Biocrazia della pandemia senza fine

Dispiace dover deludere i pacifisti ed i benpensanti, gli #andràtuttobene e gli apologeti del c***d: siamo in guerra, e lo siamo da molto tempo. L’asimmetria con cui si ridefiniscono gli scenari bellici nel XXI secolo non è quella dei campi di battaglia con fucili, carri e aerei, né quella dello spionaggio fra est ed ovest alla ricerca della sala col bottone rosse per far saltare qualche testata nucleare; queste cose esistono ancora, certamente, ma sono state inglobate all’interno della nemmeno tanto nuova strategia della guerra-senza-fine che si serve dell’infodemia, del digitale e delle tecnologie per stabilire nuovi scenari e differenti paradigmi, in costante cambiamento ed aumento.

Nel 1991 il CERN di Ginevra pubblicò il primo sito web. Nel 2016 il Pentagono riconosceva il cyberspazio come il nuovo dominio di guerra, il quinto dopo terra, mare, aria e spazio. Esattamente 30 prima, non dopo, nel 1869 Ulrich Beck preconizzava una lotta per l’infosfera scrivendo «Nella misura in cui la localizzazione della produzione si logora e si sfilaccia, l’informazione diventa il medium centrale che rende possibile la connessione e la coerenza dell’unità della produzione. Perciò diventa un problema-chiave chi, come, con quali mezzi, in quale ordine riceve informazioni su chi, su cosa e a quale scopo. Non è difficile prevedere che nelle dispute organizzative del futuro queste lotte di potere per la distribuzione e per il coefficiente di distribuzione dei flussi informativi diventeranno un’importante fonte di conflitto»[1]. Oggi queste parole sono realtà, più di quanto pensiamo. Lo sviluppo della techné come nomos unico ed eterodiretto dal sistema liberal-capitalistico, consacrato paradigma della politica e del vivere sociale, inevitabilmente ci ha gettati in una dimensione di transizione – questa vera – digitale ma non solo, inevitabile tanto la ruota del mulino è partita con velocità e non accenna a fermarsi. Per anni siamo stati educati con attenzione a misurare la nostra vita con criteri digitali, d’informazione e di ipercomunicazione, nella compulsiva ricerca del mi piace di turno, fra una app nuova ed l’ultimo modello in uscita dello smartphone, mentre cliccavamo per accettare termini di contratto ad ogni pagina web senza nemmeno averne mai letto i contenuti, in una svendita ossessiva dell’immagine e dei dati perché così è e non si può non farlo se lo fanno tutti, abbattendo anche l’ultimo muro della dimensione spirituale, il cui culto è stato ingabbiato entro i minuti di una diretta online.

Tutti d’accordo che è impossibile non comunicare, che il mercato cambia e noi siamo merce, passando dalla strategia dell’azienda che offre il prodotto per la massa su una vetrina, all’algoritmo che manda informazioni calibrate sui gusti del singolo utente, per poi recapitargli il prodotto direttamente davanti la porta di casa; altrettanto vero che ormai a tutti piace mandarsi i messaggini sui social network, far vedere cosa facciamo, riscuotere i consensi e i seguaci (followers) per sopperire alla profonda solitudine del nichilismo post-moderno, amplificando l’emotività fino all’esasperazione perché cieca e sorde davanti uno strumento come lo smartphone che non comunica l’essere ma solo numeri messi in fila; il guaio è che pochissimi si sono accorti che tutto questo altro non è che una nuova dimensione bellica, e noi siamo non solo gli obiettivi ma anche le armi.

Provate un attimo a considerare il seguente scenario: le piattaforme info-comunicative sono campi di addestramento, dove veniamo costantemente infarciti di informazioni su come va il mondo secondo una precisa narrazione, a livello politico, economico, sociale; veniamo addestrati a reperire informazioni su altri soggetti o su prodotti, esplorando il web ed entrando in contatto con altri utenti; effettuiamo compravendite muovendo le asticelle del mercato, a seconda delle mode indotte e dei presunti bisogni che ci fanno percepire come stringenti ed essenziali per rimanere al passo con una dimensione in fluido cambiamento; ci vengono mostrati modelli ideali, alimentari, lavorativi, sportivi; siamo spinti a credere a cose vere e a cose false, come soggetti da laboratorio di sperimentazione psicometrica e sociologica, ricevendo un tot al chilo di esperienze da digerire emotivamente e socialmente; ci fanno ascoltare anche un po’ di musica, quando melodica, quando ritmata, quando fatta di discorsi dei capò di turno in rassegna delle truppe, ricordandoci che il subliminale è il 95% della persona umana. In una configurazione simile c’è da chiedersi: siamo veramente liberi?

L’ingegneria sociale che i teorici dell’Ottocento descrivevano minuziosamente nei loro trattati di dottrine politiche e sociali è stata applicata ottimamente dagli esperti del mestiere. Ciò a cui siamo giunti è una guerra in stile homo homini lupus, dove per destabilizzare un popolo, una nazione o un governo non c’è più bisogno di fare incursioni e colpi di Stato eclatanti ma bastano sovversioni sociali, terrorismo mediatico, falsa informazione, pilotaggio di elezioni tramite l’hacking elettronico, ad esempio. È sufficiente plasmare le menti delle masse verso una certa direzione e secondo precisi modelli per cambiare il mondo. Un singolo dato, una semplice informazione, ha il potere di cambiare un grande numero di persone.

