L'ipotesi del debito irredimibile

Il debito pubblico italiano, secondo gli ultimi dati, ha raggiunto l’importo di 2.256 miliardi di euro, pari al 131% circa del prodotto interno lordo. Cifra elevata, certamente, cui però fanno da riscontro un importo equivalente – se non maggiore – gli importi del risparmio privato, del patrimonio dello Stato, delle riserve auree. In altri termini l’Italia come “sistema Paese” come oggi si dice, è sostanzialmente in pareggio. Da aggiungere che la maggior parte di questo debito ha come ”creditori” le famiglie, i gestori del risparmio (fondi pensione e simili istituzioni pubbliche o private, impegnate a garantirsi un reddito costante con gli interessi), le banche e le compagnie di assicurazioni: la parte del debito in mani straniere è circa del 35%.

Su questo debito si pagano gli interessi, che quest’anno ammontano a 64 miliardi, pari al 3,6% del bilancio dello Stato.

Ma la questione del debito, visto come un macigno che grava sull’Italia come il masso sulle spalle di Sisifo, suscita allarmi e preoccupazioni.

Certo, se l’Italia avesse il controllo della Banca nazionale (mentre la Banca d’Italia è stata di fatto resa indipendente nel 1981 da Beniamino Andreatta, il democristiano liberista) e dell’emissione della moneta, potrebbe fare a meno dell’emissione dei titoli di debito stampando denaro (stando solo attenta a non far salire il tasso d’inflazione oltre un limite assorbibile) come fanno USA e Giappone.

Nel passato, però, l’Italia – così come avevano fatto altri Paesi europei – seguì un’altra strada per congelare il debito pubblico: quella di renderlo “irredimibile”, ossia non più rimborsabile il capitale ma pagando per un periodo non predeterminato ma assai lungo, solo gli interessi istituendo così una rendita. Ci furono due personaggi politici che fecero queste operazioni. Il primo fu Giovanni Giolitti, che nel 1906 istituì – mediante il consolidamento e l’irredimibilità del debito – la rendita al 3,5% e al 5%. Da notare che all’epoca la Lira godeva di una grande stabilità e quindi la modifica fu accolta con favore. D’altronde, ci trovavamo nel clima della “belle èpoque”…

L’altro personaggio fu Benito Mussolini che si trovò un forte debito pubblico conseguente alla guerra e alle turbolenze del dopoguerra: così varò nel 1926 un “prestito del Littorio” basato sulla conversione in rendita del debito accumulato, e che ebbe un grande successo.

Da tener presente che i possessori di questi titoli di rendita se li potevano scambiare in Borsa, dove nei listini c’era un apposito spazio per le quotazioni, senza che questo fatto influenzasse o preoccupasse la politica finanziaria del governo, il quale non aveva l’assillo periodico – come oggi - di sapere se i rinnovi dei BOT, BTP, CCT e simili sarebbero stati coperti dagli acquirenti, e a quale tasso d’interesse.

Oggi, purtroppo, il mondo finanziario è cambiato e uno Stato come l’Italia, avendo perso la sovranità mo0netaria, non può più fare queste operazioni.

Ci domandiamo però come mai l’Europa, che controlla e dirige tutto, non possa fare un’operazione del genere assumendosi una parte consistente dei debiti dei Paesi membri, emettendo a copertura suoi titoli (“Eurobond”) che potrebbe anche rendere irredimibili come rendita: sarebbero ben accolti perché garantiti dal grande potenziale economico e produttivo dell’Unione Europea.

Ma l’attuale Europa vuole solo far contenti i banchieri che spingono per il rialzo dei tassi d’interesse per guadagnarci…


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Editoriale

 

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