Ghostbusters e i fascisti invisibili

L'impressione, per chi voglia calarsi nelle vicende ancora oscure del ventennio fascista, è che tutta la storiografia abbia in larga misura risentito di una domanda inevasa: quella su quale sarebbe stato il destino di questo Paese se Casa Savoia e il regime fascista non si fossero forzosamente sovrapposti, e su quale sarebbe stato, per assurdo, quello della Russia se, invece, di sterminare i Romanov, i bolscevichi avessero fatto graziosamente a metà del potere con loro.

Denis Mack Smith scrisse che "l'Italia fu governata da una diarchia verso la quale la fedeltà deli italiani fu talvolta divisa...", e, a ristoro di tale affermazione aggiunse che "...,alla reggia del Quirinale si contrapponeva Palazzo Venezia; ai carabinieri del re si contrapponevano i moschettieri del duce; a fianco dell'esercito regolare stavano i reparti delle camicie nere; al saluto militare, usato dal re, faceva riscontro il saluto romano usato dai fascisti: un nuovo regolamento stabilì che nelle cerimonie pubbliche, subito dopo la 'Marcia reale, si suonasse 'Giovinezza'; e i carabinieri, con doveri di obbedienza nei confronti del re, continuarono a coesistere con la Milizia, che aveva un ruolo diverso e i cui appartenenti giuravano di morire in difesa del duce'. La conclusione di questo lungo rotolo di dualismi fu che la divisione tra seguaci del re e seguaci del duce "solo in rare occasioni si sviluppò in aperto antagonismo” e che pertanto la questione di un ipotetico conflitto tra i poteri costituiti dello Stato italiano, nel periodo compreso tra il '22 e il '43, fu piuttosto di forma che di sostanza.

A quali dati di fatto si sia aggrappato il celebre studioso inglese per sentenziare che lo Stato sabaudo, con le sue clientele, le sue aderenze internazionali, i suoi mille tentacoli nei Servizi segreti, nella magistratura, nelle Forze Armate (soprattutto nella Marina), nel gotha finanziario, si fosse limitato a sporgersi dal balcone per osservare come i fascisti si affannassero a ridisegnare a proprio piacimento i connotati del Paese, é davvero un grande mistero.

Non è pensabile, infatti, che gli ambienti di Corte, eredi di una tradizione dinastica plurisecolare, si fossero rassegnati all'idea che il governo di Mussolini, pur così diverso dai precedenti, avesse in più anche il marchio di una longevità smisurata, e va, inoltre, decisamente esclusa la possibilità  che, nelle more di un sodalizio che sapevano essersi determinato per ragioni di forza maggiore invece che per una naturale e spontanea forma di afflato, non avessero colto ogni minima occasione per recuperare, tutta intera, la propria identità e per riaffermare i propri interessi, specie quando nel farlo avrebbero inevitabilmente ipotecato quelli di un così ingombrante contubernale.

Il 25 luglio del '43, insomma, non avvenne per partenogenesi e non fu, come solitamente si dice, un fulmine a ciel sereno, ma il giorno in cui - a dispetto di una storiografia partigiana che ignora per i suoi fini inconfessabili il ruolo della Corona -  fu fatta cadere una pietra tombale sul rapporto tormentato tra due soggetti, dei quali uno, il regime mussoliniano, sarebbe stato condannato a prendersi anche le colpe dell'altro: perché la Monarchia non costituiva un pericolo, né per gli Alleati che avevano vinto la guerra, né per i partiti che si erano impadroniti della scena politica, ma il fascismo, inteso come ideologia, poteva ripresentarsi di nuovo, magari sotto mentite spoglie, ed era quindi necessario demonizzarlo.

Così avvenne che per due delitti, quello consumato su Matteotti, e quello compiuto in Francia sui due fratelli Rosselli, fu trovata la matrice fascista: ma successivamente, com'è ovvio, all'indomani della Liberazione, dovendosi scartare, al di là di qualsiasi dubbio, l'eventualità che Mussolini, per scagionarsi dall'accusa di esserne il mandante, si rifacesse sul Re o lo chiamasse indirettamente in causa dandone la colpa a persone che gli erano in qualche modo vicine.

Per quanto attiene all'assassinio di Matteotti - a parte il coinvolgimento del faccendiere Pippo Naldi, che era un agente della Corona, e la resipiscenza di elementi come Carlo Silvestri de 'Il Corriere della Sera' o di Nicola Bombacci, che tardivamente riconobbero l'innocenza del 'duce' e, a parte, inoltre, il fallimento del progetto di imbarcare i socialisti al Governo che accontentava in egual misura il partito comunista e i circoli reazionari che orbitavano intorno al Quirinale - poco o nulla è stato fatto per saggiare con lo scandaglio l'identità segreta di alcuni interpreti importanti di quella storia,, come Suckert, che finì col collaborare con l''Unità', o come Dumini, che era stato 'vittima' di una finta fucilazione da parte degli Inglesi a Derna nel'41, e che, cercato dall'autorità giudiziaria, nel '47, per rispondere nel processo 'Matteotti-bis', della partecipazione, da protagonista, all'assassinio del deputato socialista, fu rintracciato a Piacenza mentre prestava servizio come autiere alle dipendenze degli Alleati.

La 'nebbia agli irti colli' è salita anche per nascondere il movente dell'uccisione a Bagnoles de l'Orne, in Francia, nel giugno del '37, dei due fratelli Rosselli, Nello e Carlo, ad opera di un commando della 'Cagoule', una strana formazione sedicente di estrema destra (della quale faceva parte anche il futuro inquilino dell''Eliseo Francois Mitterand), ma che faceva il doppio e il triplo gioco, a favore non si sa esattamente di chi, trattandosi di vicenda ancora soggetta - è trascorso quasi un secolo - al segreto di Stato.

