Terzo tempo

Dal corpo unico della storia, la declinazione in tre tempi dai confini osmotici.

Se mai in futuro si potrà scrivere “c’era una volta l’egemonia occidentale”, lo dovremo forse a Putin?

 

Passato

La spartizione del mondo sottoscritta a Yalta dopo la Seconda guerra mondiale ha mantenuto in equilibro geopolitico l’Est europeo e l’Ovest del mondo.

La crisi dei Missili di Cuba, risposta sovietica alla provocazione americana relativa alla collocazione di missili in Italia e Turchia, fu il picco di tensione registrato nel periodo della Guerra fredda (1947-1991). Punta dell’iceberg della cosiddetta corsa agli armamenti, nientemeno che una competizione di matrice americana per il dominio mondiale. I loro uffici marketing avevano chiare le esigenze da soddisfare per realizzare l’egemonia, diffondere la cultura edulcorata dell’american style, penetrare così nei tessuti sociali, invadere e impadronirsi dei nuovi mercati. Ma anche i loro uffici army sapevano come muoversi per acquisire indirettamente nuovi territori, considerati necessari per il contenimento dell’avversario comunista. Tutto ciò senza mai dimenticare il resto del mondo, Centro e Sud America in particolare.

Con Gorbaciov, consapevole della precaria salute dell’Unione sovietica, il miracolo della distensione (1) e della denuclearizzazione (2) trovò il modo per compiersi. Prima e dall’altro lato, Nixon non aveva potuto che accettare di buon grado il nuovo corso. La possibilità di consolidare l’egemonia mondiale e avviare la penetrazione commerciale in territorio sovietico si stava profilando. Colto l’impasse sovietico, fu proprio lui a slegare il dollaro dall’oro posseduto e a compiere un considerevole passo egemonico, imponendo così la valuta Usa come riferimento di tutti i mercati del mondo. Le relazioni tra Stati Uniti e l’Urss di Gorbaciov finirono dunque per stringersi. L’Orso era morente, qualunque aiuto avrebbe alleviato l’agonia. In cambio Gorbaciov ebbe modo di collaborare alla caduta di Ceausescu a mezzo della farsa del capolavoro spionistico della rivoluzione romena (1989). Il dittatore era dichiaratamente fuori controllo da tutto e da tutti. La sua politica, che creò la miseria di milioni di romeni, comportò la modernizzazione del paese e – conquista unica al mondo – l’annullamento del debito pubblico, ovvero la completa indipendenza politica. Farlo fuori era in agenda americana da tempo. L’occasione era avvenuta e fu sfruttata. L’occulto intento d’afferrare la parte di mondo che a Yalta avevano dovuto lasciare a Stalin compiva un passo avanti, verso est. Con il sostegno di Eltsin ci metteva pure una mano in casa.

Intanto, il pantano afghano segnava la storia e la forza sovietica. Un facile ambito per colpire ai fianchi l’Orso. Addestramento e armi americane furono elargite a piene mani ai mujaheddin a partire dalla fazione più fondamentalista, progenitrice dei talebani.

Erano gli ultimi di una vicenda nata con la Rivoluzione d’ottobre soltanto qualche decennio prima. L’economia pianificata stava perdendo la partita contro quella del mercato. Ma furono il centralismo, la corruzione e la repressione dei diritti fondamentali le mine che portarono il sistema dei soviet all’agonia.

La caduta a martellate private del Muro di Berlino aprì la breccia all’argine che conteneva i paesi del Patto di Varsavia. L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche cadeva a pezzi. La Russia era stremata e non era più una minaccia.

 

Presente

Nel 1991 la Guerra fredda aveva esaurito il combustibile. Il primo luglio di quell’anno venne sciolto il Patto Varsavia, organismo privato di ragione e servizio. Ma non l’Alleanza atlantica e la Nato. L’intento imperialista dell’Urss non era – e non sarebbe potuto essere – ereditato dalla Russia, né dalla Comunità degli Stati Indipendenti (1991). In compenso, quello occidentale ebbe modo di mantenere la sua continuità e di vedere nel nuovo presente tutto il necessario per agguantare definitivamente il mondo a mani basse.

