La parte giusta della storia

Nel quartiere del vostro scrivano c’è un circolo progressista da cui è bello trarre ispirazione. Per fare e pensare, nel dubbio, il contrario di quanto prescritto dai suoi illuminati dirigenti. Da mesi uno slogan scritto su un lenzuolo ormai sporco invoca: uno straccio di pace, il profondo contributo intellettuale di lorcompagni al dramma ucraino. Ancora più interessante è la bacheca in cui fanno bella mostra foto di eventi significativi ad uso dei passanti.

Un’immagine immortala una manifestazione nella quale un paio di militanti, dall’aspetto simile al leader delle “sardine” (diventato consigliere comunale di Bologna senza trascurare l’orticello privato di “erba” da fumo) esibiscono un cartello con la fatidica consegna: “dalla parte giusta della storia”. La didascalia cita le battaglie in corso da parte degli intrepidi cavalieri dell’arcobaleno: ius scholae, libera cannabis, aborto diritto universale. Tombola, o come dicevano i telecronisti delle partite di tennis al colpo decisivo del vincitore, gioco, partita, incontro. Et voilà, il progresso è servito. Più di ieri, meno di domani, come le medagliette degli innamorati.

Non interessa qui confutare o accogliere nel merito le opinioni dei benemeriti progressisti, le autonominate “anime belle” di cui parlava Friedrich Schiller. “Si dice anima bella quando il sentimento morale è riuscito ad assicurarsi tutti i moti interiori dell'uomo, al punto da poter lasciare senza timore all'affetto la guida della volontà e da non correre mai il pericolo di essere in contraddizione con le decisioni di esso.” L’anima prava di chi scrive è colpita piuttosto dallo slogan, compendio totale dell’animus di tanti occidentali contemporanei. La parte giusta della storia… Vasto, formidabile programma, ritenersi interpreti addirittura della storia, fiutarne il vento come segugi e porsi nella sua scia, felici di stare dalla parte del giusto, coincidente con l’odierno, con il sedicente spirito dei tempi (la volontà capricciosa e strumentale dei potenti), con l’immancabile segno “più” nella casella del Bene.

Ma esiste o no, questo vento della storia, questo spirito ipostatizzato, quest’intelligenza invisibile che spinge gli eventi e gli uomini in una direzione precisa, che è oltretutto quella giusta, la misteriosa saggezza superiore di cui alcuni – loro, i detentori della chiave universale per distinguere il Bene - sono i portavoce autorizzati, gli agenti monomandatari? La nostra risposta è no, un no rotondo, franco, totale. L’illusione storicista è antica e radicata, ma non per questo meno falsa. Strana credenza, quella di una storia che procede lungo un sentiero definito, quello del progresso nella definizione divulgata da una parte della cultura euro occidentale, materialisti che non accettano alcun altro determinismo, alcuna provvidenza o mano invisibile.

La storia sarebbe un destino già scritto, in un’epoca in cui nel destino non si crede più, porto svanito dei nostri passi incerti, nascosto da una nebbia improvvisa, forse miraggio nel deserto. L’ultimo destino conosciuto è quello dei nostri viaggi, delle vacanze, un nome stampigliato sui voucher in attesa di diventare il fondale delle fotografie da mostrare alla community virtuale. Il preteso senso della storia (“giusto”, per di più) è un’illusione, una credenza ingenua.

Inizialmente, lo storicismo era un indirizzo filosofico del romanticismo tedesco; fu Novalis il primo a usare il termine historismus, per definire la natura storica e progressiva della manifestazione della verità o della ragione, frutto di un processo di sviluppo. Per Karl Marx, che resta l’ispiratore degli entusiasti dello “spirito della storia”, questa è considerata da un punto di vista immanente come liberazione dell'uomo attraverso la razionalizzazione progressiva e dialettica del rapporto con la realtà. Mentre per l’idealismo il punto di partenza è lo spirito (senza il quale nulla esiste, nemmeno la realtà), per lo storicismo marxista il punto di partenza è la storia stessa. E’ il nucleo del materialismo storico, i cui trucioli, gli sfridi di una cultura affannata, si sono ibridati nel calderone del progressismo e bruciano incenso a una fede spuria, quella nella “parte giusta” della storia. Quella sbagliata, sembra di capire, è tale perché perdente nel gran ballo della modernità.

