sulle linee ad alta velocità, dimostra lacune nei trasporti regionali e in quelli a lunga distanza nelle regioni meridionali.

Infine, nel trasporto aereo: ancora non è stato concluso il nuovo assetto di Alitalia, che ci auguriamo tutti possa tornare ad essere la Compagnia di bandiera nazionale, forte del suo indiscusso elevato standard di qualità del servizio, con la maggioranza della proprietà ad imprese o enti statali.

Dinanzi a questa situazione, in piena stagione estiva e turistica, con la situazione già estremamente difficile del trasporto urbano come quella della Capitale, la “triplice” non trova di meglio che indire uno sciopero nazionale al quale tuttavia non partecipano l’UGL, i sindacati autonomi e quelli di “base”, segnale indicativo anche questo.

Si tratta, a nostro parere, solo delle dimostrazioni di “esistenza in vita” di un apparato sindacale che non sa cosa dire, proporre e confrontarsi con la situazione socio-economica e politica italiana, europea e mondiale dove tutti gli assetti preesistenti sono in discussione.

Evidentemente, l’apparato di quelle organizzazioni (composto, è bene ricordarlo, più di funzionari che di sindacalisti provenienti dal lavoro in azienda) è in grande confusione e reagisce, come la cosiddetta “coazione a ripetere”, con l’unica cosa che ha imparato dal 1900 in poi: lo sciopero, più o meno generale, che non ha mai risolto niente ma ha solo danneggiato cittadini e imprese oltre che i lavoratori i quali, aderendo, perdono la retribuzione. Per esempio, mai hanno voluto proporre e richiedere la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, almeno quelle a prevalente capitale pubblico: non sarebbe meglio avere il ruolo e il potere di affrontare i problemi dall’interno, in una sede consultivo-decisionale, anziché premere inutilmente dall’esterno? Ma c’è poco da fare, la mitologia dello sciopero che abbatte il sistema capitalista (e non c’è mai riuscito) è dura a morire!

Ma nella stessa giornata di giovedì il presidente del consiglio Conte convoca i sindacati in due tornate: prima la “triplice” e dopo (dopo soli 45 minuti programmati) l’UGL e gli altri sindacati. Premesso che non comprendiamo cosa si possa definire in 45 minuti, quando sono almeno quattro o cinque a parlare, quella divisione (che non si era più verificata fin dagli anni del governo Berlusconi) è – da un certo punto di vista – emblematica: c’è il vecchio sistema sindacale e c’è chi, in modo magari confuso, vorrebbe avere nuove modalità per rappresentare le esigenze del mondo del lavoro nell’ambito di un’economia nazionale in difficoltà anche per effetto delle imposizioni della Commissione Europea.

La convocazione del presidente del consiglio, che probabilmente avviene per ripicca dopo quella – molto più partecipata – indetta da Matteo Salvini al Viminale (che, lo ricordiamo, fino agli anni cinquanta era la sede del governo prima di trasferirsi a Palazzo Chigi), ha anche un altro significato, forse non voluto: la necessità di riprendere i contatti e – ove possibile – la collaborazione con le cosiddette “Parti Sociali” o Corpi Intermedi smentendo così un’impostazione ideologica che, da  Monti a Di Maio, considerava i “tecnocrati” europeisti o gli adepti alla “Piattaforma Rousseau” gli unici titolati a dirigere la “res publica” ignorando il “Paese reale” il quale era preso in considerazione anche ai tempi dell’Impero romano tramite i “collegia” regolamentati da Augusto e che avevano anche una specie di riconoscimento giuridico.                                                                  


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