Con il campo libero, l’Occidente non perse occasione per incensare il proprio modello socio-economico. Liberismo e democrazia non avevano più rivali. Il mondo si sarebbe adeguato al suo schema. I processi di globalizzazione si affermarono come fosse nientemeno che ovvio. Dove serviva, per i più rimbrottosi, si calava l’asso della guerra. Provvigioni energetiche ed esportazione della democrazia erano ragioni più che rispettabili per chi si credeva e crede in diritto di imporre le regole al gioco della storia.

Senza alcun potere coercitivo, diversi paesi, una volta membri del Patto di Varsavia, lasciarono il tavolo socialista per tuffarsi a capofitto nell’unica piscina disponibile e ricca di servizi. Il mito edulcorato della Nato e della UE era come zucchero filato per un bimbo la prima volta al luna park. Albania, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Ungheria, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia preferirono qualche regalo in cambio di innocui insediamenti Nato, pur di raggiungere la condizione di benessere che le tv e internet a piene mani somministravano loro. L’Ucraina era in coda al botteghino americano. Il paese del fuoriclasse Ševčenko, ma anche di Breznev e del semisconosciuto Vladimir Antonovič Ivaško – ultimo e non ufficializzato Segretario generale dell’Unione sovietica, in funzione di sostituto, rimasto in carica durante i cinque giorni del crollo sovietico – era il più prelibato dei bocconi sul menu dalla Nato.

Agli inizi del nuovo corso, anche la fortuna, coadiuvata dalla Cia, agevolò la politica imperialista americana. La disintegrazione della Jugoslavia, per quanto ex preoccupazione di serie B, fu un altro pedone eliminato nella partita che pareva tutta in discesa. L’ingerenza nel Kosovo e l’umiliazione della Serbia servirono per installare nella sacra regione meridionale del paese Camp Bondsteel, la più grande base orientale americana.

Sempre dal reparto marketing, fecero presente che per il futuro serviva benzina e che per fare denaro le guerre erano utili, sia per vendere armi che per ricostruire le devastazioni. Aggiunsero che era il momento buono per far cambiare idea ai paesi islamici, anch’essi già pasturati dalla cultura della libertà che tv e internet lanciavano a piene mani nelle acque virtuose delle lagune islamiche.

L’Orso era all’angolo a leccarsi le ferite. Da noi non giungevano neppure i lamenti che, in qualche modo, forse emise. La Cina non era una preoccupazione e, in più, era lontana. Era il tempo per le primavere arabe, sommosse popolari, opportunamente fomentate dalla Cia in funzione di una destabilizzazione del Medio Oriente, prodromo assai utile per arrivare con un contratto di governi fantoccio e, nuovamente, come nel rugby, per attestarsi su un altro pezzo di campo.

Era un atto dovuto anche per contrastare il terrorismo islamico, prima politico e poi religioso. Nel 2010 la storia vede comparire il terrorismo islamico e, poco dopo, le fomentate Cia primavere arabe, null’altro che un tentativo di miccia insurrezionale allo scopo di poterne gestire l’evoluzione in funzione di determinare il controllo dei paesi in questione.

Mentre gli americani sperperavano energie in Afghanistan e in Iraq, la Russia si era rimboccata le maniche. Da moribonda, aveva recuperato ed era ormai fuori dalla convalescenza.  

Contemporaneamente, altre realtà si erano mosse. La Cina si era fatta vicina al punto che niente più poteva essere geopoliticamente mosso senza considerare la sua presenza sulla scacchiera. Insieme a lei, anch’essi ora non più parte del miserabile e impotente terzo mondo, l’India, il Pakistan, l’Iran e la Turchia.

Consapevoli che la realtà è un essere vivente, gli americani avevano investito in Europa. E avevano ottenuto molto. Tutto, se anche l’Ucraina, ultimo tassello del puzzle di accerchiamento alla Russia, avesse trovato l’incastro giusto.

Se qualcuno volesse chiedersi che ci fa ancora la Nato tra i piedi, visto che il Patto di Varsavia è stato obliterato da tempo, non farebbe altro che porsi una delle domande nodali per comprendere la logica imperialista americana, che ormai è sinonimo di IV rivoluzione industriale, il nuovo mezzo di ultima generazione per seguitare a spadroneggiare come finora avevamo visto.

