La banda degli onesti

In un esilarante film degli anni 50 del secolo passato Totò e Peppino formarono un’improbabile banda di falsari di banconote. Dopo alcuni maldestri tentativi rinunciarono all’impresa e tornarono onesti. In realtà, non di onestà si trattava, ma del timore delle conseguenze e della mancanza di pelo sullo stomaco richiesta dalla pericolosa attività.

Negli scorsi mesi, le folle accorse alle manifestazioni del movimento di Beppe Grillo scandivano a gran voce onestà, onestà. Quelle invocazioni ritmate, per quanto assai fondate, ci sono sembrate il segnale di una insopportabile ipocrisia unita all’auto assoluzione, sentimenti assai diffusi tra i connazionali. La nostra nazione ha un livello di corruzione, pubblica e privata, ma anche etica, assai elevato. Ovvio quindi il richiamo all’onestà.

Tuttavia, l’esperienza ci rende scettici. Innanzitutto, l’onestà non è un criterio politico, bensì una condizione preliminare. Un onesto incapace, ignorante, arrogante difficilmente è un buon politico, come dimostrò, or sono 25 anni, il crollo della Prima Repubblica con l’espediente (perché espediente fu) di Mani Pulite. La vecchia classe politica venne eliminata per via penale- marachelle ne aveva commesse tante – ma chi ne prese il posto non brillò per onestà e tanto meno per competenza.

Se è verissimo che i corruttori sono molto numerosi, è altrettanto evidente che sanno di trovare ampio ascolto da parte dei potenziali corrotti, politici, funzionari pubblici, privati cittadini. La verità è che quando le élites sono corrotte - in Italia lo sono in larga parte- lo è altrettanto il resto della popolazione.

Il nostro popolo, poi, è maestro di intransigenza per le disonestà altrui quanto di manica larga nell’assolvere le proprie. Si è onesti solo fuori dalla porta di casa: farisei appunto. Gli italiani sono bravissimi nell’arte delle attenuanti e delle esimenti. Le colpe sono sempre altrui e nel caso dell’onestà, l’ipocrisia è di massa. Evasori fiscali sono sempre gli altri, ma nessuno può affermare di non aver mai svolto o richiesto una prestazione in nero: è conveniente e senza rischi.

Pochissime persone non hanno brigato per raccomandazioni, privilegi o benefici non dovuti. Spesso si ha l’impressione che l’onestà invocata, pretesa da chi sta in alto sia in realtà fastidio, invidia per non essere al loro posto. In giovinezza, siamo stati membri dell’amministrazione di un asilo pubblico, testimoni di un numero impressionante di dichiarazioni false (i controlli erano impossibili) per ottenere sconti o esenzioni sulla retta o sulla mensa da parte di persone di ogni ceto, condizione e convinzione politica. Salendo nella scala delle responsabilità e delle funzioni, cambia la posta in palio, non i comportamenti.

Ciò non vuol dire che si debba rinunciare a pretendere e soprattutto praticare l’onestà pubblica e privata. Occorre un’educazione morale, del tutto assente, ma che non può essere impartita, poiché i modelli vincenti innalzano il successo, il denaro, il cinismo, l’indifferenza nei confronti degli altri. Una società individualista non può chiedere né imporre integrità morale, se non come esercizio di ipocrisia o di autoinganno. Siamo persuasi che il nostro popolo non sia migliore della sua classe dirigente, tanto è vero che ne imita i comportamenti e ne condivide i disvalori.

L’Italia è in mano, ad ogni livello, a caste di incompetenti di infimo livello culturale oltreché morale. La loro abilità sta nell’intrigo, nella difesa accanita di privilegi, nel respingimento di ogni energia nuova. Esse trascinano in basso il resto della popolazione. Quella è la vera radice della disonestà dilagante. Lo scaricabarile, sport nazionale di massa, è un’espressione di disonestà assoluta.

Viene meno il senso di vergogna, manca il timore della riprovazione sociale. Si è decomposta la comunità, sfarinata anche la società, è assente qualunque moralità condivisa.

La banda di Totò e Peppino fallì, recuperando onestà e serenità, perché fuori, nell’Italia del 1956, esisteva ancora una comunità vigile, famiglie a cui rendere conto, figli che non si volevano disonorare, nomi da non infangare, coscienze educate a principi forti, castighi da temere. Sessant’anni dopo, l’onestà si urla in piazza e si pretende dagli altri. Ciascuno ripulisca prima casa propria; dopo, forse potrà scagliare il sasso. Non lo farà: il vero onesto è innanzitutto severo con se stesso, sa quanta polvere è nascosta sotto il suo tappeto.


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Editoriale

 

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