NATO storto

Il mito della NATO e, ancor prima, quello dei Liberatori, ha foderato l'album delle nostre vecchie istantanee orlate di grigio seppia, ma non ci si vede mai né ridere né sorridere, solo una smorfia di dubbioso sconcerto sullo sfondo delle navi che scaricano sulle banchine dei porti italiani il piano Marshall con dentro un bel mucchio di 'pagherò''. La rassegna comincia con l'ometto che con un lungo bastone, nelle campagne ai piedi dei Nebrodi, indica ad un cristone americano che si è piegato sulle ginocchia per cercare di capire meglio, dove andare a prendere gli italiani e i tedeschi che resistono all'invasore. Lo scatto, uno dei più celebri di Robert Capa, ha scatenato negli anni una disputa formidabile tra almeno due comuni, ciascuno dei quali pretende di averlo ospitato sul proprio territorio, incurante del fatto che la vera essenza di quella foto, oltre che nell'ignobile gesto di uno che tradisce la Patria fornendo informazioni al nemico, sta nelle dimensioni diseguali, dell'ometto che appartiene ad una genia inferiore  – pane e niente – mentre l'americano, il doppio di lui, deve essere andato sempre a bistecche. Nel girare pagina non si può non notare come le arti della politica siano riuscite a riassorbire e a sedare i cattivi sentimenti che si associano ad altre immagini: come quelle riprese non da una macchina fotografica, ma dalla macchina da scrivere di Malaparte, laddove si sente il rumore della spazzola maneggiata dallo sciuscià, e si vede una donna dei quartieri bassi intenta a tingersi i peli del pube perché al caporale nero, nera non piace. 

Il preambolo della nostra adesione alla NATO, nata per circoscrivere l'espansionismo sovietico, è tutto ciò che si può facilmente desumere da queste istantanee: non un sodalizio, quale può stabilirsi tra pari o, comunque, tra soggetti uniti da un rapporto paritetico, in funzione di un obiettivo spontaneamente condiviso, ma l'imposizione agli italiani, da parte del Paese nocchiero (gli USA), di un ruolo subalterno nel quale ci si è calati nel '49, con lo scopo solennemente dichiarato di contribuire alla difesa del 'mondo libero', cioè degli alleati, in caso di attacco. A tale fattispecie, che non si è mai verificata,  si è sostituita puntualmente quella della chiamata alle armi per andare a puntellare gli interessi americani nei luoghi in cui si annunciava – o si annuncia – un impedimento   per le strategie di Washington: così in Iraq, così nei Balcani, così in Libia, con l'aggravante che ci si è mossi per colpire Gheddafi sapendo che la sua scomparsa  avrebbe comportato la drastica riduzione della nostra influenza sull' Africa del nord, un trend che si sarebbe consolidato, in tempi più recenti, con la caduta di Ben Ali e con  la   primavera araba fatta sbocciare artificialmente dagli illusionisti del Pentagono e del Mercato.

Mi sovvengono con una punta di tenerezza  i giorni in cui si dibatteva – un numero veramente speciale, con un coefficiente di difficoltà molto elevato – se convenisse di più fare uscire la NATO dall'Italia, o l'Italia dalla NATO, e la gratuità del dilemma costituisce in fondo la prova di come tutta la questione abbia per fondamento una pregiudiziale ideologica piuttosto che un ragionamento politico, giacché è vero che il movimento della sfera più piccola (l'Italia) è obbligata a seguire quello della sfera più grande (gli USA) e che le interferenze a stelle e a strisce sul metabolismo del nostro Paese non si esauriscono affatto nelle sue manifestazioni più eclatanti, come l'uccisione di Moro, ma è altrettanto vero che si tratta di 'strappi' che hanno un'ampiezza epocale e che possono avvenire solo sulla scia di eventi improbabili, l'uno incollato all'altro: tali, la rinuncia degli  Stati Uniti a disporre delle sue principali piazzeforti al centro del Mediterraneo, e  l'avvento, qui da noi,  anche nel medio termine, di una classe politica così spregiudicata da  sospingere il Paese al di fuori del recinto atlantico, l'albero del Teneré in mezzo al deserto.

Il  motivo per cui sono poco convincenti i programmi dei partitini, dell'ultima covata prima delle elezioni, è che mettono insieme la lotta per la fontanella (come si soleva dire una volta dei programmi a scadenza breve) con la visione millenaristica di un'Italia   finalmente padrona del proprio destino, che si è sottratta alla NATO: la stessa fantasia  di coloro che rimangono fermi col piede incastrato tra l'anatema contro i governi a guida PD, i più amerikani di tutti, e la febbrile prefigurazione del ritorno al  Sacro Romano Impero  con la sontuosa variante di una proiezione verso la Russia, non si sa bene – perché Dugin non ce l'ha ancora spiegato – se per abbracciare l'altra metà o per consentirle di stritolarci.

