Le contraddizioni sovraniste all'ombra dell'identitarismo atlantico

Nei giorni in cui salutiamo con estrema soddisfazione l’esito del primo congresso de Il Pensiero Forte come una vera boccata di libertà di pensiero e nella speranza che con il tempo si crei una vera e propria avanguardia trasversale di veri patrioti, ci ritroviamo improvvisamente nel mezzo di due controversie geopolitiche innescate dal medesimo fronte “sovranista” coniugato nelle sue due polarità gialloverdi.

La tematica sovranista viene impiegata a seconda della materia prescelta, il che, francamente, oltre a creare una notevole confusione nell’opinione pubblica, ci riporta a diatribe ideologiche novecentesche che nel XXI secolo non hanno più ragione d’essere, ma che fanno comodo ai sondaggisti pagati profumatamente dai partiti dell’arco istituzionale.

Quello delle ultime ore è un vero e proprio “tornado geopolitico” in cui – ci spiace ammetterlo – il governo in carica ha dimostrato una pochezza politica imbarazzante, specie in ambito sudamericano.

Il dibattito è partito inaspettatamente alcuni giorni fa da parte grillina con la – giusta – evidenziazione del ruolo imperialista che la Francia riveste ancora nei suoi ex possedimenti. Questa interferenza economica avviene attraverso l’uso coercitorio del Franco Coloniale (CFA) che altro non è che un mero strumento per controllare il debito pubblico dei paesi che lo utilizzano, in modo da sottometterli. A questo confronto politico si è anche opportunamente aggiunta l’inappuntabile osservazione che sono stati proprio i Francesi a voler infuocare la Libia con l’invasione postcoloniale del 2011, che aveva come scusa il voler liberare la Giamahiria dal (presunto) regime sanguinario di Muammar Gheddafi, ma che invece aveva il precipuo scopo di boicottare il tentativo del Colonnello di creare una moneta panafricana. Questi dettagli erano peraltro già noti negli ambienti geopolitici più preparati, ma la diatriba mediatica è servita a Di Maio, spaventato da un possibile ridimensionamento elettorale considerevole, per diffondere nell’etere un argomento che titillasse gli appetiti terzomondisti del proprio elettorato, da sempre sensibile anche a certe tematiche antimondialiste.

A questa discussione si è aggiunta un’altra sconvolgente notizia proveniente dal Venezuela, dove è in atto un vero e proprio golpe istituzionale ordito dal pittoresco personaggio Juan Guaidò che si è autoproclamato Presidente ad Interim ed ha effettuato il suo personale giuramento alla nazione sopra ad un palco addobbato come nelle migliori convention dei repubblicani statunitensi. E proprio dal “sovranista” Donald Trump e da un ridicolo stuolo di paesi appartenenti al Gruppo di Lima è arrivato il primo immediato riconoscimento del Masaniello venezuelano. A questa compagnia di squali si sono subito accodati la quasi totalità degli stati europei. Ovviamente – in piena coerenza con le sue posizioni da sempre espresse - anche l’opinione del Ministro dell’Interno a favore di Guaidò non è tardata ad arrivare. Per fortuna, nel momento in cui stiamo scrivendo, paesi di imponente rilevanza geopolitica come Cina e Russia, si sono immediatamente schierati con il Presidente Maduro facendo presagire un braccio di ferro che speriamo abbia lo stesso felice esito come in Siria.

Quello che ci preme però sottolineare in questa sede sono le contraddizioni di tutto quell’ambiente identitario che si autodefinisce sovranista (e non parliamo solo di Lega e opinionisti vari a traino di Salvini ma dell’ex missinismo iper-rappresentato), incoerenze che stanno facendo la loro apparizione anche in campo grillino, dove si comincia a gradire la poltrona.

Non si riesce proprio a capire come una forza politica possa (opportunamente) denunciare l’imperialismo francese in Africa ed al contempo, solo tre giorni dopo, approvare un golpe imperialista ai danni della nazione sovrana del Venezuela, tramite modalità palesemente sostenute dall’esterno; un’ingerenza totale che noi italiani, completamente privi di sovranità da decenni, dovremmo condannare con decisa fermezza.

Questa contraddizione, cui vogliamo aggiungere la figura di Steve Bannon che da diversi mesi aleggia nei circoli sovranisti europei, è solo l’ennesima discrasia del sovranismo all’amatriciana che attraversa il nostro panorama politico. Queste critiche non autorizzano a supportare i revanscismi della socialdemocrazia mondialista, né a pretendere ottocentesche collocazioni da liberalismo coloniale. Sarebbe intanto il caso per l’Italia, di attuare una piena politica di attivismo mediterraneo, ma il suo peso all’interno dello scacchiere mondiale è talmente esimo che non si intravedono al momento cambi di rotta sostanziali.

Siamo di fronte ad un identitarismo totalmente incompiuto nel suo canone squisitamente patriottico, che spesso si accompagna ad una socialità finto-comunitarista spesso fallace, il tutto ancorato a logiche elettorali di breve termine.

Mancano i politici, mancano gli uomini.


Editoriale

 

Vincitori e vinti alle elezioni

di Adriano Tilgher

I dati ormai sono sul tavolo, i giornali di regime ci hanno raccontato chi ha vinto e chi ha perso, i principali interpreti si sono tutti manifestati, pure il nostro Pensiero Forte ha dato le pagelle ai contendenti, sembra una pratica da archiviare. Anche se… tutto può ancora succedere. L’aumento delle astensioni dal voto manifesta, come in tanti hanno commentato, disaffezione e malessere, ovvero l’aumento della distanza sempre più significativo tra la gente e le istituzioni. D’altra parte non poteva essere diversamente visto tutto quello che è accaduto in questi ultimi anni.

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La Spina nel Fianco

 

Abbiamo vinto il Festival

Lo scorso fine settimana si sono svolte elezioni politiche importantissime per il futuro del nostro paese, e perciò vi parlerò... di musica. 1992 nella kermesse della quarantaduesima edizione del Festival di Sanremo, partecipa il gruppo musicale "Statuto", fra i maggiori rappresentanti di un genere da sempre sottovalutato nel nostro paese, lo Ska. Stile musicale partito dalla Giamaica tra la fine degli anni 50 ed i primi anni 60, approdato dopo l'indipendenza della Giamaica nel 1962 nel regno unito. In quel paese lo Ska venne conosciuto anche con il termine bluebeat, perché molti dei primi singoli ska erano realizzati per l'etichetta discografica Blue Beat Records.

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