APPROFONDIMENTI: Il buon soldato Svejk

La matematica è politicamente scorretta e anche un po’ razzista: due più due fa sempre quattro e i teoremi non possono essere assoggettati alla teoria critica. Gli studenti di un liceo artistico di Roma potranno scegliere il loro nome a seconda del genere /orientamento sessuale nel quale “si riconoscono”. L’Onu sollecita la schedatura di chi non è accordo con l’agenda LGBT. La Coca Cola tiene corsi ai dipendenti affinché diventino “meno bianchi”. La soluzione di tutto è un piano vaccinale. Il nichilismo dell’Occidente raggiunge ogni giorno nuove vette, dando ragione a Emil Cioran che prevedeva una lunghissima, penosa e alla fine ridicola agonia della civiltà. Non si vedono reazioni significative: l’organismo è troppo malato per ribellarsi. Chiede anzi dosi sempre maggiori di follia.

Che fare per mantenersi in piedi tra le rovine? Nelle aree in cui l’Impero Britannico dispiegava il suo apparato repressivo, si diffuse una forma particolarissima di dissenso che i dominatori definivano con fastidio “insolenza muta”, un disprezzo espresso con il silenzio, fatto di sguardi, passività, indifferenza ostentata. Non può funzionare, qui e adesso: presuppone l’esistenza di un corpo sano, di una tensione morale verso una ribellione che delegittima il potere. Da noi, l’infezione civile avanza più del virus. Si può solo mantenere a denti stretti la propria autonomia interiore, agendo affinché la decadenza diventi rovina definitiva. Sulle macerie, qualcuno ricostruirà.

Come sapeva Hegel, quando la filosofia dipinge il suo grigio su grigio, non si lascia ringiovanire, ma solo conoscere; la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo. Il ritardo accumulato è troppo, non c’è rimedio. Ci siamo convinti che l’unica soluzione alla crisi civile, morale, antropologica ed esistenziale dell’Occidente terminale sia abbreviare l’agonia fingendo obbedienza, cieca, pronta, assoluta. Portare alle estreme conseguenze le follie del potere, attenersi alle regole, alle infinite sfumature del “multi”, del “poli”, del “trans” imperante, che svelano il nulla in cui siamo avvolti ed è forse la modalità postmoderna di “cavalcare la tigre”.

Il detto orientale Cavalcare la tigre significa tentare di non farsi travolgere e annientare da quanto non si può controllare, come la corsa della tigre. Comporta l'assumere anche i processi più estremi e spesso irreversibili per farli agire nel senso di una liberazione, anziché - come per la grande maggioranza dei nostri contemporanei - in quello di una distruzione spirituale. Questo spiegava Julius Evola, muovendo dalla più radicale opposizione a tutto ciò che è residuale civiltà e cultura “moderna”, cercando un senso dell'esistenza al di là del punto-zero dei valori, del nichilismo, del mondo dove Dio è morto.

Negli anni della prima guerra mondiale, la rovina degli imperi ebbe straordinari testimoni: pensiamo all’Uomo senza qualità di Robert Musil e al Mondo di ieri di Stefan Zweig. Tuttavia, a livello popolare, svetta un’opera che parve minore, figlia di uno spirito popolano e irriverente, ma che da un secolo diverte e fa pensare, Il buon soldato Svejk di Jaroslav Hasek, un Rabelais boemo morto quarantenne lasciando incompiuta la sua opera. Straordinario mistificatore, Hasek, lucido testimone della rovina incombente dell’impero asburgico, giunse a fondare un fantomatico “Partito del progresso moderato entro i limiti della legge “, col quale si presentò alle elezioni praghesi al solo scopo di prendersi gioco dei partiti cosiddetti seri; collaborò con riviste di opposte ideologie arrivando a polemizzare con lo pseudonimo di sé stesso. 

 

Per sopravvivere nel manicomio-Occidente, anticipandone la fine, non resta che comportarsi come il suo personaggio, il buon soldato Sveik che non sa, non capisce e si adegua, o finge di farlo. Era un omino capitato in eventi più grandi di lui – la guerra in cui va volontario nonostante fosse riformato per limiti mentali- la cui scoperta è che basta eseguire gli ordini alla lettera perché tutto vada a rotoli. Temo che non ci resti altro che l’obbedienza cieca, pronta e assoluta come forma estrema di dissidenza nei confronti di un potere tanto forte e pervasivo da diventare dispositivo.

