Il Green pass: passaporto di “schiavitù mentale”?

Pare il caso di ricordare, in primis, che il passaporto rappresenti un «documento sia di viaggio che di riconoscimento», come puntualmente riportato sul sito del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Ne risulta dunque una duplice funzione: quella di “lasciapassare” rispetto i confini ‒ sempre più virtuali ‒ tra le Nazioni e quella, non meno importante, di identificare chi lo faccia. Fin qui tutto torna: fino al 2021 tale documento era rilasciato dalle Questure ‒ come in Italia ‒ o dalle Rappresentanze diplomatico-consolari.

Da qui a poco, però, anche quest’ultima prerogativa degli Stati-Nazione ‒ ossia i soggetti sociopolitici dominanti dell’intera esperienza della società europea prima del 1945 ‒ sarà sottratta ad essi dal leviatano virtuale che, dal Secondo dopoguerra, ha relegato gli Stati del Vecchio Continente «nella sovrana impotenza di Nazioni storicamente superate» (J. Habermas, Democrazia o capitalismo, in Id., Nella spirale tecnocratica. Un’arringa per la solidarietà europea, Roma-Bari, Laterza, 2013, p. 55): il processo di internazionalizzazione del potere di cui l’Ue è risultante e cartina di tornasole.

Sarà pronto per giugno, infatti, il “Green Pass”, come annunciato da Thierry Breton, commissario Ue per il Mercato interno. Si tratta dell’ultimo tassello che completa la demolizione della sovranità nazionale a favore dell’Ue.

Si consuma, così, l’ultimo atto del funerale dello Stato-Nazione sorto o cresciuto, in vario modo, nell’età napoleonica e post-napoleonica e divenuto, fino al 1945, il simbolo stesso del primato mondiale dell’Europa. E che oggi è ben diversa da quella “dei popoli” ‒ cioè padroni e sovrani, come dovrebbero essere, entro i propri confini statali ‒ ma proiezione di un potere non più politico bensì economico che li ha trasformati in “consumatori” senza autonomia contrattuale per i propri diritti. Un potere, quello espresso dall’Ue, “portatore sano” di un’ideologia transnazionale tra realtà e utopismo riassunta nella chimera del Terzo millennio: il villaggio globale realizzato dal trentennio di globalizzazione e dal connesso neoliberismo che ha reso l’economia “ideologia” a danno della politica.

Un villaggio globale che, come ogni entità socio-politica, si arringa ora l’ultimo diritto rimasto appannaggio degli Stati-Nazionali che ha sostituito: quello di rilasciare un documento, appunto, il “Green Pass”: medaglia al valore di cittadinanza del villaggio globale che sancisce, di fatto, il livello di sottomissione volontaria a cui fece cenno ‒ durante una magistrale lezione tenuta a Cambridge il 20 gennaio 2012 ‒ Noam Chomsky parlando di «schiavitù mentale» (Cfr., N. Chomsky, Sistemi di potere, Conversazioni sulle nuove sfide globali, Gravellona Toce, Ponte alle Grazie, 2013, p. 95 e ss.).

Cosa infatti sarà il “Green Pass”? Prima di tutto un illegittimo documento che contravvenendo all’art. 32 della nostra Costituzione ‒ come rilevato il 1° marzo dal Garante della Privacy ‒ distinguerà  «i cittadini vaccinati dai cittadini non vaccinati» (https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9550331) trasformando «la vaccinazione in un trattamento sanitario obbligatorio non previsto dalla legge» (S. Occhipinti, Covid-19: è in arrivo il Passaporto vaccinale europeo?, in «Altalex», del 26 marzo 2021).

Il tutto, infine, sarà realizzato come appare ormai ovvio, facendo leva non sull’obbligo, ma sull’adesione volontaria: d’altra parte, chi governa ‒ seppur virtualmente e anonimamente ‒ il “villaggio globale”, sa bene che un valido sistema di propaganda non esplicita mai i propri principi o le proprie intenzioni.

E realizza i suoi piani imbiancando i sepolcri nei quali si scrivono le nuove regole con l’abile arte della persuasione che induce gli individui ad accettare un sistema di indottrinamento senza fare domande: mettendosi in fila ‒ fino al paradosso di essere pronti e fare di tutto anche per saltarla, Scanzi docet ‒ per vaccinarsi senza sapere quanto ciò sia realmente utile a livello medico, sperando che i casi limite di reazione capitino agli altri, sognando di avere tra le mani l’agognato pass per farsi le prossime vacanze.

Il tutto, senza considerare, però, che nuovi lockdown siano comunque dietro l’angolo e che il “Green Pass” sia ben altro che un “nulla osta” al ritorno alla normalità, bensì un gateway di allineamento all’ingabbiamento «degli individui in modo che non si accorgano delle dottrine fondamentali né tantomeno le mettano in discussione», come affermò Chomsky a Cambridge ricordando, tra le altre cose, il ritornello di Redemption Song di Bob Marley & The Wailers: «Emancipate yourselves from mental slavery; None but ourselves can free our mind».


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Editoriale

 

L’attacco alla scuola

di Adriano Tilgher

La prima vittima dell’attacco all’integrità del nostro popolo è la scuola.

Noi eravamo orgogliosi della nostra scuola, del tipo di formazione che dava ai nostri giovani, della qualità dei quadri che ne venivano fuori in tutti i campi e in tutti i settori, del senso critico, della libertà di pensiero profondo, delle capacità di analisi, di sintesi dei nostri giovani che permetteva loro di emergere ovunque si applicassero ed ovunque andassero.  La nostra scuola era ammirata e studiata da tutti e questo era uno dei principali elementi di invidia nei nostri confronti.

Infatti, quando l’Italia ha perso la guerra, le nazioni vincitrici ed i loro complici di casa nostra hanno iniziato a picconare tutte le colonne portanti del nostro incommensurabile patrimonio culturale materiale ed immateriale e prima fra tutte la scuola. Non è un caso che la prima sovranità che è stata messa sotto attacco è stata quella culturale.

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La Spina nel Fianco

 

TSO di Stato

Fano, Istituto Tecnico Commerciale Adriano Olivetti, una scuola che vanta una storia secolare, apprendiamo dal sito ufficiale che è operativo dal lontano 1861, circa un secolo dopo alla morte di Adriano Olivetti, prenderà l’attuale nome in memoria del grande imprenditore Italiano, che si distinse per i suoi innovativi progetti industriali basati sul principio secondo cui il profitto aziendale devesse essere reinvestito a beneficio della comunità.

Olivetti credeva nell'idea di comunità, unica via da seguire per superare la divisione tra industria e agricoltura, e fra produzione e cultura, idee maturate da quelle di Rudolf Steiner. (Vi sono dei riscontri di finanziamenti a movimenti steineriani ed alla stampa antroposofica). Dal sito ufficiale apprendiamo che l'istituto: “offre grandi spazi in cui imparare, divertirsi ed osservare il mondo circostante. (..) La missione dell’Istituto Olivetti è (..) essere innovativi e sapere insegnare alla nuova generazione come affrontare il mondo del lavoro e la realtà di tutti i giorni. (..)”.

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