 

Futuro

La risposta alla domanda nodale è che è meglio infilare un piede nella porta quando è aperta che aprirla quando è chiusa. La resurrezione russa si era compiuta e con essa la certa indisponibilità a divenire vassallo americano. Lasciar crescere la Russia significava alzare il rischio di ritornare al mondo bipolare o multipolare, vista la conclamata presenza della Cina nelle questioni del mondo. Meglio, dunque, fare il massimo per eluderne la forza e per consacrare i confini dell’Occidente.

L’Ucraina, ricca di atavico odio antirusso, con ambizioni europeiste e con carenze monetarie, era la preda perfetta per arrivare a un passo dai confini russi e per piazzare armamenti a duplice capacità, convenzionale e nucleare, che tenesse l’Orso in gabbia.

L’intento multicentrista russo, apparentemente idea equa e rispettabile, si mostra agli occhi dei designati del Destino manifesto evidentemente inaccettabile. In particolare, dal tempo dei neocon, che nel 2000, nel documento Rebuilding America’s Defenses, dichiararono apertamente l’intento di divenire il solo modello al quale tutte le culture e le politiche del mondo sarebbero dovuto convergere, a causa del suo intrinseco valore superiore a tutte le altre.

Ripescare l’opera dei neocon è utile per riconoscere la logica di accerchiamento della Nato nei confronti della Russia, la cui identità, incompatibile con il modello americano, le aveva impedito di scivolare dritta-dritta in bocca alle fauci occidentali. Non c’erano riusciti con le buone, non restava che provarci con le cattive.

Del resto, le garanzie di non estensione della Nato a est, pronunciate da più autorità fra il 1990 e il 1991 – il ministro degli esteri tedesco Genscher, il ministro degli esteri americano Baker, i presidenti G. H. W. Bush e Mitterrand, il segretario generale della Nato Wörner – sono state regolarmente contraddette dai fatti e accompagnate dalla pazienza putiniana. L’installazione degli armamenti puntati sulla Russia entro i confini dei neopaesi-Nato e le continue provocazioni ad essa indirizzate smentirono e continuano a smentire sistematicamente gli intenti iniziali di equilibrio. L’aveva fatto presente già nel 1998 George Kennan (3), la mente dietro alla strategia americana della Guerra fredda, e ribadito da Fraser (4), Kissinger (5), Chomsky (6) e Mearsheimer (7) fra il 2014 e il 2015.

La rivoluzione arancione del 2004 e quella dell’Euromaidan, nel 2014, ebbero come conseguenza una russofobia estesa a tutte le dimensioni della cultura ucraina. Un processo che portò al referendum per la Crimea da un lato e alla strage di Odessa e alla guerra in Donbass dall’altro.

Erano tutte gocce, o meglio, perle di futuro, che stavano cadendo dall’alambicco del laboratorio americano. Il controllo del mondo non si realizza in un colpo solo. La formazione e la partecipazione della Nato nei confronti delle forze armate ucraine, il passaggio sotto silenzio occidentale della guerra del Donbass, il colpo di stato del 2014 che ribalta la presidenza filorussa regolarmente eletta, la strage di Odessa che secondo qualche idiota non è fatto attendibile a causa di emissari Onu che non l’avrebbero sottoscritto, spingevano l’Ucraina a ovest, staccavano la Russia dall’Europa, permettevano alla Nato l’idea di piazzare armi sul confine est del paese filonazista.

Era tutto parte di un elenco di provocazioni nei confronti della Russia con lo scopo di fomentare l’attacco militare russo all’Ucraina.

La reazione univoca dei paesi occidental-atlantici, Turchia a parte, che non ha esitato un solo momento a imporre sanzioni e a fornire armamenti, la dice tutta sulla condivisione del progetto egemonico a guida americana. Dice che la posizione e l’intento erano in essere da tempo.

Che le sanzioni penalizzino l’Europa, che dice di volere la pace mentre fornisce armi, è un dato che non ha peso. È un dato ovviamente previsto e calcolato. Qualche posticcio nuovo Piano Marshall è certamente in atto dietro le quinte della recessione in avvio per tutti i paesi Europei aderenti all’idiozia degli embarghi.

È qui che si innesta l’ormai cresciuto embrione della IV rivoluzione industriale.