Nel libro 'Due navi, il re, il Papa e i fratelli Rosselli' ho raccontato, sulla base di una serie di dati che s'incastrano l'uno nell'altro, a mo’ di matrioske, come -   diversamente dalla vulgata resistenziale che insiste sulla  responsabilità del Governo fascista, senza domandarsi quale reale pericolo esso ravvisasse nell'attività di due fuoriusciti, e a differenza di Bandini che propone la pista sovietica dando però  l'impressione di essere rimasto, nel costruirla, a corto di mattoncini – tutto cospiri, anche nei minimi dettagli, nel far risalire la morte dei Rosselli alla loro determinazione nel riportare a galla il 'mistero' di due corazzate italiane, la 'Benedetto Brin' e la 'Leonardo da Vinci' sabotate e colate a picco nel corso della prima guerra mondiale, e nel riprendere il discorso, fatto di tanti puntini di sospensione, sul ruolo che vi era stato assolto dal Quirinale, nella persona del capitano di vascello Roberto Monaco di Longano, che sarebbe poi  diventato contrammiraglio di squadra e Prefetto di palazzo preso la Corte reale, e dal Vaticano, in quelle di Rudolph Von Lama e del cardinale Rudolf Gerlach, i cui nomi comparvero sulle carte requisite dal controspionaggio italiano nel  corso della sua intrusione nel consolato austriaco di Zurigo, del febbraio del '17, molto probabilmente il successo maggiore riportato dal nostro apparato bellico nella Grande  Guerra, lontano dall'odore di cordite e di morte dei campi di battaglia.

Avanzo, tuttavia, qualche riserva sulle vere ragioni per le quali era stato dato al giovane ufficiale di Marina, Pompeo Aloisi, un uomo, per tradizione famigliare, assai vicino alla Curia, l'incarico di organizzare lo scasso: non già, a mio giudizio,  per tentare di individuare e smantellare la rete di spie che minacciava di distruggere la nostra flotta, quanto piuttosto per espropriare il 'nemico' di documenti che esso avrebbe potuto usare in tempo di pace come arma di ricatto sui Savoia e sullo Stato del Vaticano.

Come attratti dalla medesima calamita, comparvero improvvisamente dalle parti di Bagnoles de l'Orne, nel giugno del '37, Pompeo Aloisi, che era divenuto nel frattempo barone ed era stato messo da poco tempo a riposo dopo una smagliante carriera diplomatica, e Aimone d'Aosta duca di Spoleto, che, tra tante località termali disseminate nel continente, guarda caso, aveva deciso di passare le acque proprio lì, con  tutta la sua scorta, dove Carlo si stava riprendendo dallo stress della guerra civile spagnola: tutto questo, motivatamente, mentre s'infittivano i dispacci dell'OVRA nei quali si parlava di un interessamento, quasi febbrile, da parte del fratello più grande per quella storia del '17, da cui voleva ricavare tutto il male possibile per i Savoia che avevano omologato il Fascismo e per il Vaticano che vi si era compromesso, atteso, comunque, che di 'fascista', nella mescola fine del delitto Rosselli c'è ben poco, se si fa, a fatica, eccezione  per l'ombra di Ciano, che trae una qualche giustificazione dall'essere stato culo e camicia col casato di Cesare Santoro, alias l'ingegnere Fall', uno degli indiziati di intelligenza col nemico all'epoca in cui le nostre navi da guerra andavano a fondo da sole: prevale per contro un forte odore di  incenso, quello che si levava , in Francia, dalle aule di tribunale durante i processi a carico dei membri della 'Cagoule', gli incappucciati, anche per le continue apparizioni dietro le quinte di due futuri pontefici, una volta di Angelo Roncalli, che era nunzio apostolico a Parigi, e l'altra, di Eugenio Pacelli che era Segretario di Stato.

So quanto sia difficile fare attecchire il seme della ricerca e il privilegio del dubbio nel terreno indurito da tutti questi anni di isteria antifascista e so altrettanto bene che dopo questa lunga premessa - con la quale sottolineo il rischio di dover sacrificare la passione per la storiografia sull'altare del conformismo bigotto - la necessità di chiudere genera un effetto sgradevole, di un'agile musichetta che si si adempie di punto in bianco sotto forma di uno stridio.

Non per essere percepiti come degli irrecuperabili pessimisti, ma ho visto su Facebook la manifestazione 'antifascista' di Firenze, che ha preso le mosse da una banale scazzottata tra alcuni studenti irrequieti.  Mi hanno colpito le dimensioni acromegaliche del fenomeno, di tutti quei topi che galoppavano con la loro concorde e furiosa allegria verso l'abisso - l'apoteosi di una perniciosa vacuità - e ne sono rimasto sconvolto.                                                                                         

 

 

Immagine: https://www.rigenerazionevola.it/


Editoriale

 

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Siamo alle solite. In Italia siamo troppo occupati ad affrontare temi marginali o impostici da altre nazioni per renderci conto della grave situazione in cui versa la nostra nazione. Purtroppo tutto questo accade perché a nessuno dei cosiddetti politici, né alle istituzioni interessa nulla dell’Italia; basti pensare alla scomparsa in tutte le scuole di ogni ordine e grado della storia, della grande cultura classica ed umanistica, base e fondamento sia del nostro percorso unitario che della nostra profonda identità.

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