Ritorno alla naja? Riflessioni politicamente scorrette

Le presenti note sul servizio militare e l’eventualità di un suo ripristino hanno bisogno di due premesse. La prima riguarda il riconoscimento preventivo della loro scarsa utilità in una nazione che ha smarrito sé stessa. La seconda è il rischio che, al tempo in cui il ministro degli Interni viene indagato come sequestratore di persona per aver cercato di difendere l’integrità dei confini, ogni riflessione sul tema possa costituire titolo di reato. È stato proprio Salvini a fare una dichiarazione favorevole al servizio di leva obbligatorio.

Al riguardo, si è immediatamente levata l’unica voce che aveva il dovere d’ufficio del silenzio, quella di alcuni esponenti militari che hanno bollato l’idea come “romantica”. Un aggettivo elegante per ridicolizzarla. Eppure, tanto stupida l’idea non deve essere, se il servizio militare, ad esempio, è tuttora obbligatorio in Germania e in Polonia.

La realtà italiana, europea e occidentale è quella del degrado, della decadenza, della vergogna imposta per la storia comune, per i sentimenti di appartenenza, per qualsiasi forma di compimento di doveri. Con tutti i suoi difetti, il servizio militare può aiutare a restituire carattere e educazione a generazioni che si stanno perdendo nell’indifferenza, nel disimpegno, convinte di possedere solo diritti e nessun dovere.

Alcune sere fa ci siamo imbattuti su una rete televisiva locale in un concerto di un coro militare. Ci hanno colpito alcuni elementi; il primo era che nessun canto era recente, segno che il senso di appartenenza, di comunità e di orgoglio è agli sgoccioli. Per converso, l’entusiasmo e gli applausi del pubblico erano commossi, partecipi, come per un desiderio di identità. Uno dei coristi spiegava natura, origine e significato dei vari brani. La canzone finale del concerto era la Canzone del Piave. Il portavoce, prima dell’esecuzione, ha sentito il bisogno di pronunciare una sorta di giustificazione, evocando il clima della prima guerra mondiale, l’eccezionalità di quelle vicende, fino a un pacifismo di maniera, ipocrita, non sentito. Il pubblico, però, ha accompagnato la Canzone del Piave con applausi fortissimi.

Nessuna stupida mistica delle trincee, che furono un orrore, o giustificazione di un massacro in cui è morta l’Europa. Ma il nemico, vivaddio, esiste, esistono le frontiere. Esiste lo straniero, che non va odiato né schiacciato, ma conosciuto, riconosciuto e rispettato nella distinzione.

Ed esistiamo (ancora) “noi”, con i problemi di un popolo in discesa. Chi ne fa le spese sono le ultime generazioni, i troppi che non lavorano e non studiano, vittime del mercato padrone, prigionieri di stili di vita confusi, disorientati, anticamera dell’ansia, della depressione, del ricorso a farmaci o a paradisi artificiali. Contemporaneamente fragili e deboli, subiscono una spinta potentissima alla colpevolizzazione di ogni forma di orgoglio, forza, eccetto quella da spendere nella competizione per un “successo” amorale senza esclusione di colpi.

Il servizio militare dell’Italia repubblicana era circondato da disprezzo e discredito. Il tempo della naja veniva visto come un periodo inutile.

Ciononostante, in modi diversi, noi crediamo che oggi non sarebbe inutile il servizio militare per la formazione dei giovani italiani. Contemporaneamente, è possibile che la leva possa giovare al morale dell’esercito e della nazione intera. Nessuna nazione-caserma, ma per rimettere entusiasmo nella vita di tutti, giovani e adulti, occorre partire da un ordine nei comportamenti fatto di addestramento fisico e mentale, a partire dal rispetto degli orari, della cura di sé e di ciò che ci è affidato, alla condivisione della fatica.

La disciplina è anche autocontrollo e riconoscimento di una corretta gerarchia di principi e valori. L’ordine crea chiarezza, rispetto della forza vitale e allontana comportamenti sregolati, eccessivi. È altresì un’abitudine a mantenere il senso del limite, del decoro e della dignità personale da insegnare a tutti come stile di vita.

Un esercito formato esclusivamente da professionisti non serve a questi fini. Vi prevarranno rapidamente, personalità incolte, violente o borderline, come sta accadendo nell’esercito americano.

C’è ancora di più, ed è il ritorno indispensabile di concetti come l’onore, la forza messa a disposizione degli altri, l’ardimento. Inoltre, l’esercito insegna che purtroppo non tutti i conflitti possono essere risolti con il dialogo, questo insopportabile mantra dietro il quale si nascondono viltà, opportunismo, tradimenti. L’esercito prepara ad affrontare le evenienze più difficili, e costituisce un’efficace palestra di fortezza comportamentale. Obbliga anche a curare l’igiene personale, tenere in ordine i propri spazi e le proprie cose, con benefici per quel minimo di decoro civile di cui avvertiamo la perdita.

Purtroppo, ogni considerazione svolta vale solo se il nostro popolo vuole continuare a essere tale. Le speranze sono poche, le prospettive buie. Non sarà la naja a salvare la nazione, ma potrà forse ridarle un briciolo di vitalità. Forse.

                                               


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Editoriale

 

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