La grande matassa nella quale siamo ingarbugliati non è portata avanti da un timoniere che naviga a vista. La destinazione è chiara ed esclusiva: restare in corsa per il dominio unipolare del mondo, al massimo lasciare una parte alla Cina. Tutti i fatti in via di venire al mondo sono economicamente computati, affinché il totale permetta di restare concorrenziale al basso costo del capitalismo cinese.

Digitalizzazione e culto della tecnologia, black out (prevedibili), politiche terroristiche come eventualità sempre latente, lotte civili fratricide e guerre volte alla riduzione demografica(?), governi tecnocratici, parlamenti esautorati, pensiero unico, stampa asservita, edulcorazione della precarietà, riduzione dei servizi sociali, strumentalizzazione della sanità e della scienza, vita a punti – come per lo ski-lift –, delazioni, ubbidienza, manicheismo, in una parola “Great reset” (8) sono parte delle prospettiva di chi vede il futuro secondo la logica dell’intento egemonico occidentale, che stranamente ricalca quanto già in essere in Cina, a sua volta consapevole di essere vicino ad agguantare l’occidente, senza colpo ferire, e ridurlo a riso bollito per il suo grande popolo.

A ben guardare Il capitale di Marx, rivisto e corretto secondo le dinamiche digitali, deve tornare in cima alla pila di libri sul comodino.

 

 

 

Note

  1. Avviata da Nixon-Breznev, confermata da accordi Salt.
  2. Avviata da Gorbaciov-Regan con il trattato Inf, proseguita con Bush e confermata con Elstin da accordi Start.
  3. George Kennan sul New York Times, 1998: “Penso che sia l’inizio di una nuova guerra fredda. Penso che i russi reagiranno gradualmente in modo piuttosto negativo e ciò influenzerà le loro politiche. Penso che sia un tragico errore. Non c’era alcun motivo per questo. Nessuno stava minacciando nessun altro. […] Si tratta di una decisione che mostra una mancanza totale di comprensione della storia russa e della storia sovietica. Ovviamente ci sarà una brutta reazione da parte della Russia, e a quel punto [gli espansionisti della NATO] diranno ‘Vedete, ve l’abbiamo sempre detto che i russi sono cattivi’ – ma questo è semplicemente sbagliato”.
  4. Malcolm Fraser, 22° Primo Ministro dell’Australia e membro della Nato, sul The Guardian del 3 marzo 2014: “il movimento verso est [della NATO è] provocatorio, imprudente e un segnale molto chiaro per la Russia”.
  5. Henry Kissinger sul Washington Post del 5 marzo 2014: “Troppo spesso la questione ucraina viene posta come una resa dei conti. Est contro ovest. […] Utilizzare l’Ucraina come parte di un fronteggiamento est-ovest affonderà per decenni la possibilità di condurre Russia ed occidente – specialmente l’Europa – dentro un sistema di cooperazione internazionale. [...] l’Ucraina non dovrebbe entrare a far parte della NATO [...] e la Russia non sarebbe in grado di imporre una soluzione militare senza isolarsi. [...] una politica di imposizioni militari produrrebbe un’altra Guerra Fredda”.
  6. Noam Chomsky in un’intervista del 2015: “L’idea che l’Ucraina possa unirsi ad un’alleanza militare dell’occidente risulterebbe inaccettabile per qualsiasi leader russo […] Il desiderio ucraino di scegliere la Nato non proteggerà affatto il Paese nel futuro, condurrà, piuttosto, l’Ucraina in un conflitto ben maggiore”.
  7. John Mearsheimer, principale studioso di geopolitica negli Stati Uniti, in un suo intervento all’Università di Chicago, nel 2015: “L’Occidente sta guidando l’Ucraina verso il sentiero della rovina e il risultato finale è che l’Ucraina andrà in rovina […] Quello che stiamo facendo in effetti sta incoraggiando tale risultato”.
  8. Schwab Klaus, Malleret Thierry, COVID-19: The Great Reset, Cologny/Geneva, World Economic Forum, 2020.

 

Vedi anche

 https://www.luogocomune.net/16-geopolitica/5983-ucraina-l-altra-verit%C3%A0-documentario-completo


Editoriale

 

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