Ecco dunque che ogni novità gradita al preteso “senso della storia” non può essere contrastata in quanto rappresenta l’avanzamento della civiltà, anzi la civiltà stessa, la luce che sconfigge le tenebre. Nessuno vuol vivere al buio, quindi se il pensiero dominante – tale in quanto pensiero dei dominanti, ma questa lezione marxiana lorcompagni l’hanno scordata- afferma che è un’ottima cosa liberalizzare certe sostanza stupefacenti, questa è la direzione “giusta” della storia. Se il mainstream afferma che è un matrimonio l’unione di due persone del medesimo sesso chi siamo noi per contestare il vento della storia?

Se è ritenuto opportuno conferire uguali o maggiori diritti agli stranieri rispetto ai connazionali, anche questo è il soffio della storia. Ugualmente, se le oligarchie pensano che la specie umana sia troppo numerosa sulla terra (eccetto loro, ça va sans dire) allora viva l’aborto diritto universale, intangibile, viva la denatalità, evviva la morte procurata per togliere di mezzo in fretta un po’ degli ospiti indesiderati del pianeta.

Si ride amaro, amarissimo, leggendo su un giornalone (per fama immeritata, non per autorevolezza o copie vendute) un’intemerata preoccupata, un epicedio sulla natalità che diminuisce. Un problema, che fare? Ma allora la storia non va a senso unico, ogni tanto prende una sbornia e procede a zig zag. Senza giovani, senza figli, finisce la società e un modo di vivere. Qualche fugace dubbio deve essere sorto anche nelle menti dei devoti della Storia. Ma no, siamo tutti uguali, perché preferire “noi” agli altri, se alla fine siamo equivalenti, se tutti i gatti sono grigi? Egalité e fraternité, per la liberté vedremo, prima sentiamo il parere dei Superiori, quelli che ci controllano, ci sorvegliano, ci profilano, ci dicono se possiamo o meno uscire di casa, se siamo positivi o negativi al tampone.

Il farmacista come giudice supremo, il codice a barre come lasciapassare, la rinuncia alla privatezza e all’intimità come prezzo per vivere nella Storia che incede, simile alla Libertà che guida il popolo del quadro di Delacroix.  E’ il senso della Storia con la maiuscola, anche se nessuno sa dire chi ha lo ha proclamato e chi l’ha innalzato sul trono.  Crediamoci.

A rigore e per conseguenza dobbiamo credere che la libidine neo autoritaria che pervade le oligarchie di potere (green pass, digitalizzazione dell’uomo, sorveglianza da remoto, “credito sociale” alla cinese, scampoli di libertà concessa a punti, il certificato postmoderno di buona condotta) siano la parte giusta della storia. I diritti “giusti”, quelli da pretendere, rivendicare, esigere con ogni forza non sono più quelli sociali: diritto al lavoro, alla salute, ad avere una casa, un avvenire sicuro, uno stipendio dignitoso, un orario e condizioni di lavoro decenti, un livello di istruzione che consenta di capire il mondo e distinguere il senso delle cose dalle idee dominanti e dalle manipolazioni, i bisogni dai capricci.

I diritti della parte giusta della storia, le battaglie e le leggi “di civiltà” riguardano la sfera soggettiva, intima, pulsionale. Meno libertà concreta, più diritti astratti. Non avrai nulla, non sei nulla, ma puoi accoppiarti con chi vuoi, farti chiamare Cinzia, Salvatore o XX31Z - i codici sono un altro dei venti soffocanti della storia- puoi farla finita a spese dello Stato se non ce la fai più – capita sempre più spesso, nel mondo disumano in linea con la Storia- se non reggi più le dipendenze a cui ti hanno convinto, se non vuoi più vivere in competizione con il tuo prossimo, se ti convinci di essere tu il colpevole del tuo fallimento e non il clima folle dell’ostilità, della divisione, dell’individualismo spinto, del cinismo, dell’indifferenza.

Abbiamo assistito a un incidente stradale: la persona ferita era sdraiata in mezzo alla via, assistita da un soccorritore pietoso, ma il coro strombazzante degli automobilisti esigeva strada, spazio. Togliete quell’ingombro, abbiamo altro da fare, dobbiamo correre, chissà dove, chissà a che scopo. Abbiamo dimenticato il senso della dignità dell’uomo, conquista di questo pezzetto di umanità. Lo scopo è l’affare, l’azione che porta denaro, piacere, arricchimento. E’ decadenza mascherata da ricerca della felicità. Strano senso della storia che – per usare le sue stesse categorie - corre al contrario.

