1992

Era il 2 giugno - Festa della Repubblica - del 1992, e il panfilo della regina Elisabetta, il 'Britannia', preso in affitto dai più famelici esponenti della finanza anglosassone, capitò dalle parti di Civitavecchia per prendere a bordo il direttore generale del Tesoro, Mario Draghi. Capo del Governo allora era Giuliano Amato: quello col musetto da topo che Craxi, esule ad Hammamet, avrebbe condannato per la sua corrività a giurare che con lui non c'entrava niente, che era passato lì per caso, spergiuro come San Pietro, ma il gallo, affetto da raucedine, si rifiutò di cantare. Quello che allungò nottetempo - un frammento di socialismo reale finito, apparentemente per errore, nel cortometraggio del turbocapitalismo agli esordi - la zampetta rosa, pelosa, nei conti correnti dei risparmiatori italiani, il sei per mille, per cercare di ottenere, su ordine della cupola di Bruxelles, il pareggio di bilancio, una delle più sanguinose ossessioni di tutti i Governi dell'Italia che si stava estinguendo.

Il dondolio dell'onda mite, e quel sorriso, una linea sghemba tracciata tra le due orecchie, di uno che sembra sorridere anche quando é incazzato. Draghi salì sul 'Britannia' - didascalicamente, un bene pubblico dato in concessione ai privati - per porgere un 'salutino'. Dalla lunghezza del documento che lesse ai propri correligionari, devoti al Mercato, si ricava il sospetto che in realtà vi si fosse trattenuto per un bel pò di tempo, o magari che si fosse comportato come un vecchio 45 giri mandato alla velocità sbagliata. E' una caratteristica di tutti i capitoli di Storia che si concludono per annunciarne un altro, quella di riproporre, magari in mondo sfumato, la variante del tradimento. Non solo quello di Amato, molto più da fumetto, ma quello di Draghi, che da discepolo di Federico Caffè - keynesiano doc e convinto assertore della necessità di tenere a bada con gli strumenti dello Stato sovrano l'antropofagia del Mercato - aveva cambiato parrocchia, unendosi a coloro per i quali esso costituiva invece non la Soluzione Finale, ma la Soluzione Definitiva, come il pan bagnato e la zuppa.

Lo scroscio delle monete che cadevano sulla testa di Craxi, all'uscita dalla sua ultima trincea, il 'Raphael'- dopo essersi invano difeso dal pugnale dei sicari togati reclutati dal PCI e dalla Finanza Internazionale e dall'accusa di avere intascato tangenti proprio mentre Botteghe Oscure (nomen omen) prendeva soldi dall'Unione Sovietica (era un po' come se dentro Roma al tempo delle guerre puniche, un partito, foraggiato dai Cartaginesi, non venisse neanche sfiorato dall'imputazione di corruzione che faceva strame di tutti gli altri, un anacoluto surreale), fu così forte da coprire il verso degli upupa (De benedetti e Scalfari) e di tanti altri uccelli del malaugurio che dall'alto dei loro trespoli e dei loro rami inneggiavano alla precarietà, alla quale attribuivano il potere di apportare nuova linfa al mondo del lavoro, rimasto – così dicevano – incagliato nelle secche del posto fisso e dalle tutele invalidanti che continuava a procurargli lo Stato.

Anche D'Alema, ritto in piedi dietro il timone di un 12 metri proletario, il baffino pettinato dal vento forte che spirava da prua, si unì ai corifei del Mercato. Fu il trionfo dell'azionismo, suggellato dall'elezione di Ciampi a presidente della Repubblica, ma nessuno fu capace di controbattere che, senza certezze, quelle indissolubilmente associate al famigerato 'posto fisso', sarebbe stato difficile mettere su famiglia, non si sarebbero fatti figli, non si sarebbero potute programmare le spese, sarebbero aumentate le malattie da stress, l'economia avrebbe perso dei colpi perché il venditore avrebbe seguito, nella curva calante, lo stesso destino del compratore. Del resto, chi avrebbe potuto controbattere se il crollo dell'Unione Sovietica, di cui rimanevano ancora delle tracce, l'odore dei calcinacci e delle ferraglie, nell'aria, non solo aveva privato il PCI – il più grande partito comunista dell'Occidente – della sua principale fonte di sostentamento, ma gli aveva fatto dismettere, così, su due piedi, tutto l'arsenale propagandistico e ideologico con cui era convissuto per cinquant'anni: via le bustine di carta di giornale dei muratori che festeggiavano il Primo Maggio, un loculo vuoto al posto della classe operaia, il colore rosso delle bandiere che si sarebbe pian piano mescolato al verde della quercia, dell'ulivo e dei broccoletti ripassati in padella.