Al sabato, nel mio quartiere c’è il mercato. Ben sei vigili urbani sono arrivati con un metro a rotella con cui misuravano la distanza tra le persone, multando inflessibilmente chi passeggiava a meno di un metro dal vicino. Con altrettanta determinazione, apostrofavano chi non indossava correttamente la mascherina d’ordinanza, sguardo duro e il libretto delle multe in mano. Solo uno sembrava imbarazzato nello svolgere quel servizio: tutti gli altri erano felici di esibire il loro misero potere. Aveva ragione Hasek: “l’apparato giuridico era veramente magnifico quale non può esistere altro che in uno stato alla vigilia della sua decadenza totale, politica, economica ed etica. Lo splendore della potenza e della gloria trascorse veniva conservato a forza di tribunali, polizia, gendarmi e d’una banda prezzolata di delatori. “

Non resta che comportarsi come il buon soldato Svejk nella speranza di costituire il granello di polvere che blocca l’ingranaggio. La difesa del povero è l’obbedienza, la finzione di credere in quel che è costretto a fare. Il primo gesto del buon soldato Svejk fu quello di prestar fede fermamente al potere imperial-regio degli Asburgo; il mio sarà quello di cambiare religione. Da oggi appartengo alla chiesa universale scientifica e tecnica. Scrive Giorgio Agamben che se chiamiamo religione ciò in cui gli uomini credono di credere, certamente la scienza è oggi una religione. I suoi sacerdoti sono scienziati ed esperti: al loro magistero credo e ubbidisco. Pazienza se gli uni contraddicono gli altri, come capita alla veneranda casta dei virologi, gli oracoli di Delfi postmoderni.

C’è la soluzione, in perfetto stile Svejk: crederò a chi sui social media ha il maggior numero di seguaci (i followers) e di “mi piace”. In caso di parità sceglierò chi non è un maschio bianco, a meno che non sia omosessuale, transessuale o almeno bisessuale. Credo ciecamente alla democrazia quantitativa, in cui “uno vale uno”, come assicura un comico concittadino. Seguirò tutti i consigli degli esperti, specie per quanto riguarda la salute e la dieta. Mangerò insetti, se questo prescrive l’ecologia, o carne artificiale, per far contento Bill Gates. La carne rossa, solo il venerdì, giusto per fare dispetto a qualche superstite prete all’antica.

Poiché i problemi della vita devono trasformarsi in “opportunità”, devo farmi trovare pronto a tutto. Credo infatti nella “resilienza”, il nuovo vocabolo passepartout pronunciato dieci volte dal professor Draghi nel suo discorso d’insediamento. Significa, sostanzialmente, sopportare sempre nuovi pesi, ma se è parola del signore (inteso come potere che comanda) ci credo e mi munisco di un capace zaino. Lo caricherò sulle spalle, riempito con i quattro codici, la raccolta dei DPCM governativi e naturalmente un metro per contestare ovunque il rispetto delle sacre distanze. Come Garibaldi, obbedisco, quindi mi attacco al telefono per esigere la prenotazione della vaccinazione anti Covid per fasce di età, mandando in tilt il centralino “per non perdere la priorità acquisita”.

Vivere è realizzare “performance”, quindi dovrò avere un aiutino; all’inizio basteranno gli psicofarmaci consigliati da Big Pharma (credo fortemente che siano benefattori dell’umanità e leggo avidamente tutti i “bugiardini”, attenendomi scrupolosamente alle prescrizioni). In seguito, per essere all’altezza della situazione, sarò forse costretto a consumare certe “sostanze” (obbedisco alla tacita regola di non chiamarle droghe), ma che importa? Chi non ce la fa a reggere il ritmo, è colpevole: io ci credo e ubbidisco.  Denuncerò senza pietà chiunque non usi il linguaggio inclusivo e, ad esempio, osi chiamare sindaco un primo cittadino donna.

Non mi farò sorprendere neppure dalle disposizioni della Coca Cola: bisogna diventare “meno bianchi”. Seguirò i corsi corrispondenti, e, ad ogni buon conto, comincerò a frequentare i centri di abbronzatura artificiale. Pazienza se patirò qualche ustione: è per una buona causa. Leggerò tutti i discorsi e le dichiarazioni di Greta Thunberg, sarò equo, solidale e sostenibile. Qualcuno mi spiegherà che cosa significa, ma intanto voglio pagare di più i beni provenienti dal Terzo Mondo, come l’” esperto” governativo Arcuri che ha acquistato uguali mascherine a un prezzo assai più alto della regione Marche. Lotterò come un leone –da tastiera, s’intende - contro il cambiamento climatico che, dicono gli esperti, dipende da uomini cattivi, gli sfruttatori delle risorse naturali. I buoni di oggi sono i cattivi di ieri, ma io, obbediente alla parola dei salvatori (del pianeta) credo a ciò che affermano oggi con la stessa lena ed entusiasmo con cui prestavo loro fede ieri.