A fare esercizio di realismo, ancorché eroico allo steso modo di certe teorie sulla dispensabilità 'cash' della NATO e della doppia gabbia, ai danni dell'Italia, che essa forma con la Commissione europea, basterebbe vagheggiare una politica estera impostata sulla falsariga di quella ungherese, che ripudia la doppia morale dell'Occidente: i diritti civili – fumo e nebbia -  -  ingrassati con gli estrogeni a spese dei diritti sociali, la tutela dei popoli oppressi purché sia a costo zero, quindi non i curdi, barattati con l'ammissione di Svezia e Finlandia nelle centurie dell'Alleanza Atlantica, e nemmeno gli armeni – avamposto della civiltà cristiana nel cuore dell'Asia – perché a differenza degli azeri, musulmani sparati , non posseggono né petrolio né gas. Atteso, comunque, che c'é sempre il modello turco, il quale si traduce nella perentoria affermazione che l'appartenenza alla NATO non li distoglie, sotto Erdogan, dal perseguimento 'ac cadaver' dell'interesse nazionale, sia quando minacciano la Grecia, un loro partner nella NATO, con la scusa di essere stati penalizzati 'illo tempore' con la tracciatura dei confini marittimi nell'Egeo ( tirando fuori dal cassetto, ad ogni minima occasione, il ricordo delle atrocità commesse nel '22 sui greci in fuga da Smirne), sia quando puntano sulla Libia per l'oro nero, ma anche perché affiorano dal sottoscala della loro psicologia collettiva, vellicata da Erdogan, i fantasmi dell'Impero Ottomano, cosa  che dovrebbe far vibrare le antenne a tutti i Paesi vicini, compresa pure l'Italia, che sonnecchia, pacioccona e supina, all'ombra dell'ombrello americano, rinunciando per principio all'eccitante scommessa del fai-da-te.

Inaspettatamente, il pendolo oscilla tra l'ipotesi, accompagnata da robusti scongiuri, di rimanere  reclusi in due organismi internazionali che ci tolgono l'anima e il fiato, e quella, opposta, di emanciparcene, che sembra assai velleitaria per l'impossibilità di  essere accostata a stagioni ravvicinate, ma evita il tragitto più breve che si compie nel  prendere in  considerazione lo scenario intermedio, quello in cui una nuova classe politica, sorta attraverso il profondo rimaneggiamento delle istituzioni  (operazione che deve necessariamente prescindere, almeno in parte, dalle liturgie del voto), decide di rinnovare l'abbonamento alla NATO e alla UE, alle sue condizioni: un passo  importante che presuppone una serie di interventi o di fattori occasionali capaci di  incidere sulla mentalità di diversi apparati, a cominciare dalle attuali Forze Armate che sono strutturate per assolvere una funzione sussidiaria nell'ottica degli Stati Uniti, dalle navi da battaglia che paiono essere state disegnate dagli ingegneri della Protezione Civile; alla cronica carenza di mezzi corazzati; ai marescialli che mettono pancia per tutto il tempo che passano dietro la scrivania; ai militari in parata che non tengono il passo,  l'eloquente sciatteria di un ambiente che è stato, per quasi mezzo secolo, intossicato e deturpato dal catechismo delle Sinistre. Per non parlare – c'entra e non c'entra - delle brutte facce esibite dai maggiori rappresentanti dello Stato assiepati sul palco del 2 giugno, all'apparizione della 'Folgore'.

Il problema dunque è molto più esteso di quello che racchiude il sì e il no per la NATO, il sì e il no per la UE. Coincide con l'interrogativo, del tutto retorico, se sia sufficiente barrare un simbolo sulla scheda elettorale per cambiare le cose, e se esistono i miracoli.

 

Immagine: https://www.interno.gov.it/


Editoriale

 

Il ruolo dell'Italia - 4

di Adriano Tilgher

Patrimonio culturale immateriale, patrimonio culturale materiale, faro di cultura e di civiltà, posizione geopolitica e strategica fondamentale per l’equilibrio nel Mediterraneo in una nuova identità che nasca dal superamento di tutte le contraddizioni interne sono il presupposto per definire il ruolo finale dell’Italia. Non si tratta di egemonia mondiale di cui stiamo parlando perché questa sul piano culturale ci appartiene di diritto e ci è riconosciuta da tutti ed è la ragione principale per cui l’Italia è sotto attacco soprattutto nel campo della formazione. Non si tratta nemmeno di becero imperialismo imperniato sulla forza delle armi sotto l’egida e il ricatto della grande industria militare, stiamo parlando di qualcosa di molto più concreto, legato ai valori profondi dell’essere umano e delle comunità che riesce a costruire.

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La Spina nel Fianco

 

Più buio che a mezzanotte non viene

22 giugno 1946 entra in vigore il: “Decreto presidenziale di amnistia e indulto per reati (..), politici e militari”, avvenuti durante il periodo dell'"occupazione nazifascista". Legge proposta e varata da Palmiro Togliatti, segretario del PCI, e allora ministro di Grazia e Giustizia del primo governo De Gasperi. L'amnistia, che prenderà il nome dal suo promulgatore, aveva come scopo primario, quello di giungere quanto prima a una pacificazione nazionale, per evitare che l'"epurazione", degli ex fascisti rallentasse la ricostruzione materiale del paese. Con l'amnistia vennero scarcerati migliaia di detenuti che furono reinseriti senza troppo clamore nella cosiddetta "Società Civile". Stranamente (o forse no) alcuni degli ex prigionieri, arriveranno perfino a iscriversi al Partito Comunista, chi per convenienza, chi per continuare l’ideale battaglia de: "Il sangue contro l'oro",  in quanto (almeno a parole) vedevano nel PCI un argine ad una visione liberista del mondo, identificando più che nell'unione Sovietica il nemico in quegli Stati Uniti artefici di massacri e distruzione delle nostre città.

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