La forza dei partiti, ovvero la pistola del clown

Tanti anni fa – l'insolenza del pivello che andava a caccia di suggestioni - mi feci ricevere a casa sua da Pier Paolo Pasolini: la finestra del salotto si affacciava su di un imponente tramonto viola e arancione, ed in mezzo si ergeva la cupola della chiesa dei Santissimi Pietro e Paolo, all'EUR, che vibrava come un'uccelliera per tutti gli storni che le orbitavano intorno. Non avevo con me un registratore. Prendevo appunti, ma la conversazione venne fuori troppo intricata perché potessi disbrogliarla sotto forma di domande e di risposte nell'unica pagina che mi era stata messa da parte su “Alternativa”, il periodico dell'MPL di Labor. Sicché condensai, ma ne uscì un pezzo che avrei potuto redigere tranquillamente da solo, spulciando qua e là tra le cose dette e scritte da Pasolini, se gli avessi risparmiato la fatica di doversi ritagliare un po’ di tempo, tra tutti i suoi impegni, per raccontarsi e per raccontarmi le traiettorie invisibili assunte sottotraccia dal mondo di allora.

Ricordo benissimo come, sulle prime, fossi stato spiazzato dalla parabola con cui annunciava la fine della lotta di classe e l'abrogazione di ogni distinzione tra Destra e Sinistra sotto la livella mortale del consumismo. Si sarebbe formata, stando al suo vaticinio, come una grande plaga dalla colliquazione dei fossili – quali sarebbero diventati, non appena girato l’angolo, il proletariato e la borghesia – e il potere finanziario, una volta recuperato il suo ruolo politico, quello che gli era stato conculcato dai regimi totalitari della prima parte del secolo -  avrebbe  spogliato l'uomo della sua forza creativa confinandolo - un numero tra i numeri - nell'algido algoritmo della reificazione e del  profitto.

Equiparai la predizione di Pasolini ad una licenza poetica. Era da diversi anni che una delle espressioni più versatili e più mature del genio italico era entrata in rotta di collisione coi maggiorenti del PCI e con l'arcipelago della Sinistra operaia. In lui c'era già   l'humus teorico del confronto che si sarebbe spostato dalla dimensione orizzontale destra/sinistra all'asse alto/basso, di una società di finti uguali formattata a somiglianza di una catena di montaggio per gli interessi di un'élite, la marcia sincronizzata dei martelli da carpentiere in un celebre videoclip dei Pink Floyd.

Quando Pasolini morì, nel “grand guignol” che avevano allestito per lui in uno sterrato senza luce di Ostia, ne incolparono i fascisti (parola magica che polarizza su di sé e assorbe come un famelico buco nero tutti i sospetti che potrebbero migrare altrove e addensarsi magari  sulla  testa dell'immarcescibile maggiordomo), ma a nessuno venne in mente che gli aruspici non sono una categoria particolarmente simpatica né per coloro  ai quali prospettano un avvenire pieno di guai, né – a maggior ragione – per quelli che li progettano e li preparano - i guai -  trafficando nell'ombra, perché, nell'indicare  con sufficiente esattezza da dove vengono, minacciano di sventarli: è del tutto verosimile, quindi, l'ipotesi che appartenessero ad altri i riflessi misteriosi che danzarono intorno alla salma deturpata di Pasolini in quella notte del '75, e che il sabba fosse stato  orchestrato dai registi, sin lì insospettabili, di una tenebrosa distopia, quella  in programmazione per l'oggi.

D'altro canto, in assenza di contenuti o quando è meglio nasconderli, affiora, forte, la coazione a sollevare cortine fumogene, a creare dei diversivi. Berlusconi/ Geppetto forgiò nel sottoscala la sagoma di “Forza Italia” /Pinocchio perché diceva di volersi opporre alla conquista del potere da parte dei comunisti, che non c'erano più dal novembre dell'89, da quando, cioè,  con la caduta del muro di Berlino, inopinatamente era svanita anche la “lotta di classe”, e non era neppure concepibile l'idea che il PCI, nel naufragio delle ideologie provocato dall'affondamento del Titanic/URSS, volesse rimanere aggrappato, precorrendo Di Caprio, ad una tavoletta di legno, il gurgite vasto, l'intensità spaventosa del buio, c'è qualcuno laggiù? Rispondete. C'è qualcuno laggiù?

Il reuccio di Arcore, s'inventò i comunisti (ignorando che nel frattempo, dopo una serie di innesti, si era formata al loro posto una specie ancora peggiore, con gli avanzi avariati del marxismo e con quelli dell'ecumenismo cattolico) perché non aveva altra ragione d'essere che una febbrile moderazione, senza peraltro che si capisse cos'era, a cominciare proprio da lui.

Con una contromossa speculare, i discendenti del PCI, reinventarono i fascisti, che erano già scaduti da vecchia data, come i partigiani di Silla o i seguaci di Catilina (sarebbero stati da allora così assidui nell'immaginario della falsa Sinistra come non lo erano stati neppure durante gli anni di piombo o all'indomani del '45), per farci degli strani magheggi con l'opinione pubblica del Paese, carta vince, carta perde, fate il vostro gioco signori. Questa. No. Questa.

