La moda italiana non è più tale

Notizie del mondo finanziario, provenienti a margine della “Settimana della Moda” svoltasi a Milano la scorsa settimana, ci fanno sapere che l’impresa di moda italiana “Gianni Versace S.p.A.” è stata ceduta dalla famiglia Versace – rappresentata in particolare da Donatella, sorella del fondatore Gianni - che deteneva l’80% del pacchetto azionario, al gruppo americano di moda “Kors”. È quindi questo l’ennesimo “marchio” italiano della moda che se ne va dall’Italia, aggiungendosi alle precedenti cessioni.

 Infatti, in tempi diversi a partire dal malefico anno 1990 inizio delle  svendite del patrimonio economico e culturale italiano, le imprese “Fiorucci”, “Mila Schon”, “Iris” di abbigliamento per bambini sono  acquisite dal Giappone; le pelletterie “Gucci” e “Bottega Veneta”, le calzature “Sergio Rossi”, la sartoria “Brioni”, i gioielli di “Pomellato”, gli abiti del “Marchese Emilio Pucci”, la “Maison Fendi”, i gioielleri “Bulgari”, il cachemire di “Loro Piana” sono acquisite da imprese francesi. Anche gli americani vogliono essere presenti a questo “banchetto” in cui sono divorati i pezzi pregiati dell’inventiva, dell’artigianato e della cultura italiana e si prendono gli abiti in pelle della “Conbipel”. Poi, ci sono i cinesi, che si prendono l’abbigliamento sportivo di “Sergio Tacchini” e “Krizia”; i coreani si prendono la “Mandarina Duck” e “Coccinelle”. Gli arabi si prendono il gruppo “Gianfranco Ferrè”, “Valentino” e “Missoni”.

 Potremmo continuare aggiungendo qualche marchio poco noto passato in mani straniere. Ma, di fatto, la moda italiana - che è la più apprezzata nel mondo e anche quella che apportava entrate valutarie dalle esportazioni - ormai è tale solo di nome, perché i tecnici e i creatori continuano in gran parte a lavorarci. Ma gli utili vanno all’estero, assorbendo tutti i proventi delle esportazioni. È anche significativo che la maggior parte delle acquisizioni sia stata fatta da imprese francesi: poiché notoriamente in Francia la moda ha un ruolo molto importante, si è voluto eliminare o controllare un concorrente.

 Qui stiamo parlando di moda. Ma il discorso si allungherebbe, e di molto, se ricordassimo anche tutte le aziende di qualità di altri comparti economici acquistate dagli stranieri. Parliamo innanzitutto della FIAT, ora FCA, che è di fatto straniera anche se la famiglia Agnelli/Elkann (francese) la controllano ancora; le gomme “Pirelli” sono ora proprietà cinese; l’India (!) possiede le acciaierie di Taranto (ILVA) e Piombino; la tedesca Thyssen Krupp quella, famosa e storica, di Terni; e via dicendo. Non parliamo poi delle banche e delle assicurazioni, dove quelle totalmente italiane si contano sulle dita di una mano.

 Cosa significa e com’è successo tutto ciò? Indichiamo due responsabilità e una considerazione.

La prima responsabilità principale è ovviamente dello Stato e dei governi: in particolare, dalla fine della cosiddetta “Prima Repubblica” ossia dal 1990 e anni seguenti, è stato considerata superata e, anzi, da condannare la politica economica delle partecipazioni statali che rappresentava, sull’eredità fascista, la “terza via” tra liberal-capitalismo e comunismo. Il teorico di ciò, e quindi delle conseguenti “liberalizzazioni” fatte per ridurre il debito pubblico (che, invece, è aumentato…) è stato il mai abbastanza censurabile Beniamino Andreatta, il democristiano liberista che avviò nel 1981 la privatizzazione della “Banca d’Italia” e poi indusse, tramite il suo pupillo Romano Prodi, lo smantellamento dell’IRI. Istituto creato dal Fascismo, che tutto il mondo economico ci invidiava, e che era la forza dell’Italia: il fatto stesso che le aziende che ne facevano parte fossero desiderate e acquisite da gruppi economici stranieri, indica a sufficienza la loro qualità. Il quadro giuridico di questo programma fu elaborato da Giuliano Amato, un altro esponente della cricca degli smantellatori dell’economia indipendente italiana.

 Poi, c’è la colpa del capitalismo privato italiano: bottegaio, chiuso nei suoi ridotti ambiti familiari, incapace di avere grandi aspirazioni e grandi mete, rivolto più alla rendita parassitaria che agli investimenti e alle aggregazioni, burocratizzato dalla sua associazione di categoria “Confindustria”.

La considerazione è di tipo geopolitico. L’Italia, nonostante i suoi governi rinunciatari dominati dalla partitocrazia, è/era comunque una grande Potenza sia in termini quantitativi che qualitativi, soprattutto per la sua capacità produttiva e la genialità dei suoi abitanti. Bisognava abbatterla: ma oggi la distruzione di una Potenza ingombrante non si fa più con i carri armati, le spedizioni militari e i colpi di Stato ma con la lenta conquista economica. Perdere i suoi polmoni finanziari, sia con i trasferimenti d’intere fabbriche all’estero sia con l’acquisizione (e quindi la neutralizzazione) di quelle che si lasciano operare in Patria, sia con la sottrazione di punti di rifornimento esteri quali gli impianti petroliferi, rende l’Italia debolissima sul piano internazionale.

 In altri termini, a parere dello scrivente, l’Italia di oggi è probabilmente più debole dell’Italia del dopoguerra, quando nonostante le distruzioni vigevano ancora i sistemi dell’autarchia e delle nazionalizzazioni di banche e grandi imprese strategiche e, soprattutto, la voglia di lottare, di creare, di costruire.


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