Nell’Unione Europea i finti padri costituenti hanno reciso la morale e l’etica della civiltà cristiana, che non è confessionale, piuttosto un umanesimo aperto al trascendente. Il silenzio degli intellettuali non sorprende: funzionari a tassametro che “tirano quattro paghe per il lesso”, come i manzoniani odiati da Giosuè Carducci. Ma esistono, poi, al tempo della parte giusta della storia, gli intellettuali, sostituiti dagli influencer, fatui personaggi il cui compito è attirare l’attenzione, manipolare la gente al livello più basso, ricavando denaro in base ai “mi piace”, il criterio veritativo della Storia in cammino, l’ultima ordalia rimasta, il giudizio divino postmoderno?

Intanto, i burattinai spiegano che le procedure della santa democrazia non sono poi così intangibili; c’è l’emergenza e riaffiora il vecchio Schmitt: sovrano è chi decide nello stato di emergenza. Non il popolo, comunque, la cui sovranità è rinviata a data da destinarsi, quando la Storia cambierà direzione. Basta con le stanche procedure della rappresentanza, non per avere maggiore partecipazione, ma affinché lorsignori abbiano le mani libere e decidano per tutti. Loro sì che conoscono il senso della Storia.

La democrazia è la partecipazione di un popolo al suo destino. Abolito il popolo, rimosso il destino, che serve la partecipazione? Qualcuno “sa” e tanto basti. In Italia abbiamo al governo i funzionari di concetto dell’oligarchia al comando di un dirigente di grado più elevato, Mario Draghi. Chi sono , se non plenipotenziari del potere , ovvero della parte giusta della storia perché vincente, i ministri Colao – quello dell’ identità digitale- Cingolani,  che ha fissato in tre miliardi il numero massimo di esseri umani a spasso per il pianeta, Speranza – il triste commissario all’epidemia- Lamorgese,  la signora che apre le frontiere, lascia entrare quattro provocatori nella sede centrale del maggiore sindacato italiano, flessibile con criminali di ogni colore, ma inflessibile con il popolo manifestante e con chi difende ciò che è suo, vita, lavoro, famiglia.

Ecco la “parte giusta della storia”, ecco le sue oche giulive, i progressisti e il popolo ubriaco perché se le beve tutte. Ecco l’uomo denaturato e privato della sua parte più nobile, animale senza innocenza che vuole tutto e subito nonostante la civiltà- l’umanità stessa- sia la capacità, guidata dalla volontà, di procrastinare, rinviare e qualche volta rinunciare. Ecco l’uomo che non riesce più a credere ai suoi occhi: vede che tutto congiura contro di lui ma non trae le conseguenze. Ecco l’uomo sterile, adepto di una strana religione che esalta la lussuria e proibisce la fecondità.

Pasolini la chiamava acculturazione capitalista, la soppressione della “prossimità più carnale degli uomini alla terra”, falsa tolleranza concessa in cambio della soddisfazione di desideri che neppure sospettava di avere. Herbert Marcuse la chiamò desublimazione repressiva, una delle più orribili forme di alienazione imposta, riprodotta nell’ uomo a una dimensione.

Contrordine, compagni. Si trattava solo del senso della storia, della battaglia di civiltà, del progresso che avanza. Chiediamoci, chiedetevi almeno una volta al giorno, voi innamorati della storia, se il movimento di cui siamo spettatori va davvero verso l’alto e “avanti”, o non è un moto verso il basso, il buio caotico, un ritorno igienico e sanificato allo stato barbarico.  Dite di essere intelligenti, tolleranti, pensosi, riflessivi. Provate a riflettere, dunque, senza paura di quel che vedrete una volta tolte le lenti rosa. Indignatevi, e non sarete più spettatori plaudenti, la curva ultrà delle magnifiche sorti e progressive.


Editoriale

 

Vincitori e vinti alle elezioni

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I dati ormai sono sul tavolo, i giornali di regime ci hanno raccontato chi ha vinto e chi ha perso, i principali interpreti si sono tutti manifestati, pure il nostro Pensiero Forte ha dato le pagelle ai contendenti, sembra una pratica da archiviare. Anche se… tutto può ancora succedere. L’aumento delle astensioni dal voto manifesta, come in tanti hanno commentato, disaffezione e malessere, ovvero l’aumento della distanza sempre più significativo tra la gente e le istituzioni. D’altra parte non poteva essere diversamente visto tutto quello che è accaduto in questi ultimi anni.

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