Il rombo di Capaci, che abrogò i giudici Falcone e Borsellino, spazzò via l'illusione che ci si potesse affrancare dal falso convincimento che la mafia fosse solo un'organizzazione criminale. Era una malattia sistemica, un cancro, che si era già impadronita dello Stato riempiendola di metastasi, sicché - io penso - parlare di trattativa tra mafia e Stato - cosa che sarebbe avvenuta dopo gli attentati di Roma da parte dell'Onorata Società - significava, e significa, avere escluso con colpevole leggerezza l'ipotesi che in realtà si trattava del confronto tra due Stati, uno dei quali cercava di circoscrivere i poteri di quello già dato per vincente dagli allibratori più pessimisti, il 'deep state', lo Stato cattivo.
Il 1992 é l'anno in cui appassiscono tutte le conquiste realizzate col sudore e col sangue nei due secoli precedenti, il tunnel dal quale si esce parlando in corsivo ed ancheggiando come odalische, dopo esservi entrati pieni di peli, con una vanga o un piccone in mano. Da dove si é usciti reazionari della peggiore specie, dopo che vi si era entrati con la faccia nera e rossa del 'Che' impressa sulla t shirt.

La Yugoslavia, orfana di Tito, si decompone. L'illusione ottica fa vedere che tutto questo é dipeso dalle spinte centrifughe dei particolarismi regionali, e non invece dal lavorio sotterraneo della M L I (Mafia Liberista Internazionale) che, per fare piazza pulita di una delle ultime barricate sistemate sulla direttrice del Mercato, le aveva enfatizzate sino al punto che non sarebbe stato più possibile contenerle: il corollario, cambiando un poco il copione, della strategia messa in atto, qualche anno prima, per mettere fine – una scarica di piombo – al delirio autarchico di Ceausescu. C'é tuttavia costernazione nel rilevare, anche adesso, che quasi nessuno fece caso ai piccoli cinesi, tutti uguali, equipaggiati con un libretto rosso, che si affollavano ordinatamente all'ingresso del tunnel (o per meglio dire nel suo prolungamento verso gli anni '80) per poi uscirne trasformati in tanti enigmatici travet, giacca e cravatta, l'operosità automatica della termite nel termitaio, della rotella nell'ingranaggio. Prato aveva da vecchia data dimostrato quale fosse l'idea del lavoro per i cinesi: il telaio posto accanto alla tazza del cesso per ridurre al minimo il tempo trascorso dall'operaio nell'andare di corpo, e il letto lì attaccato perché, aperti gli occhi appena finito di dormire, fosse messo nelle condizioni di rimettersi subito all'opera.

Dietro la rozza retorica dell'epopea maoista si nascondeva un mostro a due teste mai visto prima, l’ibrido tra uno statalismo occhiuto, feroce ed invasivo, che neppure sotto Stalin nel periodo più buio della storia sovietica, e la versione hot del capitalismo, ripreso dai manuali del '700, quello che si pratica, per battere la concorrenza, da un lato, aumentando la cadenza delle prestazioni lavorative e, dall'altro, comprimendo al massimo il loro controvalore sotto forma di paga.

La conquista dei mercati da parte dei cinesi é dipesa quasi soltanto dall'adozione e dall'applicazione di questa formula. La logica suggerisce – sulla falsariga di un precedente illustre, quale la guerra mossa dagli Stati americani del Nord a quelli del Sud che utilizzavano gli schiavi e quindi potevano commercializzare i loro manufatti a prezzi molto più bassi – che i Paesi, specie quelli occidentali, danneggiati dalla concorrenza cinese, alzassero i dazi e introducessero, data la gravità della situazione, il regime protezionistico nei loro rapporti con Pechino. I depositari della dottrina liberista, per definizione poco propensi a sentir parlare di barriere doganali e di regolamentazione del commercio, sentenziarono che per pareggiare i conti coi cinesi sarebbe bastato imitarli, attaccando progressivamente il costo del lavoro (anche attraverso l'incentivazione dei flussi migratori), sospendendo e attenuando i diritti sociali col trasferimento dei servizi nelle mani dell'iniziativa privata, facendo in modo, cioé, che l'asse delle tutele faticosamente spostato, in due secoli di lotte, nella direzione della gente comune e dei lavoratori, si piegasse di nuovo dall'altra parte, verso i grassatori e i padroni che sembravano specie estinta: ciò spiega, senza doversi addentrare in tortuose analisi sociologiche, come mai il sindacato , abituato a compiere scorrerie sul terreno delle relazioni sociali per conto dei partiti di massa, che si sono poi consegnati alle elite, abbia seguito lo stesso destino dei dinosauri scomparendo di colpo, e fornisce molti argomenti a chiunque voglia capire la metamorfosi dei partiti, da soggetti legittimati dal consenso popolare a clubs autoreferenziali che non hanno più alcun rapporto con la realtà sottostante.

Insomma, il '1992' e altre frattaglie, sparse qua e là in un arco di tempo che non supera i due, tre anni, non solo ricorda il '1984' di Orwell nell'anticipare una serie di terribili disgrazie per l'umanità che sarebbe venuta dopo, ma ne ha viste concretizzarsi diverse altre, tutte insieme, a grappolo, senza che ci fosse qualcuno capace di interpretarle, come Orwell, ma soprattutto senza che nessuno si sognasse di leggerlo.

 

Immagine: https://cultura.biografieonline.it/


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