Viva la guerra

Possiamo girarci intorno. Possiamo aver paura di parlarne. Possiamo credere che le cose stiano diversamente. Possiamo convincerci dell’assurdità che comporta. Possiamo perfino dire che la storia insegna per sottoscrivere che la guerra è male. Ma, liberi da ideologie e dal loro ontologico moralismo, la sola osservazione possibile che possiamo fare sulla storia è che essa, certamente, si ripeterà. Non è vero che la cosa sola certa è che moriremo. È di pari verità che, finché gli uomini si identificheranno nei sentimenti che provano, la storia si ripresenterà nell’eterno ritorno dell’identico. La storia è sentimento e i sentimenti sono solo due. Se non escogitiamo come fare per divenire amore, l’equilibrio, per quanto momentaneo, ce lo renderà solo l’odio.

 

Non c’è pace in territorio di pace. La pace richiede la consapevolezza e la pratica dell’evoluzione spirituale. Diversamente, quella ottenuta per consuetudini morali, è falsa. Vera perché non impiega le armi che condanna. Ma falsa perché ne impiega di ogni altro tipo. La progressiva coercizione dei pensieri, dei diritti, messa in campo da anni, ne è un campione esistente.

In ogni caso, volendo insistere a realizzare la pace a mezzo di modalità morali, si autogenerano i mezzi per mantenere fede all’intento buonista. Tutta la violenza si riversa nello spettacolo. Ma la violenza non è soppressa, semmai compressa. E lo spettacolo, come anticipatoci dal situazionismo e da Guy Debord, diviene la realtà. Tuttavia, nel gioco delle tre carte, la sostituzione dell’autentico con il fittizio imbambola i pensieri e il razionale, ma non riesce a stravolgere i cuori. In quest’ottica, anche il bromurico intento del pensiero unico non avrà che vita limitata, nonostante il suo riflesso pacificatorio.

Così, come sale la coercizione che passa come giusto canone della struttura identitaria del Sociale, sale anche l’esigenza di guerra, di applicazione della forza. La ratione, dominata dalla morale, lo nega, mentre il cuore, comunque vada, lo esprime. Il sempre florido mercato/consumo di violenza fittizia ne è espressione.

Oltre a quanto detto, tra le brevi considerazioni che si possono considerare sul tema pace/guerra ce n’è un’altra. Non è minore delle precedenti. Né è la base. Si tratta della stabilità dell’uomo. Tutti siamo stabili se all’inseguimento di uno scopo, anche risibile, nei giorni e nel tempo. In quel mentre, possiamo distinguere il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato. Privati della carota, come asini ci fermiamo in balia di forse superiori alla nostra inconsistenza.

Se ciò è vero, è vero che le grandi calamità hanno il potere di tenere viva la nostra attenzione allo scopo della sopravvivenza, del ritorno alla normalità. Si vive il senso dell’autostima, derivante dalla soddisfazione di essere in corsa per qualcosa che riteniamo sia importante. Anche la guerra rientra nel novero delle calamità.

Se deprecabile, per tutti i motivi che chiunque può elencare, di fatto è anche salutare a causa di quanto detto. E se fin qui si tratta, in parte, di un discorso astratto, totalmente realistica è invece l’osservazione della crescente alienazione, quindi malessere e squilibrio, di tutti noi.

Razionalmente, andiamo a giocare a calcio, andiamo a scalare e andiamo al cine, portandoci la consapevolezza di realizzare una passione, ma meno quella di scaricare le tensioni sottili ma permanenti che una vita senza creatività tende a produrre. E non si tratta di dire “ma io sono creativo”. È più forte e fa più testo l’ambito in cui viviamo. Che è un ambito totalmente orientato alla mortificazione delle potenzialità umane.

Tutt’altro epilogo dal viva la guerra si otterrebbe con la consapevolezza incarnata, non solo intellettualmente colta, che tutte le forme della storia sono caduche. Ruoli, idee, ideologie, passioni, battaglie, tradimenti, ingiustizie sono occupazioni risibili e più, se assunte identificandocene. Una presa di distanza dalle forme che via via le circostanze ci invitano a prendere, diviene possibile attraverso la modalità evolutiva.

È il disincanto da consuetudini e ideologie la nuce dell’alienazione e dei suoi malesseri nichilisti, vuoti pieni di proto-feticci, surrogati di vita vera, oggetti inermi che, per un po’, animiamo e che ci animano, ma a scadenza certa ed improvvisa. Non si tratta di non credere più in niente – degrado disponibile solo in ambito alienato – ma di divenire via via meno vulnerabili, ovvero di vivere un’esistenza più centrata, meno portatrice di malessere, più libera dai vincoli consuetudinari e creatrice, sola medicina antialienazione.

Diversamente, solo la guerra ci salverà.

 


Editoriale

 

Le chiavi di casa

Di Adriano Tilgher

Le abbiamo perse nel 1945 quando abbiamo perso la guerra e da allora non siamo più riusciti ad ottenerle. È sempre stato il sogno di noi adolescenti possedere le chiavi di casa e quando le abbiamo ottenute ci siamo subito sentiti più adulti. Purtroppo noi, come popolo, le abbiamo perse in seguito a quella disastrosa guerra che qualcuno ha anche provato a dire che abbiamo vinto per il vergognoso cambio di casacca. Qualcuno potrebbe obiettare che è inutile rivangare polemiche antiche; ma è proprio metabolizzando gli errori del passato che possiamo rivitalizzare la nostra identità comunitaria ormai perduta.

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La Spina nel Fianco

 

Don't look up

24 dicembre, dopo una sparuta presenza nelle sale cinematografiche esce sulla piattaforma Netflix il nuovo film di Adam McKay, regista e sceneggiatore statunitense famoso per pellicole particolarmente feroci contro l' "American way of life". Il Film «Don’t look up», (non guardare in alto) è interpretato da un cast stellare che include divi del calibro di Meryl Streep e Leonardo Di Caprio. La trama inserisce la produzione nel genere catastrofico, (Allarme Spoiler) 2 scienziati, la dottoranda in astronomia Kate Dibiasky ed Il suo professore, Randall Mindy, scoprono casualmente l'esistenza di un asteroide non identificato. Calcolandone la traiettoria, si accorgono che il corpo celeste colpirà in pieno la terra in circa sei mesi e che le sue dimensioni sono tali da comportare l’estinzione di qualsiasi forma di vita sul pianeta. I due insieme ad un funzionario governativo si recheranno alla Casa Bianca per cercare di evitare la catastrofe, ma la presidente degli Stati Uniti, Janie Orlean, (Mary Streep) ispirata ad Hillary Clinton, (sulla scrivania dello Studio Ovale vediamo una foto che la ritrae abbracciata a Clinton), non ha alcuna intenzione di occuparsene in quanto presa dai suoi calcoli elettorali. Impone, pertanto, di mantenere segreta la notizia.

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