Aghi di bussola

Da creativo, vitale e sereno a inerme e sottomesso dato sociale.

 

Il vecchio Gregory (1) la chiamava mente. Una mente è il corpo sottile di intento. Un intento ha tanta più potenzialità quanto più il punto di attenzione è posato su esso. Tale forza tende a crescere in modo direttamente proporzionale alla quantità di individui che portano l’attenzione sul medesimo intento. È quanto, in campo fisico, viene detto concentrazione. Come la concentrazione è una forza fisica e anche – nel suo limitato campo – creativa, la mente è forza metafisica.

Quando il vecchio Gregory ha scritto Verso un’ecologia della mente, alludeva anche alla spazzatura di superstizioni che ci impediscono di vedere come e perché agiamo. Il punto di attenzione è un chiodo che ci blocca lì, sulle nostre convinzioni, dentro le nostre ossessioni, divorati dalle nostre patologie. Tutti i credo, scientifici inclusi, non sono che campi autoreferenziali. Significa che ognuno è dettato da leggi, norme e regolamenti autopoietici, fatti da noi. L’inconsapevolezza di tanta sfacciataggine ci permette, ci impone, di affermare la verità emersa dal nostro campo come superiore a quella altrui. Da qui i malintesi, i conflitti, le guerre.

Alla medesima conclusione, e osservando le medesime dinamiche tra le forze in campo, era giunto il vecchio Michel (2) quando, nel suo L’ordine del discorso, affermava che la verità è nel discorso.

Prima di loro, le sapienze delle Tradizioni di tutto il mondo avevano osservato le forze sottili, la loro azione, i comportamenti che ne derivano. Tutta quella conoscenza è stata gettata al macero proprio dalla mente inquinata e dal discorso prodotto dalla modernità. Tra le diverse definizioni di tale periodo, compare quella caratterizzata dal dominio del materialismo e dei suoi derivati: il positivismo, l’economicismo, l’ateismo, l’ideologismo. E dei suoi suoi succedanei: l’individualismo, il consumismo, l’edonismo, lo scientismo.

Si tratta di fiumi in piena, che conducono le loro brune acque nel grande lago endoreico dell’importanza personale, dell’egoismo come culto primario, irrinunciabile e fondante della verità del discorso in essere oggi. In cui, le dimensioni profonde dell’uomo non solo non sono coltivate, ma sono censurate dalla cultura che ci avviluppa. Ciarlatani sono divenuti i maghi, fandonie sono divenute le sapienze. Ciò che fa testo è solo ciò che si occupa della “realtà concreta”, come ebbe a dire un noto economista italiano al cospetto di ciarlatani e fandonie.

Nelle pesanti e maleodoranti acque senza sbocco al mare della bellezza, inconsapevole, l’uomo organizza se stesso al meglio delle verità offerte dalla mente che lo domina. Il vecchio Gregory la sapeva lunga. Genera valori e morali, giustizia e benessere. Ma si tratta di sottocampi, ontologicamente pronti a inseminare conflitti e a essere traditi. Nel grande lago c’è spesso burrasca. Il si salvi chi può diviene quindi la sola verità. Anche il vecchio Michel la sapeva lunga.

Come in un uomo degradato al malessere esistenziale – psichico, fisico e sociale – ogni sirena di aiuto è sufficiente per ammaliarlo, così, in una moltitudine sociale, dimentica delle sue profondità, identificata sulle sue facciate, imbambolata dall’opulenza, prostrata alla salvifica tecnologia, intenta ai diritti che crede di avere e alla salvezza che crede di meritare, è esercizio elementare orientare la sua attenzione.

Come l’imbonitore e il commerciante trattengono quella del derubato e del cliente, la comunicazione non ha difficoltà a generare una nuova burrasca, un nuovo si salvi chi può. Diffondere la paura e il suo rimedio, nonché, di conseguenza, osservare come l’ago della bussola personale si orienti identicamente a quello di ogni componente della moltitudine, è pari elementare esercizio per chi detiene la comunicazione. Per chi ha educato quelle moltitudini allo scientismo e al diritto di salvezza.

Il magnete della paura fa convergere gli aghi su essa. Fa correre al riparo affermato dagli esperti. Nella ressa non c’è spazio, né comprensione per coloro che ad altre dimensioni e ad altri valori orientano gli aghi delle loro bussole interiori.

Se i vecchi Gregory e Michel ci avevano informati sul potere della mente e del discorso, le antiche sapienze occidentali, che prima di loro avevano osservato il potere delle forze sottili che dominano gli uomini e ne regolano i conti, quel potere lo chiamavano egregora. Un concetto meglio comprensibile se inteso come incantesimo. Un campo di dominio entro il quale, soltanto chi ha preso coscienza che non siamo l’io che crediamo di essere, che oltre al nome, cognome, professione e stato civile, c’è un universo, ha potuto non sottomettere l’ago della sua bussola.

Come qualunque altra, l’egregora della paura è come un vento di burrasca che spinge tutti gli umiliati in una sola direzione che, ordinati come limatura di ferro al cospetto del magnete, li condurrà ad approdi brutalisti dove vanteranno la loro probivirità. Ma, una volta di più, saranno diventati solo dati da catalogare nel registro di chi amministra il vento.

 

 

  1. Gregory Bateson.
  2. Michel Foucault.

 


Editoriale

 

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