Il 2020 e il 2021 sono per eccellenza la controprova di questo complesso sistema. La dittatura sanitaria in corso, preannunciata per anni ed anni dai leader delle major dell’informatica, dell’industria farmaceutica e dai governi di certi Stati appassionati di esportazione della democrazia, che ci hanno regalato migliaia di pagine fra libri, interviste e conferenze dove con precisione magistrale ci notificavano i loro intenti, altro non è che una biocrazia, ovvero una forma di governo fondata sulla vita, o meglio sul controllo di essa. Vita che, lo ricordiamo, non è un valore assoluto perché la si perdere tutti prima o poi, ma che drammaticamente viene eretta ad unico valore dal tempo in cui l’uomo è stato materialisticamente massificato e privato della trascendenza, così da essere ridotto, uno fra i tanti, ad essere un prodotto del mercato da calcolare secondo i meccanismi del profitto e dell’utile. Proprio sulla vita, però, siamo stati fregati col terrore della morte, ultimo demone contraddittoriamente prima esorcizzato con la ricerca spasmodica di forma di sopravvivenza ed allungamento della vita, poi invocandolo con l’offerta della morte ai bambini nel grembo materno e agli anziani giunti agli ultimi giorni, ma anche promuovendo una cultura dell’auto-annientamento con la droga, la violenza, l’impossibilità di costruire un futuro.

La cosiddetta pandemia per il virus C***d è giunta al momento giusto, compiendo le profezie di quegli stessi filantropi subito pronti a fornirci la soluzione. Uno stratagemma drammatico, che è costato la vita a molte persone, ma in fin dei conti per il sistema si tratta di numeri sui business plan delle aziende e sui conti delle pensioni dello Stato, non certo essere dotati di una dignità ontologica unica ed irripetibile, e soprattutto inviolabile. In nome della paura di morire, ci hanno imposto di non vivere, e noi glie lo lasciamo fare quali bravi scolaretti imbevuti di in-formazioni che ci hanno dato la forma adatta a recepire un contenuto che è fatto di vuoto spirituale e identità fluide. Una pandemia che, a quanto pare, non accenna mai a finire, anzi trova continuamente il caso politico e il motivo economico per riprendersi da un momento all’altro, mentre ci vengono imposta restrizioni sempre più stringenti, la povertà aumenta, la disperazione dilaga, ma l’importante è onorare il dio Scienza, che tramite i suoi sacerdoti Esperti dei CTS o dei Ministeri di competenza predicano il vangelo di San Virus secondo i Media, ricordandoci l’esigenza di fare ammenda per i nostri terribili peccati di socialità, salute, diritti, democrazia, libertà, così da poter accedere al sacramento del Vaccino strumento dell’insondabile misericordia del Governo. E non finisce qui. Molti moriranno di fame, e non solo, ma almeno avranno la mascherina.

La biocrazia della pandemia senza fine è realtà. La guerra è in atto e noi ne siamo al col tempo le truppe e gli obiettivi. La politica è strumento di trasformazione e privazione del bene comune, non più il suo esercizio e la sua difesa. Niente accenna a finire, perché siamo in una nuova normalità talmente evidente che persino le descrizioni di realtà distopiche devono cedere il passo ed osservare con stupore il capolavoro dell’ingegno umano.

A questa grande formattazione siamo chiamati a rispondere con un grande risveglio collettivo, un’acquisizione di consapevolezza che porti ad una trasmutazione della coscienza e del nostro modo di vivere. Il compito di ognuno di noi è quello di essere un cambiamento concreto, dando luogo ad una ridefinizione delle dinamiche del potere, che appartiene al popolo, e delle strutture della politica, in un’ottica di superamento delle precedenti forme risultate fallimentari. Non il tornare indietro, alla vita di prima, ma un andare oltre, il superamento di nietzschiana memoria che è una trasformazione verso una nuova dimensione. I processi innescati devono fare il loro corso, drammatico sotto un certo punto di vista, ma necessario per discernere coloro che davvero avranno il coraggio di costruire di costruire un mondo nuovo e diverso, in questa nuova era che già ci appartiene.

 

 

[1] U. Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci Editore, 2005, p. 301.


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Editoriale

 

Le riforme indispensabili

di Adriano Tilgher

L’Italia deve essere ricostruita dalle fondamenta, perché, ormai è una nazione che ha perso la sua ragion d’essere, soprattutto per aver smarrito il suo senso di appartenenza, la sua identità che nasce da una storia ed una cultura millenaria ed è cementata da una lingua fra le più ricche e le più studiate del mondo. Gli attacchi sistematici alle nostre istituzioni, come la scuola, la giustizia, la sanità… - un tempo punti fermi nei quali riconoscersi, copiate e imitate in tutto il mondo – le hanno ridotte a simulacro di sé stesse. Il tutto agevolato dall’insipienza e l’incapacità del ceto politico e della classe dirigente.

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La Spina nel Fianco

 

Il mal borghese

Prima Repubblica, prima che Mario Draghi, ed i suoi compagni di merende si facessero sicari dell'industria italiana, nell'immaginario collettivo, e nelle tv di stato, emergeva la figura del “self made man”, ci mostravano una borghesia, stereotipata, contrapposta ad una classe operaia ancora memore delle battaglie sindacali, degli scontri di piazza, piazza, che si legittimava con i festeggiamenti del primo maggio, che vedeva il metalmeccanico della Fiat, fieramente opposto al "Cummenda" della commedia all'italiana, fiero di indossare la "Tuta Blu" come giusta divisa da contrapporre allo stile borghese. Da sinistra il lavoratore rivendicava la lotta di classe, da destra, la socializzazione, il "ricco" anche quello che si era fatto da solo, veniva visto come diverso, e lungi dall'essere invidiato, veniva studiato per capirne e carpirne, le debolezze umane. Fra i mali criticati, l'ostentazione della ricchezza, la mancanza di empatia, la promiscuità sessuale, sino ad arrivare all'omosessualità, definita "Il Mal Borghese".

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