Sepoltura per i bambini mai nati

Si è riacceso di recente un forte vociare di motti sessantottini attorno all’aborto: dall’imprescindibilità del diritto alla scelta e all’autodeterminazione femminile, al grumo di cellule e poi feto, che non ha dignità né posizione ontologica alcuna finché sosta nell’utero materno.

Slogan senza tempo, mantenuti identici in una società che sembra globalmente ignorare l’entità della questione nel momento in cui si portano argomenti come metodologie abortive, ontologia dell’embrione, sindrome post-aborto, ecc.. In modo particolare quest’ultima, nella maggioranza dei casi, è totalmente oscurata dall’informazione (dis-informazione) mediatica e sanitaria, motivo per cui la donna, che il più delle volte decide per la soppressione del figlio in capo a spinte/convinzioni sociali – culturali date per assodate, non sa vedere lucidamente il dramma dell’aborto fintantoché non vive da protagonista l’illusione di pensare se stessa, già madre, come indifferente alla vita che porta in grembo.

Accade oggi che a testimoniare la fallacia di una vita embrionale che non è vita, non è persona, non è degna, sono anche realtà come quelle dei cosiddetti “cimiteri per i bambini mai nati” presenti in varie città come Bologna, Monteviale, Cremona, Roma, Firenze, ecc.. Spazi nei quali i genitori decidono di seppellire bambini, deceduti per aborti spontanei o soppressi mediante aborti volontari. La sepoltura e il rituale sono i medesimi che si adoperano per qualsiasi altro defunto, così come previsto dall’art. 7 commi 3 e 4 del D.P.R. 10.9.90 n. 285, il quale prevede l’inumazione dei «prodotti abortivi», così come li definisce.

La discrepanza tra visione ontologica e biologica di quell’essere umano, prodotto abortivo, stride quando fa i conti con la realtà effettiva della gravidanza: i nove mesi sono un periodo gestazionale calendarizzato dal momento del concepimento a quello del parto. Significa che ogni donna sa di accogliere una vita diversa dalla sua dal momento in cui due cellule estranee si uniscono per dare origine ad una nuova cellula, con patrimonio genetico proprio e distinto da quello genitoriale, suo statuto e identità. Un individuo unico e irripetibile, che procede al suo sviluppo autonomamente grazie alla completa informazione genetica che porta il suo genoma e comunica con la madre già nelle primissime ore come testimonia la presenza nel sangue di una piccola proteina, la EPF (Early Pregnancy Factor) avente proprietà immunosoppressive e connessa anche alla crescita e alla proliferazione cellulare, predisponendo un ambiente favorevole alla crescita del bambino.

La moderna embriologia ha ampiamente riconfermato l’effettività di quei principi epigenetici di gradualità, coordinazione e continuità: l’inizio del battito cardiaco al 18°-20° giorno, le onde elettriche rilevabili dal 48°-50, udito dalla 23° settimana, vista dalla 24° (il feto risponde a stimoli luminosi e alla luce solare), memorizzazione della voce materna, di odori e sapori, riconoscimento del battito cardiaco e del respiro della madre, e molto altro ancora come gli adattamenti non solo del figlio, ma della madre alla gravidanza e l’interazione fra due corpi e due anime. Ogni donna sa chi porta in grembo dal momento stesso della sua generazione e per tutta la vita sarà portatrice della traccia indelebile di quella presenza. Ammessa o ignorata, questa consapevolezza è il fattore scatenante la sofferenza e il disagio che la madre vive a seguito dell’interruzione volontaria.

Ci sono tre quadri psichici principali: la psicosi post-aborto di natura psichiatrica (comporta uno scollamento completo dalla realtà); il disturbo post-traumatico da stress; sintomatologie di varia natura che comprendono ansia, depressione, ideazione suicidaria, tentato suicidio e diminuzione dell’autostima. Disorientamento e instabilità avvicinano la donna a presunte facili soluzioni, come alcol, droghe, psicofarmaci, disturbi del sonno, dell’intimità, frattura relazionale con il partner, problemi alimentari e atteggiamenti ossessivo-compulsivi. Su questa linea si innesca il bisogno di dare un nome al bambino, di ricordarlo con date, oggetti, simboli a far sì che il lutto possa trovare la chiave per l’elaborazione soggettiva e poi familiare,  una sorta di esigenza che diviene supporto per riavere quella presenza perduta.

Una certa accidia intellettuale persuade le donne sulla loro autodeterminazione facendo credere che possa sussistere una libertà senza responsabilità e che lo spessore di questa arbitrarietà basti per la licenza di giudicare un individuo umano, che è già in atto, come l’indefinito in attesa di uno statuto. Misconoscere l’essere persona di una persona è la più grande offesa che si possa fare al genere umano, che la stessa accidia intellettuale ha convertito nella tomba interiore che soffoca donne, a loro volta madri, a loro volta figlie.


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