I millennials, la generazione perduta - l'eterno presente

Uno degli aspetti che caratterizza maggiormente l’età giovanile è il futuro, inteso come dimensione concettuale da raggiungere e conquistare con passione progettuale e impostazioni teoriche altre dell’esistente sociopolitico finanche filosofico. Una delle cifre della condizione di smarrimento, ampiamente introdotta e già enucleata nei precedenti articoli, di cui vive il mondo dei millennials, è la totale desertificazione di quel futuro, che dovrebbe al contrario essere il pane quotidiano, l’aspirazione massima, il motivo dell’agire nell’oggi.

Condizione quella giovanile, che è certamente fatta di confusione e di malinconia, di mancanza di certezze presenti e di quelle future. La desertificazione delle prospettive future, un prodotto ideologico del liberalismo, fattosi assoluto dopo l’89, con esso “la fine della storia”, la massificazione dell’uomo e la finanziarizzazione della società. In questo orizzonte nichilistico il futuro è venuto meno, annientato da un eterno presente fatto di economia e non più di politica, di necessità e non più di possibilità, di individui e non più di persone, di tecnica e non più di cultura.

La società sempre più liquida che avanza con i ritmi sempre più frenetici della produzione e del consumo, ha snaturato la dimensione ontologica della temporalità, il risultato è un’epoca, quella postmoderna, in cui il tempo sembra essersi fermato, ucciso dall’eterno presente, funzionale alle logiche del turbocapitalismo, il quale non ha certo più bisogno del futuro per affermare le ambizioni globali già conquistate dopo il crollo del Muro. Futuro significa divenire, quindi mutamento, dissoluzione e trasformazione, la legge della storia; ma l’epoca postmoderna non ha bisogno di divenire, ha bisogno di essere quella che è, un mondo globalizzato dove non sono necessari cambiamenti, dove non si deve pensare altrimenti e tantomeno agire altrimenti rispetto all’impalcatura filosofica neoliberale, madre dell’individualismo più bieco e del consumismo incapacitante. In questo scenario il futuro viene proposto non come alternatività all’oggi, ma come tautologica riproposizione di un eterno presente santificato ed elevato a paradigma assoluto.

Questo processo puramente ideologico, passa ovviamente per la naturalizzazione di ciò che oggi “regna” indisturbato, il capitalismo. Porre il capitalismo come elemento naturale significa ricondurvi il sociale e lo storico, perciò distruggere il tempo, ovvero elevare il capitalismo stesso ad unico e solo possibile modo di vivere e di pensare.

Di fronte a questo fatalismo postmoderno, l’essere non vive ma sopravvive senza tempo, procrastinando malesseri e sofferenze tipiche della condizione sociale odierna, in un presente appunto eternamente riprodotto, il cui unico orizzonte è il nichilismo, la fuga, l’autodistruzione, l’arrendevolezza, il pensiero debole. I giovani, data la loro naturale propensione al “vivere il futuro”, sentono più che mai il peso di questa fatalità, e nel loro inconscio si moltiplicano le malinconie di chi sembra non potere pensare, agire e vivere altrimenti. Riconduciamo la storia sui giusti binari per risollevare questo mondo, e ricominciare a pensare.


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Editoriale

 

Il cappio al collo

Di Adriano Tilgher

Un vero cappio quello che il “salvatore dell’Italia”, Mario Draghi, ci sta mettendo al collo con le linee guida per l’utilizzo degli oltre 200 miliardi che stanno arrivando dalla UE. Questi soldi, non solo indebiteranno le nostre future generazioni, ma sono vincolati sia nell’utilizzo, che alle riforme da attuare. Utilizzo e riforme potentemente condizionati dalla volontà dei tecnocrati di Bruxelles. Su queste basi si muovono sia la riforma Cartabia della giustizia, in parte inutile perché non tocca temi fondamentali, quali la separazione delle carriere ed altro, in parte dannosa, perché restringe i margini del giusto processo, sia la legge Zan, una legge che discrimina, penalizza, diventa fonte di odio.

 

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La Spina nel Fianco

 

Carlo Vichi - imprenditore, genio e galantuomo

“Il futuro non è più quello di una volta” (Paul Valery)

21 ottobre 1422 con la morte di Carlo VI di Francia detto "Il folle" viene pronunciata per la prima volta una locuzione universalmente riconosciuta, utilizzata per annunciare la morte di un sovrano e contemporaneamente annunciarne un successore. «Le Roi est mort, vive le Roi!», (Il Re è morto, lunga vita al Re!). Il 2 giugno 1992, nel porto di Civitavecchia il panfilo personale della Regina Elisabetta, Il Royal Yacht “Britannia”, era in attesa di imbarcare importanti ospiti per una minicrociera verso l’isola del Giglio. Su quel panfilo, fu decisa la privatizzazione dell’Italia e la progressiva distruzione dell'imprenditoria Nazionale. A bordo, oltre a finanzieri banchieri e dirigenti di multinazionali, un noto comico italiano, che pochi anni dopo fonderà un partito Politico con l'intento di intercettare un’eventuale dissenso a questa strategia. Ad introdurre il consesso, l'allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi. Fu lui ad aprire i lavori, con una relazione introduttiva sui costi e i vantaggi delle privatizzazioni. La piccola e media impresa Nazionale deve essere aiutata nelle pratiche di fallimento, e svenduta sul mercato internazionale. Il nostro paese ha dato natali ad imprenditori visionari e spesso controcorrente, fra i tanti pensiamo ad Adriano Olivetti o Gaetano Marzotto, uomini semplici, "Self-made man", come canonizzato dalla cultura Statunitense. Uno degli ultimi eroi dell'imprenditoria Italiana, un bastian contrario, come piace a noi, si è spento nella sua città adottiva Milano circa un mese fa, il 20 settembre 2021, all’età di 98 anni, Carlo Vichi, leader indiscusso delle Tv a tubo catodico, che con la sua M.I.V.A.R. negli anni 80 e 90, entrò praticamente in tutte le case degli italiani, offrendo un prodotto economico ed allo stesso tempo tecnologicamente all'avanguardia.

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