Dalle fratture del capitalismo ritorna il mito del sangue

Quello che sta accadendo negli Stati Uniti sta sconvolgendo il mondo, o forse no. La storia è sempre la stessa, gli Stati Uniti sono la patria dell’ingiustizia, della distanza sociale, dell’individualismo più estremo. Un Paese che è primo al mondo per PIL pro-capite e primo tra i paesi occidentali per numero di poveri. Il Paese della libertà, che lascia i suoi cittadini in balia della giungla del mercato. La crudele uccisione di George Floyd è stata la goccia, tutto il resto è la tragica conseguenza.

In questi giorni stiamo vedendo il vero volto degli Stati Uniti, un Paese vicino al collasso sociale. Tuttavia, la narrazione che ci viene presentata merita un’attenta analisi, poiché il rischio di scegliere la parte sbagliata, per onesta volontà di schierarsi, è reale.

Abbiamo visto città messe a ferro e fuoco dai manifestanti, negozi saccheggiati, persone aggredite e massacrate, Trump ha schierato la guardia nazionale e ha chiesto di poter utilizzare l’esercito per estinguere i fuochi della rivolta. Tutti chiedono giustizia per George Floyd? No, in molti si infiltrano nei cortei e creano scompiglio, assaltano la città e distruggono tutto quello che incontrano. È la rabbia repressa degli esclusi, di coloro che vivono ai margini di una società di luci, in un mondo costruito dai ricchi per i ricchi. In tutto questo, ritorna come un vecchio ricordo mai dimenticato, il mito del sangue, sì infatti tutto l’impianto mediatico non ha perso tempo per centrare l’attenzione del mondo, sul fatto che l’omicidio di Floyd sia stato un omicidio “razzista”, e sul fatto che la popolazione afroamericana sia tutt’oggi oppressa e sfruttata in quanto di origine africana. A ruota è seguito l’appoggio delle associazioni Antifa, che ben conosciamo anche in Italia, degli anarchici, e di altri cialtroni loro pari.

Gli artefici della narrazione principale hanno riesumato dal sonno un pericoloso concetto, il sangue, la razza, l’etnia. Non certo per convinzione, ma soltanto per creare un collante ideologico con il quale tenere insieme questa variegata umanità, per ora pare stiano riuscendo nell’intento, quello di mettere in secondo piano il vero problema americano, che non riguarda certo il razzismo, ma che invece riguarda la questione sociale, lo sfruttamento, la condizione di subordinazione permanente dei cittadini verso le multinazionali, le banche, e altri gruppi di potere. Il sangue non c’entra niente, gli sciacalli che saccheggiano i negozi e aggrediscono i civili, non lo fanno per solidarietà etnica, non si trovano in Europa, dove la situazione è certamente diversa, lo fanno poiché pensano da occidentali, vivono da occidentali e come tali sono esclusi dalla vita civile principale, da quel mondo pieno di luci che fin da bambini ci fanno vedere, quel mondo di riviste, belle donne, macchine e ville di lusso. Sono esclusi poiché sfruttati, e lasciati in balia di loro stessi. Ma l’odio sociale è cosa pericolosa, e questo, chi dirige l’orchestra dell’informazione, lo sa bene, tanto che la narrazione propinata è stata quella appena descritta.

Altra questione, collegata a quanto detto sopra, la quale merita un breve commento, è il fatto che molte persone o gruppi legati al nostro ambiente, siano caduti nella trappola dello scontro di civiltà ottimamente orchestrato, e non abbiano perso un attimo per esprimere il loro profondo sostegno a Trump, che a quanto pare lotta per i bianchi, e contro i subsahariani nemici della civiltà. Allora facciamo ordine, primo punto; quando dobbiamo schierarci per qualcosa che accade oltreoceano, ricordiamoci sempre del nostro status di colonia, di Paese occupato, contaminato dall’americanismo e controllato. Allora forse sarà più chiaro che, qualunque presidente salga alla Casa Bianca, a noi poco potrà cambiare, visto che democratici o repubblicani, sempre i nostri padroni sono. Certo, è vero che il sostegno di una parte delle élite finanziarie nei confronti dei rivoltosi, delinea la presa di posizione strategica dei liberal, di coloro che fanno capo a quell’entità metapolitica denominata “deep state”, e che vogliono sfruttare la situazione per destabilizzare Trump in attesa delle elezioni. Ma Trump, seppur il “meno peggio”, rimane un americano, un capitalista, il presidente della nazione che occupa la nostra grande Patria europea, quindi tali schieramenti non devono appassionarci.

Secondo punto; la solidarietà verso i “bianchi” americani, non mi appartiene, un po’ per le stesse ragioni di cui sopra, e un po’ perché io non mi definisco banalmente “bianco”, ma appartenente alla stirpe europea, che niente ha a che fare con l’America. La mia tradizione di indoeuropeo, in confronto a quella degli americani, bianchi, neri o gialli che siano, fa di loro un respiro della storia, un errore di navigazione, un centinaio di anni di buio contro cinquemila anni di luce.

Terzo e ultimo punto; diverso è se parliamo della situazione europea. Infatti, è bene rendersi conto che quello che accade negli Stati Uniti, prima o poi accadrà anche in Europa (tipico dei territori subordinati), ma in Europa l’assimilazione dei non europei non è semplice, un po’ per questioni sociali, e un po’ perché, al contrario degli Stati Uniti, l’Europa ha una storia etnicamente omogenea, e quindi una distanza antropologica immensa rispetto ai popoli subsahariani. Questo comporta che, al contrario degli Stati Uniti ripeto ancora, vi sia una separazione spesso evidente tra gli europei e i non europei. Detto questo, la riesumazione del “mito del sangue” da parte dei mondialisti, per questioni di necessità narrativa, può essere certamente un’arma a doppio taglio, e magari una buona notizia, poiché potrebbe fare da collante non solo per i subsahariani, ma anche finalmente per noi europei, che abbiamo perso il senso di comunità, la fede nei valori e nelle radici comuni, la consapevolezza di stirpe, ormai decine di anni fa, con la tragica sconfitta della Seconda Guerra Mondiale.

In conclusione, per non rendere evidente la questione sociale che c’è dietro le proteste in America, chi tira i fili ha scelto una narrazione ideologia altra, quella della solidarietà etnica, collante dicevamo pericoloso ma, allo stesso tempo, che offre un’opportunità anche a noi europei, l’opportunità di ritornare comunità organica di popolo. Per fare ciò è necessario mantenere la barra dritta, e non cadere nelle trappole che il sistema capitalistico pone sulla nostra strada. Gli Stati Uniti rimangono e devono rimanere il nemico principale, e in senso strategico, se esiste uno scontro che può portare al collasso del sistema America, ben venga, dobbiamo smetterla di pensare e agire da schiavi, è il momento di iniziare a pensare e ad agire come un popolo libero.


Editoriale

 

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