Il Clero Tecnico e la Scienza (che non esiste)

La nuova linea di faglia della società occidentale è quella tra competenti ed incompetenti, tra detentori del sapere e fruitori del sapere: una faglia malinterpretata e, in sostanza, una variazione di quella tecnocratica, giacchè si studia per manipolare e non si manipola per sapere.

Lo scontro si invera anche in queste frizioni. Chi studia, chi diventa clero tecnico (medico, ingegneristico, psicologico, ecc.) vende il suo sapere in società e ne ricava un guadagno posizionale, e come un capitale il suo sapere vale di più se posizionato in alto (cioè in cima alla catena alimentare capitalistica) e in settori trainanti (un esperto di robotica vale più di un elettricista).

Chi ottiene rendite da un capitale a valore variabile tende a perpetuare le condizioni che aumentano o stabilizzano il valore del capitale che possiede. In termini di sapere tecnico, il Tecnico ritiene che sia a suo vantaggio se tale sapere è elitario ed indubitabile: egli in tal modo lo può piazzare liberamente e senza intoppi. La recente polemica sul “voto pesato” sta tutta in questo schizzo rapido: un clero tecnico, spaventato da dinamiche di crisi della comunicazione scientifica e della ricerca che sono ormai patenti, ha stretto un'alleanza con un ceto politico suo rappresentante. Come ha già chiarito Bordieu e a suo tempo Weber, la Scienza è pienamente fradicia di dinamiche capitaliste.

Come tutte le contraddizioni del capitalismo, le spie di emergenza che segnalano la crisi offrono anche una via di uscita, sempre reazionaria. Alla diffusa disaffezione circa la medicina scientifica ufficiale non si risponde mettendo mano al rapporto tra Scienza e Tecnica ma classificando i nemici, coloro che hanno vagamente inteso questa crisi, come ignoranti, imbecilli, decisamente pericolosi per questa Herrenvolk Democracy. La massa da canto suo non capisce ma intuisce ed offre quindi soluzioni altrettanto reazionarie (come la sfiducia nel metodo scientifico, che è l'unica stella polare in codesto discorso).

Base di ogni discorso del clero tecnico è postulare l'esistenza di un oggetto filosofico e sociale chiamato “Scienza”, su cui si crede vi sia unanimità, ma che come ogni concetto strumentale si scopre nebuloso ad una più attenta analisi. Caratteristica della “Scienza” come intesa dal clero tecnico sarebbe la sua assoluta condizione iperuranica: essa è, per definizione, unitaria, indivisa e indivisibile.

Esiste, piuttosto, lo scienziato, che è tuttavia ente finito e dotato di sovranità di pensiero limitata ed è inserito in un sistema a sua volta capitalistico ed impuro. Esiste l'istituzione scientifica che si colloca attivamente nella società e nelle sue contraddizioni che influiscono spesso anche sul come e su cosa dei suoi studi. Esiste una società scientifica che riflette i bisogni ideologici e le “Mode” dei tempi che si trova a vivere e ne è, anzi, evidente cartina al tornasole. Esiste l'azienda che investe in Ricerca e Sviluppo e che di certo concepisce la scienza e la ricerca come moltiplicatore di investimenti. In breve la “Scienza” che il clero tecnico immagina assolutamente intangibile è invece un complesso sistema di interdipendenze strutturali, in cui ciascun elemento può sviluppare vizi autonomi e pertanto criticabili, ed, infine, critici.

Non esiste dunque la “Scienza” come monade: esiste invece un “sistema scientifico”. Non è il metodo scientifico che accumula incongruenze quanto piuttosto tale sistema, che la massa scambia per il metodo e che il clero tecnico non fa nulla per salvare da questa incomprensione. Una lotta per una scienza diversa, per una nuova alleanza tra ricerca scientifica e tecnica e comunità è l'unico modo serio di procedere per salvare la statura popolare della Scienza


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Editoriale

 

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