 I postcomunisti dovevano pur ricrearsi una sponda e dotarsi di una nuova base elettorale, dato che la classe operaia s'era volatizzata. Ebbero una potente illuminazione: si offrirono alle élite internazionali, e su loro consiglio applicarono alla propria strategia politica la logica del buffet, non più la bistecca con contorno, ma tanti piccoli stuzzichini che fanno massa: i migranti con le masserizie al seguito (poverini!), gli United Colors of Benetton, gli apolidi e gli smemorati del sesso (mi accuccio o resto in piedi?), gli strilloni muti, i delinquenti buoni, i cristiani assatanati, tutto un mondo composto da tante singole singolarità che, prese una per una, non contano niente, ma che raggruppate insieme sotto le insegne di un unico partito possono aiutarti in modo decisivo a vincere le elezioni.

Ora, che il verso della Storia, dopo più di duecento anni di cruente tensioni sociali, si sia modificato quasi di scatto assumendo quello della direttrice Nord/Sud, piuttosto che quella Est/Ovest (Sinistra/Destra), molto marcata nel lungo lasso di tempo che si protende dal secondo dopoguerra sin quasi ai giorni nostri, è questa una circostanza  che dovrebbe suscitare una profonda riflessione su cosa siano diventati i partiti che in quel periodo si annunciavano come i perni insostituibili della democrazia, o su cosa dovrebbero diventare, tenuto conto del fatto che - a parte l'essersi ritratti in se stessi,  senza più né vere gambe né vere braccia, senza né occhi né orecchie, e l'essersi limitati,  a svolgere nei confronti della realtà circostante , simili a dei virus,  la sola attività di impossessarsene e di abusarne – non sembra che si siano attrezzati per adeguarsi al cambiamento o per evitare di rimanerne travolti.

Dietro il paravento delle apparenze, e dei dubbi che ne discendono, potrebbero però essersi sedimentate delle certezze. Significativamente, all'appello dei presenti nelle manifestazioni contro il green pass che si sono tenute in queste ultime settimane in Italia – a differenza di ciò che è successo, ad esempio, in Austria e in Olanda – non  hanno risposto né i partiti né i sindacati, Le masse si sono agglutinate da sole riempiendo strade e piazze, al contrario di quanto hanno dichiarato, mentendo spudoratamente sul volume delle proteste, i media legati con la seta di ragno ai padroni delle ferriere agghindati col camice bianco: il segno, comunque vada, di una rottura insanabile, di un punto di non ritorno, oltrepassato il quale, i partiti – nessuno escluso -

saranno costretti tra non molto a rivedersi sull'album di famiglia e a scoprire, tra un gridolino di meraviglia e l'altro, come si fossero trasformati nel giro di pochissimo tempo, non per affrontare i cambiamenti imposti dalla belva del liberismo che aveva forzato le sbarre, ma per adeguarvisi, finendo fatalmente per farne parte.

 Le vie della metamorfosi sono infinite, ma si associano di regola ad una certa gradualità. Quella che mancò ai grillini nell'irrompere, come una mandria di bisonti drogati, fin dentro i cessi dorati del Palazzo e nell'accorgersi di punto in bianco che di lì non se ne sarebbero più andati, che avrebbero sofferto di diarrea tutta la vita: hic manebimus optime (la versione in lingua latina dell' onomatopea “toc toc” accompagnata dall’avviso 'sono occupato!): e infatti non se ne andarono più.

La gradualità mancò anche alle avventure della vecchia Sinistra, il cui passaggio sotto il sombrero delle élite avvenne  dall'oggi al domani, in  un battibaleno, intorno ai primi anni '90, e fu scandito da due flashes, il primo dei quali li colse nell'atto di opporsi ferocemente all’abolizione della 'scala mobile' proclamata da Craxi, e il secondo, invece, in quello di intonare a pieni polmoni dei peana a favore della  'mobilità' e della 'flessibilità': i due eufemismi con cui i padroni delle ferriere, ritornati in auge, chiamavano il proprio diritto a riesumare lo schiavismo , e ciò con diversi anni di anticipo rispetto  alla soppressione dell'articolo 18 e all'introduzione del 'Job Act' avvenute durante il proconsolato di Renzi.

 E' del tutto evidente che la questione legata all'avvento del moloch liberista e di tutti i suoi templi consacrati al Pensiero Unico non può essere oggetto, nei partiti, di ordinaria amministrazione, l'unico ambito nel quale essi possono dispiegare i propri talenti, ma deve essere affrontata con un approccio, direi quasi metafisico, che vada oltre gli interessi di bottega e la minutaglia degli affanni inscritti nell'immediato. La sfida – fatalmente globale - che si propone non si adatta a coloro che hanno per cervello la pistola del clown, quella che fa un grande rumore e fa ridere, come al circo, mentre butta fuori un ridicolo cartoccetto, ma forse – mi sbaglierò – la gittata corta, che pure è una caratteristica comune a tutti i partiti che battono da queste parti, può far comodo a quanti, intenzionalmente, si sono già consegnati al nemico, fra l'altro, senza aver mai espresso, in modo chiaro e tangibile, la volontà di combatterlo: insomma, la colpa come attenuante del dolo.

PS. Domando, sottovoce, per il solito amico: ma se, per disgrazia, sparissero questi partiti, cosa succederebbe?

 

Immagine:https://kurier.at/


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