Belli e belle ciao

È vero. Abbiamo sbagliato tutto. Siamo tutti uguali. Uguali a chi? avrebbe fatto chiedere Luigi Magni a quel gigante che era Alberto Sordi recitante la parte del nobile romano nel film “In Nome del popolo Sovrano”.

Non ha importanza, oggi; purché si sia uguali. E nei deliri onniscienti del politicamente corretto abbiamo l’ennesima novità post covid (segno che davvero la malattia può arrivare ad obnubilare pesantemente le meningi).

Siccome i problemi sono ben più seri, la logica della brioche deve per forza essere dietro l’angolo. Dopo aver “debellato” la cattiveria di genere (uomo, donna neutro e qualsivoglia subjectum), quale modo migliore di superare l’impasse della gonna (chi la mette chi?) annettendo all’ inno di Mameli che già ci vorrebbe tutti fratelli (coltelli) la ben nota e cantata a squarciagola dai balconi della pandemia “Bella Ciao”?

Quale modo migliore di negare ciò che si è e che, nel bene o male, ci ha accompagnato per millenni (anche in epoca pagana) se non nell’ affermare le diversità?

Perché nella lingua posso anche dire “di colore” ma darò sempre al “negro o nero” una etichetta; potrò dire “genitore uno o genitore due” ma in questa spersonalizzazione creerò un ben più grande divario che nel rilassarmi dicendo “madre, padre etc” … ma a questo non ci arrivano proprio.

Forse perché sentendosi già “diversi” loro hanno necessità di affermare la loro diversità? forse perché nell’ inconscio più profondo è proprio questa diversità che li rende ancor più ostracizzati da quell’ uguaglianza che giornalmente urlano e a cui giornalmente tendono?

Basti leggere la frustrazione e un certo tipo di cattiveria che c’è nella stessa Murgia per rendersi conto di quanto sia difficile essere (prima ancora che donna o uomo) qualcosa o qualcuno?

E quindi, tra le eclatanti trovate di questo inizio settimana, oltre alla concessione del liquidatore di Italia Draghi di arrivare fino a mezzanotte la sera per incontrare Cenerentola, ecco che la sinistra da saltimbanco se ne esce con la grandissima geniale ed Europeista proposta di annettere, in una sorta di medley bislacco, all’ inno di Italia, Bella ciao.

Perché Bella ciao è cultura, è bellezza ma è anzitutto antifascismo; perché l’anitifa’ oggi è necessario per evitare che si riproponga quello che è avvenuto nei “gulag” e che oggi vediamo avvenire nei “centri vaccinali”.

E quando tutti questi tasselli d’assurdità muovono nel green degli spazi con monopattino, dove ci sono decine di ristoratori che ancora chiedono l’elemosina e un inquinamento che, grazie a mafie dello stato e ai vari Saviano, ha devastato il pianeta prima dei protocolli di Kyoto o della “ isterica” Greta, noi cantiamo Bella ciao.

E da Politically s-correct però ci rendiamo conto di una cosa: di come invece si potrebbe, senza appellarsi ad una norma di genere, di come sarebbe più logico, abolendo fratelli e fanciulle, uomini, donne e neutri, cantare un canto che unisca tutti gli italiani e non si continui a separarli con odi antichi.

Ancora una volta, prendendo spunto da una canzonetta, si potrebbe dimostrare loro, più di ogni altro movimento o fenomeno politico, la correttezza a-partitica: giovani tutti uniti in un nuovo slancio identitario nella cultura, nella storia, nello stato sociale, nella difesa e riconquista del territorio.

Tutto questo non è politically correct ma è concretezza che a loro non conviene perché non ci possono guadagnare su …


0
0
0
s2smodern

Editoriale

 

Riconquistare la sovranità

di Adriano Tilgher

Vedo un sistema di potere drammatico, anzi, addirittura tragico per le prospettive di vita che ci lascia intravvedere e che addirittura, in parte, annuncia. Poi mi accorgo che inizia a manifestarsi una complessa volontà di opposizione, talvolta anche radicale, ma che si agita scompostamente sia, per fortuna, con idee valide ma il più delle volte senza una prospettiva reale di lotta e di confronto che rischia di annullare tutti gli enormi sforzi che si producono.

Leggi tutto...

La Spina nel Fianco

 

Destra divina che è dentro di noi

Dall'archivio di "Strano ma Nero" voglio far uscire alcune perle che sono sicuro susciteranno stupore (e indignazione) in molti lettori, voglio parlare di un uomo che Pietrangelo Buttafuoco ha definito "Il più ruvido incazzoso squadrista che mai calendario abbia potuto avere”, Francesco Forgione, meglio conosciuto come San Pio da Pietrelcina. Forgione nasce a Pietrelcina, provincia di Benevento, il 25 maggio 1887.  Il 22 gennaio 1903, a sedici anni, entra in convento e da francescano cappuccino prende il nome di fra Pio. Diventa sacerdote sette anni dopo, il 10 agosto 1910. Nel 1916 i superiori pensano di trasferirlo a San Giovanni Rotondo e qui, nel convento di S. Maria delle Grazie, ha inizio per Padre Pio una straordinaria avventura di taumaturgo e apostolo del confessionale. Il 20 settembre 1918 il cappuccino riceve le stimmate della Passione che resteranno aperte, dolorose e sanguinanti per ben cinquant’anni.

Leggi tutto...

Questo sito si serve di cookies tecnici e di terze parti per fornire servizi. Utilizzando questo sito acconsenti all'uso dei cookies.