"Forte", parola proibita

Nella cultura popolare di oggi c’ è una parola che ultimamente scarseggia, un aggettivo che pare essere evitato e celato per un savoir faire dalla puzza del politicamente corretto: “forte”.

Leggendo un articolo di pedagogia degli antichi romani su un noto sito web del settore, dopo pagine e pagine di interessanti disquisizioni e approfondimenti, mi sono fermato un attimo ed ho detto “perché l’ autore non ha mai scritto la parole forte?”. Così ho scritto alla redazione, chiedendo spiegazioni. La risposta non si è fatta attendere: “la parola in questione è stata evitata di proposito perché riporta alla mente una serie di principi, di modelli e di eventi storici che non sono positivi e devono essere pertanto rimossi dalla cultura”. Sono rimasto basito. Eccomi allora qui a scrivere, in poche righe, un breve appunto per i nostri amici inquisitori del mondo della “kultura”, sperando che non abbiano ad offendersi se, per ovvi motivi stilistici, dovrò ripetere più volte la parola proibita.

Forte. Forte. Forte. Leggetelo ancora una volta e poi fermatevi a pensare a ciò che vi passa per la mente quando sentite questa parola. Non vi piace? Problema vostro. A me non piacciono i cetriolini sotto aceto ma non ne faccio un caso di stampa. Vorrei invece farvi riflettere sulla importanza che questo termine della nostra lingua italiana ricopre e il profondo significato che assume in maniera particolare nella dimensione antropologica.

Sulla Treccani leggiamo che “forte” ha una serie amplissima di definizioni e usi (per chi fosse interessato vedere qui http://www.treccani.it/vocabolario/forte1/ ). È interessante, fra tutti, sottolineare forte attribuito a “persona che può sopportare facilmente un grave sforzo, che può resistere alla fatiche materiali e morali, che sa vincere le difficoltà e imporre il proprio volere”, ed anche “perseverante, persona forte, coraggiosa”. Insomma, tutte cose che risultano facilmente comprensibili come fondanti e fondamentali per l’ esistenza di chiunque e di qualunque cosa. Se non si è forti, crolla tutto, non si può edificare niente di duraturo, non si ottengono le vittorie della vita. La mancanza di forza, soprattutto nella educazione dei giovani di oggi, dove la disciplina – senza la quale l’ animo umano rimane mera bestialità guidata dagli istinti e senza la quale la civiltà non avrebbe raggiunto niente di quanto è stato raggiunto, perlomeno fino all’ avvento del pensiero debole – è vista come uno spettro da esorcizzare perché scomodo da innestare nel paradigma liquido del mondo post-moderno. Essere forte significa opporsi alla corrente del fiume di annichilimento della persona umana, rimanere saldi su principi che si ergono oramai come monoliti nel deserto del nulla morale, avere traguardi concreti da realizzare con il sudore della propria fronte quando tutti attorno preferiscono il divano con lo smartphone per rinnegare se stessi ed evadere dalla realtà. Avrei voluto vedere gli antichi Greci costruire i templi di Atene senza prima farsi forti fisicamente, o i filosofi ellenici gettare le basi del pensiero senza ricercare una forza morale stabile e duratura; ancora, i Romani senza la disciplina basata sulla forza d’ animo e sull’ onore, non avrebbero espanso nemmeno le mura dei sette colli, e i monaci cristiani evangelizzatori del continente europeo non avrebbero copiato nemmeno una pergamena senza credere nell’importanza del valore della forza. Forza fisica, morale, spirituale.

Lo stesso nostro giornale ha deciso di chiamarsi “forte” per opporsi vigorosamente al decadimento di tutto ciò che è debole. E poi, basta guardare alla storia: ciò che è forte e che tale è stato fatto, è ancora lì, perdura nel tempo, mentre tutto il resto è già crollato. Ai revisori inferociti del giustizialismo dirittoumanista toccherà persino strappare le pagine dei libri? Ai posteri…le copiose risa!


Editoriale

 

L'urlo

di Adriano Tilgher

E’ qualcosa di profondo che esce in modo irrefrenabile e brucia in un attimo un’enorme quantità di energia. Può essere una manifestazione di grande gioia per il raggiungimento di un obiettivo a lungo desiderato o di profondo dolore per la perdita in modo irrecuperabile di qualcosa, di rinata speranza per l’improvvisa apparizione di una luce splendente in fondo ad un tunnel estremamente buio o di disperazione per l’atrocità dello spettacolo della realtà che si manifesta intorno a te, di travolgente passione per l’inebriante coinvolgimento in un difficile percorso di lotta e vittoria o di lancinante depressione perché non si vede nessuna via di sbocco o di fuga, di terrore per il timore di ciò che può accaderti o di coraggio per aiutarti a superare le tue paure.

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La Spina nel Fianco

 

Equinozio d'autunno

La parola “equinozio” deriva dal latino e significa “notte uguale” al giorno. Gli equinozi di marzo e settembre sono i due giorni dell’anno nei quali hanno inizio primavera e autunno. In questo giorno, il 22 Settembre, il Sole passa allo zenit all’equatore, sorge al polo sud, tramonta al polo nord e fa si che i raggi arrivino perpendicolari all’asse di rotazione della Terra. Porta d'ingresso dell'autunno, l'equinozio porta con sé una serie di profondi significati esoterici; il precipitare del sole, e con esso della luce, provocarono nell'uomo arcaico una sensazione di ansia per ciò che non poteva controllare né prevedere, ma anche il senso di forze cosmiche e occulte che dirigevano i fenomeni e le conseguenze ad essi associati. Non è un caso che l'equinozio abbia infatti una stretta connessione con tutto ciò che riguarda l'occulto, il sacrificio, la morte.

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