In particolare, diventerò intransigente in materia di correttezza politica. Metterò nello zaino, sempre più pesante e bisognoso della mia resilienza, un manuale delle parole giuste e di quelle sbagliate. Denuncerò alla psicopolizia chi dice “negro” in mia presenza e chi chiama bidello un impiegato scolastico delle carriere A.T.A (ausiliarie, tecniche e amministrative). Odierò ogni giorno di più i “discorsi di odio “(la distinzione è elementare: l’odio è quello altrui, la nostra è santa indignazione) e combatterò h.24 contro ogni discriminazione. Qualche volta mi sentirò donna, pretenderò di essere chiamato Cinzia e di usare la toilette femminile, altre volte sarò neutro e lotterò affinché oltre al genere femminile e maschile, la reazionaria grammatica italiana preveda anche il neutro. Darò il buongiorno a tutti, tutte e anche a tutt*, con l’asterisco, per includere ogni identità.

Avrò in uggia tutte le bandiere, simboli di divisione, suprematismo, muri e frontiere, adottando solo quella arcobaleno. Obbedirò alla regola per la quale non esistono confini e mi dichiarerò, dinanzi a qualsiasi autorità, cittadino del mondo. Amerò appassionatamente ogni straniero, specie se clandestino- parola vietata che per obbedienza non pronuncerò mai più- crederò in tutti i messaggi pubblicitari e ad ogni comunicazione del governo; pagherò con carta di credito anche il caffè e farò tutto, ma proprio tutto, rigorosamente online. Diventerò smart, cioè furbo, come il lavoro da casa e la didattica a distanza, innovazioni di cui sentivo l’impellente bisogno.

Non possiederò più nulla e sarò felice: devo ubbidire anche al Forum di Davos. I miei idoli saranno le “regole” e la “legalità”. Se l’imperial-regio governo mondiale le ha stabilite, sono certamente buone e giuste. Del resto, ricordo vagamente dalla mia vita precedente un principio di Hobbes: l’autorità, non la verità, fa la legge. Ma la verità, poi, è l’utile del più forte: lo diceva Trasimaco in un dialogo di Platone. Dunque, meglio ubbidire e credere nella verità ufficiale, esonerati dal pensare. A quello badano i “superiori”, per il nostro bene, come nella guerra del buon soldato Svejk.

Oggi stesso scaricherò l’app Immuni per l’autotracciamento: mi terrà in salute.  Verso le diciotto, ispezionerò i bar per verificarne le chiusura, pronto a svolgere il servizio civile della delazione contro chi ha la saracinesca alzata alle 18.05. Del resto, se il potere ha decretato il coprifuoco, è chiaro che il virus attacca nelle ore notturne.  Nel tempo libero, andrò nei pressi dei confini comunali, provinciali e regionali per denunciare i trasgressori dei divieti di spostamento.

Chiederò agli amici notizie della salute dei loro genitori 1 e 2. Compulserò i libri su cui siamo cresciuti per riconoscerne la carica eversiva nemica dell’uguaglianza e proporne il divieto. Dante era omofobo, sessista, integralista cattolico e condannava all’inferno secondo una morale superata e violenta. Pitagora enunciava teoremi la cui validità è imposta dall’autoritarismo bianco, Shakespeare era razzista, Aristotele schiavista e perfino Gandhi, icona della non violenza, preferiva gli indù agli africani: tutti espulsi, un cartellino rosso grande come la vecchia civiltà morente. 

Si scherza, ma non troppo: così va il pezzo di mondo nel quale i pazzi guidano i ciechi, metafora sospetta in quanto enunciata da Shakespeare. Meglio “le persone con disagio mentale causato dall’ingiustizia sociale conducono i non vedenti.” Vent’anni fa, il rimedio sarebbe stato una risata. Dieci, una decisa reazione civile e culturale. Siamo rimasti a guardare e adesso siamo in trappola. Non resta che cavalcare la tigre e portare alle estreme conseguenze la follia collettiva, obbedendole per mostrarne l’assurdità, come il buon soldato Svejk agli ordini di militari ottusi, burocrati corrotti, pilastri arroganti ma cadenti di un impero al tramonto. In tempi di biopotere e di sorveglianza, un’apparente sottomissione ha una carica di ostilità maggiore di un’aperta aggressività.  


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Editoriale

 

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